
LA PRATICA DEI JHĀNA CON OGGETTO
Come coltivare il giusto samādhi
Il termine pāli jhāna deriva dal verbo jhāyati, “soffermarsi”, “dimorare” o “focalizzarsi”. Un jhāna è uno stato meditativo che si sviluppa focalizzando l’attenzione su un oggetto o un’immagine (rūpa). Secondo Buddhaghosa, il termine deriverebbe anche dal causativo jhāpeti, “accendere”. È interessante notare che dal pāli jhāna deriva anche il termine cinese Chan e, da questo, il giapponese Zen.
Questo termine richiama alla mente l’immagine di una lente focale, che può essere impiegata sia per accendere un fuoco (jhāpeti), sia per ottenere una visione più chiara e nitida dell’oggetto osservato. Similmente, lo scopo della meditazione jhānica è di liberare la mente da emozioni e pensieri intrusivi e favorire la chiarezza introspettiva. Questi due aspetti, la componente reattiva e quella cognitiva, sono, assieme alla fase reattiva ( karma) i fattori alla base di dukkha.
La meditazione jhānica presenta due momenti fondamentali: una prima fase nella quale l’attenzione è sostenuta mediante un oggetto (rūpa), denominata rūpajhāna, e una fase successiva nella quale l’attenzione non necessita più dell’ausilio di un oggetto, detta raccoglimento senza oggetto (arūpasamādhi).
In questo contesto, con ‘oggetto’ si intende una delle meditazioni descritte nel Satipatthānasutta (respiro, eccetera), ma anche una delle quattro Dimore Sublimi: benevolenza, compassione, gioia ed equanimità. Questi oggetti sono altresì detti ‘nimitta’, secondo la definizione data dal Mahavedallasutta.
Nella prima fase, quella con oggetto, lavoriamo sulla reazione emotiva, nella fase del samādhi senza oggetto, con i processi cognitivi. (Affronteremo questo discorso in un altro post). Se, nell’ evoluzione del processo di condizionamento la cognizione precede la reazione emotiva, in meditazione partiamo da quest’ultima per poi affrontare la parte più sottile e nascosta del processo.
Per poter praticare in maniera efficace la meditazione jhānica, dobbiamo dapprima coltivare gli altri fattori del nobile ottuplice sentiero; i primi sette elementi, dalla giusta visione, allo stile di vita etico, dall’impegno nei metodi per calmare la mente alla pratica della consapevolezza, sono il prerequisito per la coltivazione dei jhāna e del samādhi..
Per sviluppare i jhāna con l’ausilio di un oggetto, bisogna innanzitutto imparare a pacificare i cinque ostacoli: desiderio sensuale, avversione, torpore e pigrizia, agitazione e irrequietezza, e dubbio. A tal fine, il praticante impiega gli antidoti specifici per ciascun ostacolo:
Desiderio sensuale: contemplare gli svantaggi della sensualità e l’aspetto sgradevole degli oggetti dei sensi.
Avversione: la meditazione della benevolenza (mettā).
Torpore e pigrizia: riflettere sulla morte e sull’impermanenza; praticare la meditazione camminata o in piedi.
Agitazione e irrequietezza: la contemplazione del respiro.
Dubbio: approfondire, con un insegnante o una persona competente, gli aspetti sui quali sorgono dubbi.
Il primo Jhāna
“Distaccato dai desideri sensoriali, distaccato dai pensieri nocivi, raggiunge e dimora nel primo assorbimento meditativo (jhāna), fatto di gioia e benessere nati dal distacco e accompagnato dal pensiero applicato e dal pensiero sostenuto.”
Quando i cinque ostacoli sono stati pacificati, il praticante entra nel primo jhāna. In questa fase è necessario portare e riportare più e più volte l’attenzione all’oggetto, poiché la focalizzazione non è ancora stabile. Il porre e il riportare l’attenzione sono detti rispettivamente vitakka e vicāra, “pensiero applicato” e “pensiero sostenuto”. In questa fase si sperimentano gioia e benessere (pīti e sukha) grazie al fatto di essere affrancati, seppur temporaneamente, dagli stati mentali non salutari.
Il secondo Jhāna
“Con il dissolversi del pensiero applicato e del pensiero sostenuto, egli raggiunge e dimora nel secondo jhāna, che è tranquillità interiore, univocità mentale, e gioia e benessere nati dal samādhi, privo di pensiero applicato e pensiero sostenuto.”
Proseguendo nella meditazione, l’attenzione diviene più stabile e la mente rimane naturalmente centrata sull’oggetto. Grazie alla gioia e al benessere, la meditazione diventa un’esperienza piacevole e attraente per la mente, la quale persegue il piacere e rifugge il dolore.
La strategia della meditazione, almeno in questa fase, consiste nel generare uno stato piacevole alternativo alla gratificazione sensoriale, che orienti la mente verso il decondizionamento, ovvero verso la libertà dal bisogno di ricercare costantemente il piacere tramite oggetti esterni.
Svaniscono così vitakka e vicāra, essendo terminata la loro funzione; allo stesso tempo si sviluppa la fiducia interiore (ajjhattaṃ sampasādana), opposta alla dipendenza dagli oggetti esterni.
La gioia e il benessere sperimentati in questa seconda fase nascono dall’unificazione della mente con le qualità dell’oggetto di meditazione. La mente assume le caratteristiche di ciò che osserva: identificandosi con un pensiero negativo, come ad esempio la rabbia, essa diventa una mente rabbiosa; se invece si identifica con un oggetto virtuoso o neutro, ne assume le medesime qualità.
Il terzo Jhāna
“Con lo svanire della gioia, egli dimora in equanimità, consapevole e con chiara comprensione, godendo di benessere nel corpo. Egli raggiunge e dimora nel terzo jhāna, il quale è definito dai nobili (ariya) come: ‘Il dimorare in equanimità, consapevolezza e beatitudine’.”
In questa terza fase, il meditante riconosce la natura condizionante della gioia e assume nei suoi confronti un atteggiamento di consapevole equanimità (upekkhā-sati). In precedenza, avendo riconosciuto la natura condizionante dei veleni mentali, il praticante aveva rivolto l’attenzione all’oggetto di meditazione, producendo uno stato positivo di gioia e benessere; ora riconosce che anche gli stati mentali positivi sono, per loro natura, instabili, contingenti e inaffidabili. Il benessere sperimentato in questa fase è prevalentemente fisico, legato cioè all’esperienza di agio corporeo indotta dalla meditazione.
Qui l’equanimità è la capacità di rimanere nell’esperienza meditativa senza vacillare, permettendo alle esperienze positive e negative di sorgere e svanire senza afferrarle né respingerle.
Il quarto Jhāna
“Con l’abbandono di felicità e sofferenza, e con la precedente scomparsa di gioia e tristezza, egli raggiunge e dimora nel quarto jhāna, libero dal dolore e dalla felicità, nella purezza di equanimità e consapevolezza.”
Il quarto jhāna è uno stato di equanimità nel quale le esperienze di piacere e dolore, di benessere e malessere, sono assenti, perlomeno finché si permane in questo stato. Lungi dall’essere uno stato di incoscienza, il quarto jhāna è un’esperienza di pura attenzione equanime (upekkhāsatipārisuddhi), che va oltre le esperienze di piacere e dolore (adukkhamasukhaṃ).
La coltivazione dei jhāna conduce all’esperienza del samādhi, uno stato propedeutico allo sviluppo della visione profonda , come spiegato nel Samaññaphala Sutta, D.N. 2
“Con la mente così raccolta, purificata e chiara, senza macchia, libera da impurità, agile, malleabile, salda e imperturbabile, egli si dirige e si orienta verso la conoscenza della distruzione delle impurità mentali; e così comprende: ‘Questo è il dukkha; questa è l’origine del dukkha; questa è la cessazione del dukkha; questo è il sentiero che conduce alla cessazione del dukkha’.”

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