Karma e Rinascita

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Secondo il Buddha, il continuo processo di nascere, morire e rinascere, che egli chiama saṁsāra, ĆØ irto di dolore e sofferenza. Anche se in questa vita fossimo in grado di evitare tutto il dolore e l’angoscia a cui l’esistenza incarnata ĆØ soggetta, non c’ĆØ garanzia che saremo in grado di evitarlo nella prossima. Perciò l’obiettivo finale dell’insegnamento del Buddha ĆØ smettere di rinascere.

Ci sono tre idee su ciò che accade dopo la morte. Il materialismo sostiene che cessiamo di esistere. Le principali religioni teistiche sostengono che andremo in paradiso o in dannazione eterna, a seconda delle nostre convinzioni e/o delle nostre azioni. Il Buddhismo, il Giainismo, alcune versioni dell’induismo e diverse religioni e movimenti spirituali minori affermano che alla morte ci reincarniamo o, per usare il gergo buddhista, rinasciamo. I termini usati dal Buddha per indicare la rinascita sono Ā«ridiventareĀ» (punabbhava, D.II,15), Ā«passare di grembo in gremboĀ» (gabbhā gabbhaṁ, Sn.278), o talvolta Ā«esistenza dopo esistenzaĀ» (bhavābhavaṁ, A.III,69; Sn.1060).

Come per il kamma, l’idea di rinascita o reincarnazione non era molto diffusa all’epoca del Buddha. I Veda non ne fanno menzione, cosƬ come la maggior parte delle prime Upaniį¹£ad. La TaittirÄ«ya Upaniį¹£ad, ad esempio, insegna che Ā«dopo essersi allontanato da questo mondo il suo sĆ© diventa cibo, il principio della vita, la mente-comprensione o beatitudineĀ» (Tai.3.10.5).

L’idea della rinascita sembra essere stata diffusa soprattutto tra alcuni insegnanti non ortodossi, anche se altri hanno rifiutato l’idea a favore del materialismo o del teismo. Oltre a conferire un valore morale alle nostre azioni e a condizionare la qualitĆ  della nostra esperienza, l’altro effetto importante del kamma ĆØ quello di produrre il rinascere. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che il kamma ĆØ di due tipi: positivo o negativo. Da un altro punto di vista, tutto il kamma ĆØ negativo in quanto conduce al rinascere. Al livello più profondo, tutte le nostre azioni intenzionali sono radicate nell’aggrapparsi e nel desiderio (upādāna e taṇhā) e quindi il kamma equivale al desiderio.

Il desiderio crea l’energia che ci costringe e ci spinge verso una nuova vita. Il kamma ci fa vivere una successione di vite, proprio come il cibo materiale ci fa vivere la vita attuale.

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Secondo il Buddha, si può dire che la morte ĆØ avvenuta quando la vitalitĆ  (āyu), il calore (usmā) e la coscienza (viññāṇa) lasciano il corpo. Le condizioni necessarie affinchĆ© la rinascita abbia luogo sono il coito dei genitori (sannipatita), la fertilitĆ  della madre (utunÄ«) e la presenza della coscienza che deve rinascere (gandhabba). Questa coscienza Ā«si muove verso l’altoĀ» (uddhagāmi), per poi Ā«discendereĀ» (avakkanti) inconsciamente (asampajāƱa) nell’ovulo appena fecondato della madre (D.III,103; S.V,370), e Ā«depositndosi (okkamissathā, D.II,63) nell’uteroĀ». Queste descrizioni spaziali sono probabilmente solo metaforiche.

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Man mano che la pratica del Dhamma matura, una persona impara gradualmente a distaccarsi dal contatto (phassa), ossia dalle varie esperienze piacevoli e spiacevoli che la colpiscono nel normale processo di vita. Nelle prime fasi della pratica spirituale, il proteggere le porte dei sensi (indriya-saṁvara), la disciplina morale (sÄ«la) e l’attenzione consapevole (sati) sono utili per migliorare il distacco.

Ma anche se una persona ĆØ serena al momento della morte e apparentemente priva di ansia, paura o apparente attaccamento o desiderio, sarĆ  comunque soggetto al rinascere. Questo perchĆ© al livello più profondo, potremmo dire a livello inconscio, il desiderio residuo e la propensione al desiderio sono ancora presenti. Il Buddha ha descritto il desiderio che si manifesta talvolta come l’afflizione del piacere (kāmāsava), di essere (bhavāsava) e del non sapere (avijjāsava). A volte si parla anche di brama per la non-esistenza (vibhavāsava), cioĆØ l’annichilimento.

In definitiva, ĆØ vedendo l’inutilitĆ  di essere continuamente spinti da questa esperienza desiderabile, di allontanarsi da quella indesiderabile, di desiderare costantemente in cerca di un contatto sempre più intenso e nuovo e delle sensazioni che ne derivano, che si arriva al completo distacco.

Solo quando si raggiunge il risveglio o la libertĆ  (bodhi o vimutti) si vede e si riesce a neutralizzare la propensione al desiderio. Il Buddha paragonò la brama a dei semi (bÄ«ja) che possono rimanere dormienti per un lungo periodo, ma che germogliano e prendono vita nelle giuste condizioni. L’intuizione di una persona risvegliata ha distrutto anche i più piccoli semi di questa brama e quindi non rinasce più. Non reagisce più, agisce e basta, senza desiderio, ego o interesse personale; egli ha Ā«fatto ciò che doveva essere fattoĀ». Essendo privo di desiderio, non crea più kamma e quindi, quando la vita finisce, non rinasce più, raggiungendo il nirvana.

L’ovvia domanda successiva ĆØ: Ā«Che cosa o dove si trova il nibbāna?Ā». Rispondere a questa domanda richiederebbe un altro libro. Nel frattempo sarĆ  sufficiente citare il Buddha: Ā«Il nibbāna ĆØ la felicitĆ  più altaĀ».

ƈ interessante notare che, mentre la persona risvegliata non produce alcun nuovo kamma, nĆ© positivo nĆ© negativo, ĆØ ancora in grado di sperimentare il vipāka di qualsiasi kamma commesso in precedenza; quello che potrebbe essere chiamato vipāka residuo. Tuttavia, nel periodo che precede l’esperienza del risveglio ĆØ improbabile che egli abbiano compiuto alcun kamma il cui vipāka sarebbe stato spiacevole, perchĆ© mentre sviluppava saggezza e distacco ha anche sviluppato certi stati positivi, in particolare amore, gentilezza, empatia e compassione.

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Esaminiamo ora alcuni sviluppi della dottrina del Buddha sul kamma e sulla rinascita che potrebbero distorcerli piuttosto che essere in armonia con essi. Mentre il Buddha intendeva la mente come un Ā«flussoĀ» o Ā«correnteĀ» di eventi mentali (viññāṇasota), i pensatori successivi ipotizzarono che fosse in realtĆ  una serie di singoli momenti di pensiero (cittavÄ«thi) che sorgono e passano con grande rapiditĆ .

Più tardi si sviluppò la teoria secondo cui l’ultimo di questi momenti di pensiero (cuticitta) prima della morte di una persona non condiziona, ma determina la sua vita successiva. La teoria dell’importanza dell’ultimo momento di pensiero non ĆØ menzionata in nessuno dei discorsi del Buddha e nemmeno nel successivo Abhidhamma Piį¹­aka. Il Tipiį¹­aka riporta molte occasioni in cui il Buddha consigliò persone che stavano morendo o erano gravemente malate, eppure non espresse mai la teoria dell’ultimo momento di pensiero, nel momento più appropriato per farlo, si potrebbe pensare.

In una certa occasione, Mahānāma confidò al Buddha la sua ansia di morire in un momento in cui la sua mente era confusa e disorientata (musati), pensando che avrebbe potuto avere una rinascita negativa. Il Buddha lo rassicurò che, avendo sviluppato a lungo varie qualitĆ  spirituali, non aveva nulla da temere se fosse accaduto un fatto del genere. (40) (S.V,369). La teoria dell’importanza del presunto momento del pensiero appare per la prima volta, in forma non sviluppata, nel MilindapaƱha (circa I secolo a.C./II secolo d.C.), che dice: Ā«Se qualcuno facesse cose poco abili per cento anni, ma al momento della morte si ricordasse per un solo istante del Buddha, rinascerebbe tra gli dĆØi.Ā» (Mil.80). Al momento della composizione del Visuddhimagga (V secolo d.C.), questa idea era giĆ  stata elaborata in dettaglio e considerata ortodossa nel Theravāda (Vism.458-60).

Tuttavia, oltre a non essere stata insegnata dal Buddha, la teoria secondo cui l’ultimo momento del pensiero ĆØ il fattore decisivo per le circostanze della vita successiva presenta vari problemi filosofici, etici e logici. Una persona che ha vissuto una vita relativamente buona, ma nell’ansia e nella confusione che precedono la morte avesse dei pensieri negativi, secondo questa teoria avrebbe una rinascita negativa. Allo stesso modo, una persona potrebbe aver vissuto una vita immorale e dissoluta, ma morire serenamente e in pace e quindi avere una rinascita vantaggiosa.

Questa idea contraddice l’intera idea di kamma, l’insegnamento secondo cui la somma dei nostri pensieri, parole e azioni intenzionali condiziona il nostro futuro, sia in questa vita che nella prossima. Inoltre, ĆØ molto difficile capire come solo uno o due momenti di pensiero, ciascuno dei quali presumibilmente della durata di un millisecondo (khaṇa), possano annullare forse molti anni di pensieri, discorsi e azioni buoni o cattivi. Questa teoria, inoltre, non tiene conto della causalitĆ . Se tutto ĆØ condizionato, e il Buddha ha insegnato che lo ĆØ, allora l’ultimo momento di pensiero deve essere condizionato dal secondo ultimo momento di pensiero, che a sua volta deve essere condizionato dal terzo ultimo momento di pensiero, ecc.

Ciò significa che ciò che pensiamo, diciamo e facciamo in questo momento avrĆ  un impatto su ciò che ĆØ nella nostra mente al momento della morte. Pertanto, porre eccessiva enfasi sulla nozione dell’ultimo istante di pensiero significa attribuire un significato esagerato all’effetto e trascurare la causa o le cause, cioĆØ š™žš™” š™¢š™¤š™™š™¤ š™žš™£ š™˜š™Ŗš™ž š™Øš™ž š™«š™žš™«š™š š™¦š™Ŗš™ž š™š š™¤š™§š™–.

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