BUDDHISMO E ISLAM IN OCCIDENTE
Due realtà a confronto
A cura di Gruppo Buddhista Dhammadāna

Negli anni settanta, il Lama tibetano Tubten Yeshe teorizzò la creazione di un “buddhismo spaghetti”, una cultura dharmica che fosse in armonia con la nostra società moderna. Cinquant’anni dopo, il Buddhismo in occidente ha assunto forme nuove e molteplici, differenti da quelle sviluppatesi nei secoli in oriente. Ma al contrario di quanto accade nei paesi tradizionalmente buddhisti, il Buddhismo che circola nell’occidente globale è spesso psicologizzato (mindfulness, gestione dello stress), “privatizzato” (pratica interiore, niente comunità vincolante), de-eticizzato ( poca disciplina, niente precetti stringenti), e de-storicizzato (fuori dal contesto monastico, sociale, rituale).
In breve, un Buddhismo compatibile col neoliberismo e con l’individualismo dominante nella società contemporanea. In Occidente, il Buddha diventa quasi uno coach ante litteram. Il Saṅgha persiste solo a livello ideale. La rinuncia diventa “minimalismo”. La fiducia nei tre Gioielli ( saddhā) spesso e volentieri ignorata. Questo è un Buddhismo selezionato, non falso, ma parziale. Ma perché invece l’Islam non è “addomesticabile” allo stesso modo? A nostro giudizio, l’Islam resiste a questa operazione per almeno tre ragioni strutturali:
1) È intrinsecamente pubblico, politico, nel senso più vero del termine, ha preghiere collettive, tempi condivisi, segni visibili (moschee, velo, halal),non resta facilmente confinabile nella “sfera privata”.
2) È normativo. L’islam non dice solo “come meditare”, ma cosa mangiare, come pregare, come vivere il tempo, come organizzare la comunità. Questo manda in crisi un Occidente che tollera solo spiritualità non vincolanti.
3) È comunitario, etnico, identitario. Il “noi” islamico è forte. L’Occidente contemporaneo è fondato sull’io. Quando una tradizione non accetta di ridursi a scelta individuale, diventa minacciosa.
In tutto questo, c’è un grande paradosso: il Buddhismo stile orientale farebbe paura quanto l’islam se l’Occidente prendesse sul serio il vinaya, la rinuncia, la critica del desiderio, la dissoluzione dell’ego. Ma tutto questo viene, ignorato, reso esotico, confinato nei monasteri “lontani”, mentre l’islam è qui, nel quartiere, nella scuola, nello spazio pubblico.

Tutto corretto. Vorrei condividere un episodio che ho vissuto. Ero per lavoro in Indonesia, tempo di Ramadan. Da varie situazioni (sonno, fame e sete) che riguardavano un ragazzo del posto che lavorava con noi, si capiva che forse avrebbe fatto volentieri a meno di tutto ciò pur serbando la fede nel suo dio. Invitato a dirgli se fosse possibile astenersi dall’osservazione quotidiana delle norme, anche solo per un giorno, ci disse che a quel punto lui è i suoi familiari sarebbero stati additati dal resto della comunità. Ecco, io credo che il lato oscuro delle religioni “comunitarie” sia questo. Vale per il cattolicesimo, anche se ora non è più così, quand’ero ragazzo sarebbe stato disdicevole non andare alla messa della domenica. E per quanto ne ho esperienza, ciò vale anche per il mondo evangelista. Penso che nei paesi in cui il Buddhismo è la religione più diffusa avvenga lo stesso una sorta di trasfigurazione della stessa in una specie di identità nazionale e di comunità. Ed in quanto identitario, penso che un pò cozzi con il concetto di Anatta.
grazie.
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Grazie per la tua testimonianza Alessandro! I effetti, il buddhismo nei paesi asiatici è un elemento fondamentale nella costruzione dell’identità nazionale , e , di riflesso, del singolo individuo.
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