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Affrontare le difficoltà con il dharma
Mettā, nel gergo buddhista, significa ‘amichevolezza’ o ‘benevolenza’ ( non “amore universale”); è una qualità che può essere coltivata a partire dalla risoluzione di non alimentare emozioni come l’astio, la malevolenza e l’odio, emozioni tossiche e perciò nocive. Nel commentario al Karaṇīyamettā Sutta si trova un aneddoto molto interessante sul tema della benevolenza come pratica di resistenza resiliente.
Il racconto narra che il Buddha, dopo aver istruito un gruppo di giovani monaci nella meditazione, li invitò a trascorrere la stagione delle piogge presso un villaggio alle pendici dell’Himalaya. Era un luogo remoto, dove la presenza di monaci era estremamente rara. Per questo gli abitanti accolsero quei praticanti con grande devozione, prendendosi cura delle loro necessità materiali: cibo, alloggio e sostegno quotidiano.
Ma proprio quell’entusiasmo suscitò la gelosia degli spiriti (yakṣa) che dimoravano nella foresta circostante. Decisi a scacciare i monaci, gli spiriti iniziarono a terrorizzarli con apparizioni inquietanti, rumori spaventosi e presenze minacciose. Alla fine, i monaci — sopraffatti dalla paura — abbandonarono la foresta e tornarono a Savatthi dal Buddha, con il terrore dipinto sul volto, oltreché nell’ animo.
Vedendoli rientrare, il Maestro chiese cosa li avesse spinti a interrompere il ritiro, nonostante durante la stagione delle piogge i monaci non dovessero mettersi in viaggio. I monaci raccontarono allora tutto ciò che era accaduto e chiesero al Buddha di assegnare loro un altro luogo dove poter meditare in pace.
Ma il Buddha rispose che per loro non vi era un altro luogo dove andare. Disse invece che avrebbero dovuto tornare proprio in quella foresta. Prima, però, li istruì nella pratica della benevolenza, insegnando loro a coltivare qualità come la gentilezza, la forza (sakka) e la consapevolezza in qualunque situazione, non solo da seduti.
Fu così che, secondo la tradizione, i monaci tornarono nella foresta e riuscirono infine a vivere in armonia persino con quegli spiriti ostili. Il resoconto di quel discorso è conosciuto come “Discorso su ciò che è da fare [per coltivare la] benevolenza”.
La morale di questo racconto è che non sempre la fuga è la soluzione migliore. Il Dharma non è una via di fuga ma una via d’uscita. Il sentiero spirituale ci chiede di affrontare paura e ostilità attraverso la benevolenza, la calma e la presenza mentale.
In chiave allegorica, gli yakṣa rappresentano le difficoltà della vita ma anche i nostri demoni interiori: la splendida foresta è l’utopia di un mondo perfetto che esiste solo nei nostri desideri infantili. Il rifiuto del Buddha può essere letto come un invito ad affrontare le difficoltà con l’attitudine del Dharma.

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