Il ruolo dei saṅkhāra nella costruzione del sé e nella meditazione
Saṅkhāra è un termine composto dal prefisso ‘saṅ’, insieme, e dal verbo ‘karoti’, ‘fare’; saṅkhāra, vuol dire determinante, condizionante, e non, come spesso si sente dire, determinato, composto, costruito o formato; Il termine Pāli per indicare ciò è composto e costruito è saṅkhata; la funzione creativa dei saṅkhāra è esposta nel Khajjanyasutta.
Nell’ esporre l’origine dipendente di dukkha il Buddha disse che i sankhārā condizionano l’esperienza soggettiva di sé e del mondo (attā ca loko ca). Nell’ ambito dell’ origine dipendente, con saṅkhāra s’intendono i fattori di costruzione dell’ identità o sé (il combinato di immagine corporea, processi cognitivi e coscienza soggettiva, influenzati dall’ ignoranza).
Vi sono perciò i saṅkhāra fisici (Kāyasaṅkhāra) come il respiro, quelli verbali (Vacīsaṅkhāra) di riflessione e valutazione e quelli mentali (Cittasaṅkhāra): sensazione e percezione o riconoscimento sulla base della memoria.
I costituenti possono essere salutari o eticamente meritori (puññābhisaṅkhāra), demeritori (apuññābhisaṅkhāra) oppure indifferenziati (āneñjābhisaṅkhāra). Di conseguenza, il costrutto identitario potrà essere positivo, malsano o neutrale.
Ma in che modo i saṅkhāra determinano l’identità? In pratica, l’identità o nāmarūpa è il modo in cui appare un “io incarnato”, non ancora ben definito. L’identità non è un monolite, anche se appare tale, ma un processo in continua evoluzione. I saṅkhāra hanno la facoltà di plasmare il processo della creazione identitaria per via della loro intenzionalità; si tratta di fattori teleologici che “orientano”, attraverso l’attribuzione di significato, la coscienza verso certi modi di esperire. La relazione tra coscienza, volizioni e psicosoma nel processo del divenire è illustrata nei due Cetanāsutta (SN 12.38-39):
“Monaci, ciò che uno intende, ciò che uno progetta e ciò verso cui uno ha una tendenza: questo diventa una base per il mantenimento della coscienza. Quando c’è una base, c’è un sostegno per l’affermarsi della coscienza. Quando la coscienza si è affermata ed è cresciuta, c’è una discesa di nome e forma. Con nome e forma come condizione, sorgono le sei basi sensoriali; con le sei basi sensoriali come condizione, il contatto; con il contatto come condizione, la sensazione … il desiderio … l’attaccamento … l’esistenza … la nascita; con la nascita come condizione, sorgono l’invecchiamento e la morte, il dolore, il lamento, la sofferenza, il dispiacere e la disperazione. Tale è l’origine di tutta questa massa di sofferenza.”
«Ciò che si pensa (ceteti), ciò che si progetta (pakappeti) e ciò verso cui si tende (anuseti) diventa base (ārammaṇa) per lo stabilirsi della coscienza. Quando vi è questa base, la coscienza si stabilisce; quando la coscienza è stabilita e si sviluppa, vi è il sorgere di reiterata esistenza (punabbhavābhinibbatti). Con il sorgere di una nuova esistenza vi sono nascita, invecchiamento e morte, dolore, lamento, sofferenza e disperazione».
I saṅkhāra indirizzano l’esperienza allo stesso modo in cui i segnali stradali indirizzano il guidatore. I simboli inscritti nei segnali stradali, come gli ideogrammi, contengono dei metasignificati che la mente decodifica intuitivamente, attribuendogli un senso che il guidatore dovrà poi seguire.
CORPO
Il Kāyasaṅkhāra, il respiro, influenza il tono emotivo, quello corporeo e la reattività. Un corpo continuamente contratto dalla paura produce un’esperienza del mondo diversa da un corpo rilassato. Anche il “sé corporeo” viene costruito così. Ed è per questa ragione che in meditazione usiamo lo yoga dell’ attenzione al respiro.
PAROLA
Il Vacīsaṅkhāra o costitutore verbale è il dialogo mentale; pensiero discorsivo e valutazione scrivono e riscrivono gran parte del copione della narrazione identitaria: “io sono questo”, “mi hanno fatto questo” “devo diventare quello”.
Ma come avviene il condizionamento della coscienza per via dei processi (pre)verbali? Il linguaggio (vācā), plasmato dai fattori condizionanti di pensiero (vitakka) e rimuginio (vicāra) non si limita a esprimere la realtà ma la modella. Le etichette o nomi (nāma) che utilizziamo per definire (adhivacana) e descrivere (nirutti) gli oggetti dell’ esperienza (rūpa) alterano la rappresentazione mentale (viññāņa+ sanna, percezione + maññanā, immaginazione) del dato oggetto. Nel loro interagire, viññāņa, nāma e rūpa creano il circolo vizioso samsārico, come spiegato nel Mahanidanasutta (DN16) .
D’altro canto pero, questo stesso meccanismo è alla base delle pratiche di meditazione riflessiva come la mettā in cui vengono ripetute mentalmente frasi come “possano tutti gli esseri stare bene” eccetera, al fine di indurre la mente a sentire lo stato di benevolenza.
MENTE
Cittasaṅkhāra, il costitutore mentale comprende percezioni e sensazioni dalle quali nasce la colorazione emotiva dell’esperienza: “mi piace”, “non mi piace”, “non mi interessa”. Da ciò emergono attrazione, resistenza, indifferenza che agitando la mente pongono le basi per l’insorgenza del dukkha. In breve, il Kāyasaṅkhāra influenza la componente attiva, il Vacīsaṅkhāra quella razionale e il Cittasaṅkhāra quella emotiva. Così, stress fisico, pensieri ed emozioni producono la tempesta volitiva che spinge all’azione (karma).
MEDITAZIONE: DECONDIZIONARE L’ESPERIENZA
Per questa ragione la meditazione punta a tranquillizzare i saṅkhāra fissando l’attenzione su un oggetto o nimitta, come spiegato nel Cūlavedallasutta, nei due Satipaṭṭhāna Sutta e nell’Ānāpānassatisutta.
Quando i saṅkhāra si quietano, anche il senso di identità si affievolisce e quella specifica configurazione di nāmarūpa che veniva percepita come “me” tende a dissolversi. Nella pratica di attenzione al respiro ci esercitiamo a calmare il saṅkhāra corporeo ( il respiro) che per via del legame di interdipendenza tra corpo, respiro e mente, produrrà un effetto calmante su l’intera struttura psicofisica. Questa stessa forma di meditazione è consigliata per calmare il pensiero discorsivo e il rimuginare. Lavorando sulle sensazioni, impariamo a calmarle, con l’effetto di rendere la mente calma e malleabile. Questo metodo è esposto nel Sutra sulla Consapevolezza del respiro; un’ottima spiegazione di questo metodo si trova nel libro di Buddhadasa Bhikkhu, La Consapevolezza del Respiro, edito da Ubaldini.
Lavorare sui saṅkhāra, le cause della nostra sofferenza, tramite la meditazione è di fondamentale importanza. In quest’ottica, questi versi pronunciati dal Buddha ( tra i più fraintesi e mal tradotti) poco prima di ottenere il parinirvana, assumono un significato particolare. Il fatto che in questo contesto specifico il Buddha affermi che la mutevolezza e la cessazione dei saṅkhāra sia fonte di felicità e non di dukkha come affermato in altri sutta*, la dice lunga sulla complessità del suo insegnamento.
“Aniccā vata saṅkhārā,
uppādavayadhammino.Uppajjitvā
nirujjhanti tesaṃ vūpasamo sukho.”
“Mutevoli sono invero i costitutori,
per natura soggetti a sorgere e svanire.
Una volta sorti, cessano.
Il loro acquietarsi è felicità.”
*Cfr “yad aniccam tam dukkham


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