Storia del Buddhismo in Cina

STORIA DEL BUDDHISMO IN CINA ☸️🇨🇳

Le prime testimonianze di una presenza buddhista in Cina risalgono almeno al I secolo d.C., durante la dinastia Han orientale (25–220). La tradizione colloca spesso l’arrivo del Buddhismo alla corte dell’imperatore Ming (58–75), ma il celebre racconto del sogno dell’imperatore e dei monaci provenienti dall’India appartiene soprattutto alla tradizione successiva. Storicamente, la diffusione iniziale fu probabilmente legata alle vie commerciali che collegavano la Cina all’Asia centrale. Ma subito sorse un enorme problema :come spiegare in cinese una dottrina nata in un ambiente linguistico, filosofico e religioso completamente diverso?

Prima di Kumārajīva (344–413), uno degli strumenti utilizzati fu il cosiddetto géyì (格義), letteralmente «corrispondenza dei significati». I concetti buddhisti venivano spiegati mettendoli in rapporto con categorie già familiari al pensiero cinese, in particolare quelle del Daoismo. Non si trattava ancora di una traduzione precisa nel senso moderno del termine. Era piuttosto un modo per creare dei ponti concettuali. Il vuoto ad esempio, poteva essere accostato al wu 無 daoista; alcuni concetti buddhisti venivano interpretati attraverso il linguaggio del Daodejing e dello Zhuangzi. Questo procedimento contribuì certamente a rendere il Buddhismo comprensibile ai cinesi, ma comportava anche un rischio: quello di leggere il Buddhismo attraverso categorie che non gli appartenevano originariamente.

Tra il II e il IV secolo arrivarono in Cina numerosi monaci e traduttori provenienti dall’India e dall’Asia centrale. Tra questi An Shigao, attivo a Luoyang nel II secolo, tradusse testi legati soprattutto alla meditazione e alla disciplina; Lokakṣema, nella seconda metà del II secolo, tradusse importanti testi Mahāyāna. Ma fu con Kumārajīva, arrivato a Chang’an nel 401, che la situazione cambiò profondamente.

Kumārajīva non si limitò a tradurre singoli testi: lavorò con équipe di traduttori cinesi e produsse versioni linguisticamente molto più limpide e filosoficamente efficaci. Le sue traduzioni del Mūlamadhyamakakārikā, del Vimalakīrtinirdeśa, del Saddharmapuṇḍarīka e di altri testi Mahāyāna avrebbero esercitato un’influenza enorme sul Buddhismo dell’Asia orientale. Da quel momento il Buddhismo cominciò progressivamente a smettere di essere una religione «importata». Durante le dinastie del Nord e del Sud (420–589) sorsero importanti centri monastici e si svilupparono diverse correnti esegetiche. Nel VI secolo la tradizione attribuì a Bodhidharma la trasmissione del Chan in Cina, anche se la formazione storica del Chan fu molto più graduale e complessa di quanto raccontino le genealogie tradizionali.

Con la dinastia Sui (581–618) e soprattutto con la dinastia Tang (618–907) il Buddhismo raggiunse una posizione di enorme importanza. È in questo periodo che si svilupparono alcune delle grandi forme del Buddhismo cinese: Tiantai, Huayan, le diverse tradizioni della Terra Pura, e quello che sarebbe diventato il Chan. Nel 629 il monaco Xuanzang partì dalla Cina per l’India. Viaggiò attraverso l’Asia centrale, studiò a Nālandā e tornò a Chang’an nel 645, portando con sé numerosi manoscritti sanscriti. Le sue traduzioni contribuirono alla formazione della tradizione cinese Faxiang, legata allo Yogācāra.

Nell’845, sotto l’imperatore Wuzong dei Tang, avvenne la grande persecuzione buddhista: monasteri furono soppressi, proprietà confiscate e numerosi monaci e monache costretti a ritornare alla vita laica. Il Buddhismo sopravvisse, ma la sua struttura cambiò profondamente. Durante la dinastia Song (960–1279) il Chan e la Terra Pura assunsero una posizione predominante.

Nei secoli successivi il Buddhismo cinese continuò a trasformarsi, entrando in rapporto con il confucianesimo e con il neoconfucianesimo e influenzando profondamente il Buddhismo di Corea, Giappone e Vietnam. Il XIX e il XX secolo furono un periodo drammatico. Le guerre dell’oppio, le pressioni coloniali, la crisi dell’impero Qing e la nascita della Repubblica nel 1912 misero in discussione l’intero sistema religioso tradizionale cinese.

Alcuni intellettuali considerarono il Buddhismo una superstizione da abbandonare; altri tentarono invece di riformarlo e di presentarlo come una tradizione filosofica e sociale capace di confrontarsi con la modernità. È in questo contesto che emerge una figura decisiva: Taixu (太虚, 1890–1947). Taixu propose una trasformazione radicale del Buddhismo cinese e contribuì a sviluppare l’idea di rénjiān fójiào 人間佛教, generalmente tradotta come «Buddhismo umanistico» o «Buddhismo per gli esseri umani». Per Taixu il Buddhismo non doveva essere confinato nei monasteri, nei rituali funerari o nella speculazione metafisica. Doveva confrontarsi con la vita concreta degli esseri umani e contribuire alla trasformazione della società. Un altra figura chiave fu Xūyún (1840 – 1959).

Dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese (1949), molti importanti monaci si trasferirono a Taiwan, dove il progetto dell’Umanesimo buddhista continuò a svilupparsi. Tra le figure più importanti ci furono Yin Shun (1906–2005), che elaborò una lettura del Buddhismo fortemente orientata verso i testi antichi e verso l’ideale del Buddhismo umanistico, e successivamente grandi organizzazioni come Fo Guang Shan, fondata da Hsing Yun (1927–2023) nel 1967, e la Tzu Chi Foundation, fondata da Cheng Yen nel 1966.

Il Canone cinese e il Taishō

Un aspetto fondamentale della storia del Buddhismo cinese è la formazione di una gigantesca letteratura buddhista in lingua cinese. Il cosiddetto Canone buddhista cinese (Dàzàngjīng, 大藏經) non è semplicemente la traduzione cinese del Tipiṭaka pāli. È una raccolta molto più ampia e composita: comprende Āgama e testi di tradizioni buddhiste antiche, sūtra Mahāyāna, testi della tradizione tantrica, opere di Abhidharma, trattati indiani, commentari cinesi, testi Chan e numerosi scritti prodotti direttamente in Cina. Molti testi indiani oggi perduti nell’originale sanscrito sono infatti sopravvissuti proprio attraverso le loro traduzioni cinesi.

Il termine Tripiṭaka (“tre canestri”) viene quindi utilizzato anche nel mondo buddhista cinese, ma non bisogna immaginare un canone strutturato esattamente come il Tipiṭaka pāli della tradizione Theravāda. La storia della formazione del canone cinese è molto più lunga e complessa e comprende numerose edizioni prodotte in epoche diverse. Quando oggi si parla del Taishō Shinshū Daizōkyō (大正新脩大藏經), generalmente abbreviato in Taishō, ci si riferisce invece a una moderna edizione critica del canone buddhista dell’Asia orientale, pubblicata in Giappone tra il 1924 e il 1934. L’edizione comprende 100 volumi e raccoglie circa 3.000 testi, organizzati in oltre 5.000 fascicoli. È diventata uno dei principali strumenti utilizzati dagli studiosi per consultare la letteratura buddhista cinese e dell’Asia orientale. Il Taishō è particolarmente importante anche per un altro motivo: permette di mettere a confronto tradizioni testuali diverse. Un sūtra conservato in cinese può essere confrontato, per esempio, con un parallelo pāli, con frammenti sanscriti o con traduzioni tibetane.

Per chi studia la storia del Buddhismo, dunque, il Canone cinese è una vera e propria memoria testuale della trasmissione del Buddhadharma attraverso l’Asia, nella quale sono confluite opere indiane, centroasiatiche e cinesi, alcune conservate in cinese e ormai perdute nelle lingue originali. Ed è anche per questo che, per ricostruire la storia del Buddhismo indiano, il cinese buddhista è spesso una fonte tanto preziosa quanto il pāli, il sanscrito e il tibetano

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