Nascita, decadimento e morte

“L’afferrare condiziona l’essere; l’essere condiziona la nascita; nascita condiziona invecchiamento e morte..”

Nel Sammahovinodanī, Buddhaghosa definisce la nascita o jāti come il “saṅkhatalakkhaṇā”, il segno di ciò che è prodotto, costituito, creato:

5.“Per via del fatto che qui, con “nascita” ci si riferisce alla “caratteristica di ciò che è prodotto” (sahkhatalakkhana), l’essere (bhava) è il condizionante della nascita in senso figurato (pariyāyena), unicamente come condizione decisiva di sostegno. Lo stesso vale per nascita, invecchiamento e morte”. 6. Nonostante che nascita, invecchiamento e morte non siano quantificabili in termini di istanti di coscienza, sono comunque inclusi, in quanto esistenti all’interno del singolo istante di coscienza.

(Sammahovinodanī, VI. 941, 942)

Tutto ciò che è creato, prodotto, costituito, deve aver avuto uno o più fattori costituenti. In Pāli, un costitutore è detto saṅkhāra. Il Khaj­ja­nīya­sutta (SN 22.79) spiega la funzione dei costitutori in relazione ai cinque aggregati, i mattoncini dell’esperienza soggettiva e perciò dell’esistenza:

Costruiscono il costruito, perciò sono chiamati costitutori. E quali costrutti costruiscono? Costruiscono il costrutto del corpo proprio come corpo; costruiscono il costrutto delle sensazioni proprio come sensazioni; costruiscono il costrutto delle percezioni proprio come percezioni; costruiscono il costrutto delle intenzioni proprio come intenzioni; costruiscono il costrutto della coscienza proprio come coscienza.” 

Inoltre, Nel Pālileyyasutta (SN22.81), il Buddha definisce il saṅkhāra come il considerare (samanupassana) i cinque aggregati come: “ciò e mio”, ciò sono io, ciò è il mio se.” Così, la nascita è il prodotto (saṅkhāta) del considerare (samanupassana) i cinque aggregati nei termini di mio, io, il mio sé. [1]

Ancora, nel Saṅkhatalakkhaṇasutta (AN 3.47) viene detto che tutto ciò che è prodotto (sankhatassa) ha tre lakkhana o caratteristiche: sorgere (uppādo), persistere mutando (ṭhitassa aññathattaṁ) e cessare (vayo). Queste tre caratteristiche corrispondono ai tre aspetti del senso di io-mio nato dalla personalizzazione (attabhava-upādāna): nascita, invecchiamento e morte, i quali non riguardano meramente il corpo-mente ma bensì il corpo mente personalizzato.

Si tratta perciò di un problema esistenziale, né solamente biologico né meramente mentale. Da questo punto di vista, sia la lettura letterale sostenuta dai tradizionalisti che quella “psicologica” dei modernisti appaiono limitate.

In merito all’ invecchiamento (jarā) è significativo quanto detto nell’Ariyapariyesanāsutta (Discorso sulla nobile ricerca, MN 26):

“E che cosa, monaci, è soggetto all’invecchiamento? Moglie e figli sono soggetti all’invecchiamento; schiavi e schiave sono soggetti all’invecchiamento; capre e pecore, polli e maiali, elefanti, bovini, cavalli e giumente sono soggetti all’invecchiamento; oro e argento sono soggetti all’invecchiamento.”

“Questi possedimenti sono soggetti all’invecchiamento. Eppure l’uomo comune, essendo egli stesso soggetto all’invecchiamento, legato a queste cose, infatuato da esse, attaccato ad esse, cerca ciò che è anch’esso soggetto all’invecchiamento.”

Questo passo mostra come il termine ‘invecchiamento’ sia un metonimo[2] per ‘mutamento’ (anicca) riferito a ciò che pensiamo di possedere e che consideriamo caro e prezioso, con tutto quello che ciò comporta in termini emotivi.

La nascita è da intendersi come nascita dell’ Io sono; la morte è il cessare di quel “io sono” particolare; il persistere nel mutamento, ciò che nei sutta è definito “invecchiamento”, è lo sconvolgente palesarsi della mutevolezza dell’ esperienza.

Perciò nel Dhammapada disse:

“l’attenzione è la via del “senza morte”;
chi è attento non muore mai,
mentre chi è distratto è di fatto già morto.”

(Appamādavagga, 21)

Queste parole hanno un chiaro valore allegorico, dato che anche il Buddha e gli arahant, individui sempre attenti per definizione (sado sato), essendo nati sono soggetti all’ invecchiamento e alla morte, senza che questo produca attaccamento, agitazione e quindi, dukkha..

“Il Tathāgatha, monaci, è un arahant, completamente risvegliato; ascoltate, monaci; Il senza morte è stato raggiunto; ora vi istruirò”[3].

Lo stato del senza morte (amatam) a cui fa riferimento questo versetto del Dhammapada, è precisamente “la liberazione della mente tramite il non attaccamento.” [4] Ed è proprio il superamento di nascita, invecchiamento e morte nel qui e ora l’obiettivo della predicazione del Buddha:

A questo proposito, scrive Wettimunny:

“L’esperienza dell’Arahant vivente è detta ‘senza nascita’, ‘senza invecchiamento’ e ‘senza morte’; ciò è dovuto al fatto che qualunque soggettività, -l’essere, ‘io’ o ‘sé’- alla quale le nozioni di nascita, invecchiamento e morte si riferiscono, è stata completamente sradicata.”

NOTE

1.Cfr. Dhātuvibhaṅgasutta (Majjhima Nikāya 140) : “Monaci ‘Io sono’ è un concetto; ‘Io sono questo’ è un concetto; ‘Io sarò’ è un concetto; ‘Io non sarò’ è un concetto; ‘Io avrò una forma’ è un concetto; ‘Io sarò senza forma’ è un concetto; ‘Io avrò percezione’ è un concetto; “Io sarò non percettivo” è un concetto; “Io sarò né percettivo né non percettivo” è un concetto. Il concetto è una malattia, il concetto è un tumore, il concetto è un dardo. Superando tutti i concetti, monaco, uno è detto saggio, in pace. E il saggio in pace non nasce, non invecchia, non muore; non è turbato e non desidera. Poiché in lui non c’è nulla per cui possa nascere. Non essendo nato, come potrebbe invecchiare? Non invecchiando, come potrebbe morire? Non morendo, come potrebbe essere turbato? Non essendo turbato, perché dovrebbe desiderare?

2. Il termine metonimo si riferisce sia al vocabolo che viene utilizzato in sostituzione di un altro (attraverso la figura retorica della metonimia), sia al nome proprio che viene assunto per metonomasia. L’uso del metonimo (dal greco “scambio di nome”) avviene sfruttando una relazione di vicinanza logica o materiale tra le due parole. I casi più comuni includono l’uso del contenente per il contenuto, dell’autore per l’opera o della marca per il prodotto. (Dal web)

3.Vinaya Pitaka, Mahāvagga I, Pancavaggiyakathā.

4. «Etam amatam anupadā cittassa’vimokkho.» (MN 106).

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