
La cessazione del respiro nella meditazione
Nei testi buddhisti sulla meditazione è detto che negli stadi più elevati della meditazione (jhāna) lo yogin sperimenta la cessazione del respiro, il condizionante corporale per eccellenza. Ad esempio, nel Rahogatassasutta, (Saṃyutta Nikāya 36.11) leggiamo:
“Catutthaṁ jhānaṁ samāpannassa assāsapassāsā niruddhā honti.”
“Per colui che è entrato nel quarto jhāna, inspirazione ed espirazione sono cessate.”
Questo è uno degli aspetti più controversi ed enigmatici della meditazione buddhista tradizionale. L’espressione “niruddhā honti” normalmente significa proprio “cessano” o “si arrestano”. Su questo aspetto vi sono diverse interpretazioni:
C’è chi sostiene che nel samādhi il respiro diventi così sottile da non essere più percepibile e che, nel quarto jhāna, possa effettivamente fermarsi per un dato periodo di tempo senza che ciò comporti alcun danno. Il metabolismo sarebbe estremamente rallentato.
D’altro canto, alcuni studiosi moderni ritengono che il testo vada preso quasi alla lettera: il movimento respiratorio si arresta realmente durante l’assorbimento profondo. Citano anche testimonianze di meditatori contemporanei che riferiscono un’apparente sospensione del respiro.
Altri interpreti, tra cui alcuni insegnanti contemporanei, propongono una lettura fenomenologica: non è detto che il respiro cessi fisiologicamente; piuttosto, cessa come oggetto dell’esperienza cosciente. È così sottile da non essere più percepibile dalla mente del meditante.
Dal punto di vista strettamente filologico, il testo non dice “il respiro diventa impercettibile”. Dice “il respiro cessa”. La formulazione è abbastanza netta.
Va però aggiunto un elemento importante. Il Mahaparinibbana sutta distingue questa cessazione del respiro dalla morte, mentre nel Mahavedallasutta è spiegato che chi è nello stato della cessazione di sensazione e percezione il respiro è cessato, ma conserva calore corporeo e coscienza.
Da un punto di vista della fisiologia moderna, un arresto completo del respiro per tempi prolungati in una persona cosciente è difficile da conciliare con ciò che sappiamo sul funzionamento dell’organismo.
Per questo motivo molti studiosi preferiscono interpretare il passo in modo meno letterale o ritengono che rifletta una concezione fisiologica antica.
La mia ipotesi è che questa convinzione derivi da un’interpretazione dell’esperienza soggettiva tipica degli asceti dell’India antica: l’assenza della percezione del respiro e delle sensazioni ad esso associate è stata interpretata come assenza del respiro stesso.
Durante la meditazione profonda, un meditante potrebbe non percepire più il respiro perché i movimenti della gabbia toracica diventano estremamente piccoli, l’attenzione non è più rivolta alle sensazioni corporee ordinarie, il metabolismo rallenta e il respiro diventa molto lento e sottile.
Per chi vive quell’esperienza, può sembrare che il respiro sia “cessato”, anche se dal punto di vista fisiologico continua.
Questo tipo di interpretazione è più coerente con ciò che sappiamo oggi sulla respirazione: un arresto completo del respiro per un tempo prolungato porterebbe rapidamente all’ipossia e alla perdita di coscienza, non a uno stato di lucidità meditativa.
D’altra parte, è giusto distinguere tra ciò che il testo dice da come noi lo interpretiamo. Il sutta usa il verbo nirujjhati (“cessare”), e non dice esplicitamente “sembra cessare” o “non è più percepito”. Quindi, è possibile che quegli asceti ritenessero davvero che nel quarto jhāna il respiro si interrompesse. Naturalmente, non è possibile ne dimostrare, né confutare questa ipotesi. I testi canonici descrivono l’esperienza dal punto di vista degli antichi meditanti, non attraverso misurazioni fisiologiche. Per questo motivo, la questione rimane aperta e dipende anche da come si valuta il rapporto tra descrizione esperienziale e descrizione biologica.
Penso che sia importante ricordare che la funzione di questo genere di pratica sia la pacificazione del respiro in quanto saṅkhāra, condizionante del corpo. Stesso discorso per vitakka-vicara, i condizionanti della parola e per la combo di sensazione e percezione, i condizionanti della mente. A quel punto, il senso di queste istruzioni diventa più comprensibile

Lascia un commento