I 6 rivali del Buddha

I sei dotti rivali del Buddha

All’ epoca del Buddha (V secolo a.C.),l’India settentrionale fu un formidabile laboratorio di idee filosofiche e religiose.Il Brahmajālasūtta ( Dīgha Nikāya 1) elenca ben 62 dottrine o teorie principali. In quel contesto vi erano due grandi movimenti religiosi, quello dei brahmana e quello degli śramaṇa. I primi erano i depositari della tradizione vedica, mentre i śramaṇa (Pāli: samaṇa) erano asceti e ricercatori spirituali che proponevano un’alternativa alla religione vedica e al sistema dei brāhmaṇa. I dotti brahmini depositari della tradizione erano tutti rigorosamente membri dell’ omonima casta; al contrario, i śramaṇa accoglievano chiunque a prescindere dallo status sociale.

Il termine śramaṇa deriva dalla radice sanscrita śram, “sforzarsi”, e significa letteralmente “colui che si impegna con disciplina” o “asceta”.I śramaṇa conducevano una vita di rinuncia: abbandonavano la vita domestica, vivevano di elemosina, praticavano meditazione, austerità e riflessione filosofica, cercando una risposta ai problemi della sofferenza, del karma e della liberazione. Il Buddha stesso apparteneva al movimento ascetico degli śramaṇa.

Oltre a Gautama Buddha, nei sutta del Canone Pāli vengono citati sei dotti asceti particolarmente famosi e venerati, considerati i principali rivali del Buddha: Nigantha Nātaputta o Mahāvīra, Makkhali Gosāla, Ajita Kesakambalī, Pakudha Kaccāyana, Sañjaya Belaṭṭhiputta e Pūraṇa Kassapa. Nei testi buddhisti, questi dotti sono collettivamente indicati col termine di aññatitthiyā , dal sanscrito tirthika “guadatori”. Il Buddha ebbe modo di confrontarsi ripetutamente con esponenti delle diverse scuole ascetiche, oltre che con diversi noti brahmana*. Molte idee del Buddha acquistano un significato più profondo proprio se letti nel contesto del dibattito fra le diverse scuole. Di seguito una breve descrizione delle posizioni dei sei dotti asceti.

1. Pūraṇa Kassapa

Era il sostenitore dell’akiriyāvāda, la dottrina della “non efficacia delle azioni”. Secondo lui, nessuna azione, buona o cattiva, produce conseguenze morali. Uccidere o salvare una vita erano, in ultima analisi, moralmente equivalenti. Il Buddha criticò questa posizione perché rendeva priva di significato ogni responsabilità etica.

2. Makkhali Gosāla

Fondatore del movimento degli Ājīvika. Insegnava il determinismo assoluto (niyati): tutto è già prestabilito e nessuno può modificare il proprio destino con l’impegno personale. La liberazione avviene automaticamente dopo un numero fisso di rinascite. Per il Buddha, invece, intenzione e pratica trasformano realmente l’esperienza umana.

3. Ajita Kesakambalī

Probabilmente il primo materialista della storia. Negava l’esistenza dell’anima, del karma e della rinascita. L’essere umano, diceva, è composto soltanto dai quattro elementi materiali e, alla morte, si dissolve completamente. Non esistono ricompense o punizioni dopo la morte. La sua posizione è spesso considerata una delle prime forme di materialismo filosofico indiano.

4. Pakudha Kaccāyana

Sosteneva che l’universo fosse costituito da sette elementi eterni e immutabili: terra, acqua, fuoco, aria, piacere, dolore e anima. Poiché questi elementi non interagiscono realmente, nessuno può uccidere o essere ucciso: ciò che sembra un’azione è soltanto una diversa disposizione di elementi eterni.

5. Nigaṇṭha Nātaputta

Meglio conosciuto come Mahavira , fu il grande maestro del Giainismo. Insegnava che il karma fosse una sostanza materiale che aderisce all’anima e che potesse essere eliminata attraverso una rigorosa austerità, digiuni e severa disciplina ascetica. Il Buddha condivise con lui alcuni principi etici, come la non violenza, ma respinse l’idea che la mortificazione del corpo conducesse alla liberazione.

6. Sañjaya Belaṭṭhiputta

Era uno scettico radicale (vikkhepaladdhi). Di fronte a qualsiasi domanda metafisica rispondeva evitando di prendere posizione: non affermava né negava nulla. Questa forma di agnosticismo gli valse la fama di “maestro dell’indecisione”. Il Buddha criticò questo atteggiamento perché non conduceva alla fine della sofferenza.

Dio e Io

Un aspetto interessante è che quasi nessuno fra gli śramaṇa asseriva l’esistenza del Dio creatore. Questa idea era invece sostenuta dal brahmanesimo, il protoinduismo. La differenza principale tra il Buddha e gli altri śramaṇa riguardava soprattutto l’atman: giainisti e probabilmente anche gli ājīvika sostenevano l’esistenza di un principio individuale permanente, mentre il Buddha insegnò che ciò che chiamiamo “persona” è un processo composto dai cinque aggregati, privo di un sé immutabile. D’altro canto, i materialisti e casualisti negavano sia l’esistenza dell’ anima che la funzionalità del karma.

NOTE

* All’epoca in cui visse il Buddha, la tradizione religiosa dei Brahmani riconosceva ufficialmente come testi sacri e rivelati (Śruti) soltanto i primi tre corpi di conoscenza: il Ṛgveda, il Sāmaveda e l’Yajurveda. L’accettazione dell’Atharvaveda all’interno del canone ortodosso indù fu un processo molto lento e travagliato, che si concluse formalmente solo verso la fine del I millennio d.C., ovvero diversi secoli dopo la morte del Buddha

Letture consigliate: Sāmaññaphala Sutta (Dīgha Nikāya 2)

The Buddha’s Doctrine of Anatta, Buddhadāsa Bhikkhu

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