
KARMA POSITIVO E MERITI
“Non abbiate paura del merito (puñña): il merito è sinonimo di felicità.”
(Itivuttaka 22)
Nel Canone Pāli il Buddha invita molto spesso a compiere azioni salutari (kusala kamma) e a coltivare il merito (puñña). Tuttavia, è importante notare una sottile differenza il suo obiettivo ultimo non è “accumulare buon karma” in sé, ma usare il buon karma come base per liberarsi completamente dal karma e dal ciclo del dukkha. Il Buddha raccomandò spesso di compiete attività meritorie (puññakiriyā).
Al contrario, è relativamente raro trovare un’esortazione del tipo: “coltivate il buon karma”. Questo perché kamma è innanzitutto un termine descrittivo: indica l’azione intenzionale e le sue conseguenze. Il karma non è normalmente presentato come qualcosa da “accumulare”, bensì come una legge di causalità da comprendere.
Il merito (puñña), invece, ha una funzione pratica. Il Buddha incoraggia la generosità (dāna), la moralità (sīla) e la meditazione (bhāvanā) come “campi di merito” (puññakiriyavatthu), soprattutto per i laici. Il merito conduce a felicità, benessere e condizioni favorevoli per il progresso spirituale.
Tradurre il pāli puñña con “merito” come avviene tradizionalmente, non è la scelta più felice. Il termine originale suggerisce qualcosa di più vicino a ciò che è benefico, purificante e favorevole allo sviluppo della mente. L’unico karma che, con un tipico gioco di parole, il Buddha effettivamente consigliò di praticare, è quello capace di mettere fine al karma stesso, ovvero, la pratica del Dhamma:
“Coltivando il fattore risvegliante della consapevolezza, dell’investigazione dei dhamma, dell’applicazione, della gioia, della tranquillità, del raccoglimento e dell’equanimità la brama è abbandonata; con l’abbandono della brama, il karma è abbandonato; con l’abbandono del karma, la sofferenza è abbandonata.”
(Taṇhakkhayasutta, Saṃyutta Nikāya 26.46)

Lascia un commento