Etica buddhista e legittima difesa

ETICA BUDDHISTA E LEGITTIMA DIFESA

Il caso Roggero (il gioielliere che nel 2021 uccise due rapinatori in fuga dopo averli inseguiti fuori dal negozio) è un buon esempio per distinguere tra giudizio giuridico e giudizio etico buddhista. Dal punto di vista del Buddhadharma, il primo precetto etico è chiaro: astenersi dall’uccidere esseri viventi (pāṇātipātā veramaṇī). Il precetto non prevede eccezioni esplicite per la legittima difesa.

Se da un lato potrebbe sembrare che il Buddha pretendesse un eroismo impossibile, l’atto intenzionale di togliere la vita rimane un’azione non salutare (akusala kamma), anche quando nasce dalla paura, dalla rabbia o dal desiderio di proteggersi. Tuttavia, Il Buddhadharma attribuisce grande importanza all’intenzione o cetanā. È diverso uccidere per avidità, odio o vendetta rispetto ad agire in un momento di panico per salvare la propria vita o quella di altri. In entrambi i casi l’uccisione resta un atto moralmente negativo, ma la gravità, in termini di retribuzione, dipende in larga misura dalle motivazioni mentali.

VIOLENZA VS. FERMEZZA

Ciò non significa che il buddhismo inviti a subire passivamente né che non si possano mai usare le maniere forti, con la giusta motivazione. Ma violenza e fermezza sono due cose nettamente distinte. Se l’attitudine del monaco Puṇṇa Sunāparantaka [1] e ancor di più, la famosa similitudine della sega esposta nel Kakacūpamasutta (MN21)[2] potrebbero apparire eccessivamente idealistici nel suo rifiuto radicale della violenza, il Kesi sutta ( Anguttara Nikāya 4.111) riferisce dell’ uso alternato e combinato da parte del Buddha del “bastone e della carota” nell’ addestramento dei propri discepoli. Come misura estrema, il Buddha teorizzava “l’uccisione” spirituale del discepolo inetto, negando lui ulteriori insegnamenti. Si tratta ovviamente della consueta strategia comunicativa del Buddha incentrata sul principio della risignificazione delle parole del proprio interlocutore.

È legittimo cercare di proteggere sé stessi e gli altri, ma l’ideale è farlo con il minimo danno possibile, usando mezzi non letali quando praticabili. La vera sfida per un praticante consiste proprio nel non lasciare che paura e odio prendano il controllo della mente. In sintesi, anche se il legislatore può riconoscere giuridicamente la legittima difesa, sul piano etico, il buddhismo continua a considerare l’uccisione un’azione non salutare, e ciò per via degli effetti che un simile atto produce. E tuttavia la responsabilità morale dipende soprattutto dall’intenzione e dallo stato mentale.

Perciò il praticante è chiamato a proteggere la vita, inclusa la propria, cercando sempre la soluzione che comporti la minore violenza possibile. Questa distinzione tra diritto ed etica personale è fondamentale; il fatto che un’azione possa essere legalmente giustificata non implica necessariamente che rappresenti l’ideale etico insegnato dal Buddha. Anzi, nei discorsi egli nvita costantemente a interrompere la spirale dell’odio, ricordando che «l’odio non cessa con l’odio, ma solo con il non odio» (Dhammapada 5).

SULL’AMBATTHA SUTTA

Nell’Ambatthasutta (DN 3), il bramino Ambattha, noto per la sua arroganza rifiuta ripetutamente di rispondere a una domanda del Buddha. A quel punto compare nel cielo lo yakṣa Vajirapāṇi*, con una mazza di ferro arroventata. Il Buddha dice, in sostanza, che se Ambattha continuerà a non rispondere, la sua testa si spaccherà in sette pezzi. Spaventato, Ambattha cede e risponde. Come interpretare questo strano episodio? Ci sono almeno tre possibili letture.

1. Lettura letterale/ tradizionale

Le scuole tradizionali lo interpretano come un intervento reale di una divinità protettrice del Buddha. Tuttavia, è significativo che non sia il Buddha a minacciare direttamente la violenza: egli descrive ciò che accadrà se Ambattha persiste nel suo atteggiamento.

2. Lettura simbolica

È possibile che la scena abbia una funzione letteraria. Vajirapāṇi rappresenterebbe l’autorità del Dhamma o la forza della verità che costringe il superbo brahmano ad abbandonare il proprio orgoglio. In questa lettura, non si tratta di un’approvazione della violenza, ma di un espediente narrativo tipico della letteratura indiana antica.

3. Lettura storico-critica

Il Dīgha Nikāya contiene alcuni dei testi più elaborati e, secondo molti studiosi critici, anche più tardivi. È possibile che episodi come questo riflettano una fase in cui il Buddha viene rappresentato con un’aura di potere soprannaturale sempre maggiore. L’episodio di Vajirapāṇi potrebbe quindi essere un’aggiunta redazionale volta a esaltare l’autorità del Buddha di fronte ai brahmani.

Dal punto di vista dell’etica buddhista, il passo non può essere assunto come una giustificazione della violenza. Il Buddha non ordina a Vajirapāṇi di colpire Ambattha, né approva l’uccisione come mezzo educativo. L’intero insegnamento va nella direzione opposta: superare l’odio con il non odio, coltivare compassione e non nuocere agli esseri viventi. Per questo motivo, si ritiene che il passo vada letto nel suo contesto letterario e culturale, senza isolarlo dal resto dell’insegnamento. Se lo si prendesse come un’autorizzazione alla coercizione violenta, entrerebbe infatti in conflitto con numerosi altri discorsi nei quali il Buddha rifiuta esplicitamente la violenza come risposta ai conflitti.

IL CASO DEL BODHISATTVA MAHĀYĀNA

Nel Upāyakauśalya Sūtra (Sutra dell’Abilità nei Mezzi) un testo del buddhismo Mahāyāna, si narra che Il Bodhisattva ( aspirante Buddha), in una delle sue esistenze precedenti, è il capitano di una nave che trasporta 500 mercanti. Grazie ai suoi poteri di conoscenza, scopre che un bandito sta progettando di uccidere tutti i passeggeri per impossessarsi del carico. Il Bodhisattva riflette così: se lascia agire il bandito, moriranno 500 innocenti; il bandito, compiendo un simile massacro, accumulerà un karma terribilmente pesante; per compassione sia verso le vittime sia verso il bandito, decide di uccidere quest’ultimo, assumendosi personalmente le conseguenze karmiche.

L’episodio viene presentato come un esempio di upāya o mezzo abile: un atto eccezionale compiuto da un Bodhisattva di altissimo livello, mosso esclusivamente dalla compassione e privo di odio. È importante notare che questa storia non ha un parallelo nei Nikāya o nei Jātaka. Nei testi antichi il Buddha non propone mai un caso in cui l’uccisione venga giustificata come moralmente lecita. Anzi, il primo precetto è presentato senza eccezioni.

Questa differenza riflette una distinzione importante tra le due tradizioni: Nei Nikāya e nel Theravāda, l’uccisione intenzionale è sempre un’azione non salutare (akusala), anche se le intenzioni possono attenuarne la gravità karmica. Nel Mahāyāna, alcuni sūtra introducono casi eccezionali in cui un Bodhisattva altamente realizzato può compiere un atto apparentemente negativo come “mezzo abile”, purché sia completamente libero da egoismo e odio

CONCLUSIONI: PERCHÈ È PREFERIBILE LA NON VIOLENZA?

L’opzione non violenta diventa preferibile se si prende in considerazione il meccanismo di azione e retribuzione; le azioni violente sono in grado di generare molte più conseguenze nefaste dei benefici immediati che potrebbero apportare, come nel caso di cronaca cui stiamo discutendo.

NOTE

1. Puṇṇa Sunāparantaka, originario della regione di Sunāparanta (sulla costa occidentale dell’India), era inizialmente un ricco mercante itinerante appartenente alla casta dei vaishya. Dopo aver ascoltato un sermone del Buddha durante un viaggio d’affari a Sāvatthī, decise di abbandonare la vita laica per essere ordinato monaco. La fama di Puṇṇa è legata principalmente al Puṇṇasutta, un discorso in cui manifesta l’intenzione di tornare nella sua terra natale, Sunāparanta, per diffondere il Dhamma. Il Buddha lo avverte che gli abitanti di Sunāparanta sono noti per essere feroci, rudi e violenti, mettendolo alla prova con una serie di domande:

«Puṇṇa, se gli abitanti di Sunaparanta ti colpissero con un pugno, cosa ne penseresti?»

«Venerabile signore, se gli abitanti di Sunaparanta mi colpissero con un pugno, allora penserei: “Questi abitanti di Sunaparanta sono eccellenti, veramente eccellenti, perché non mi colpiscono con una zolla di terra”. Allora penserei così, Beato; allora penserei così, Fortunato».

«Ma, Puṇṇa, se gli abitanti di Sunaparanta ti colpissero con una zolla di terra, cosa ne penseresti?»

«Venerabile signore, se gli abitanti di Sunaparanta mi colpissero con una zolla di terra, allora penserei: “Questi abitanti di Sunaparanta sono eccellenti, veramente eccellenti, perché non mi colpiscono con una verga”. Allora penserei così, Beato; allora penserei così, Fortunato».

«Ma, Puṇṇa, se gli abitanti di Sunaparanta ti colpissero con una verga, cosa penseresti?»

«Venerabile signore, se gli abitanti di Sunaparanta mi colpissero con una verga, allora penserei: “Questi abitanti di Sunaparanta sono eccellenti, veramente eccellenti, perché non mi pugnalano con un coltello”. Allora penserei così, Beato; allora penserei così, Fortunato».

«Ma, Puṇṇa, se gli abitanti di Sunaparanta ti pugnalassero con un coltello, cosa penseresti?»

«Venerabile signore, se gli abitanti di Sunaparanta mi pugnalassero con un coltello, allora penserei: “Questi abitanti di Sunaparanta sono eccellenti, veramente eccellenti, perché non mi tolgono la vita con un coltello affilato”. Allora penserei così, Beato; allora penserei così, Fortunato».

«Ma, Puṇṇa, se gli abitanti di Sunaparanta ti togliessero la vita con un coltello affilato, cosa ne penseresti?»

«Venerabile signore, se gli abitanti di Sunaparanta mi togliessero la vita con un coltello affilato, allora penserei: “Ci sono stati discepoli del Beato che, respinti, umiliati e disgustati dal corpo e dalla vita, hanno cercato un aggressore. Ma io ho trovato questo aggressore senza nemmeno cercarlo”. Allora penserò così, Beato; allora penserò così, Fortunato.»

«Bene, bene, Puṇṇa! Dotato di tale autocontrollo e serenità, potrai dimorare nel paese di Sunaparanta. Ora, Puṇṇa, puoi andare quando ti è più comodo.»

2.“Anche se dei banditi senza scrupoli dovessero smembrarti con una sega a due mani, chiunque nutrisse un pensiero malevolo al riguardo non starebbe seguendo le mie istruzioni. Se ciò dovesse accadere, dovresti allenarti in questo modo: «Le nostre menti non degenereranno. Non pronunceremo parole offensive. Rimarremo pieni di compassione, con un cuore pieno d’amore e senza odio nascosto”.

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