Esperienza e Identità: nāmarūpa


“Nella cognizione non designante, non limitata, completamente luminosa:
lì acqua e terra, fuoco e vento non trovano più appiglio;
lì lungo e corto, stretto e largo, bello e brutto,

nāma e rūpa
si dissolvono senza residuo.
Con la cessazione della coscienza,
a tutto ciò si pone fine.”

(Kevaṭṭasutta, DN 11)

Esperienza e Identità

In questo post cercheremo di spiegare in parole semplici cosa sia il nāmarūpa di cui si parla nell’ insegnamento sull’origine co-dipendente. Partiamo dalle basi: nel gergo del buddhismo, il paticcasamuppāda è il processo di creazione del sé illusorio che conduce all’ esperienza del dukkha o sofferenza.

DAL RITUALE ALL’ATTUALE

Secondo la Prof. Joanna Jurewicz*, il paticcasamuppāda rappresenterebbe, almeno in parte, una risposta del Buddha al mito della creazione contenuto nei veda, secondo cui Prajāpati, il dio creatore del brahmanesimo, generò se stesso (ātmānam) nella forma di un individuo (purusavidha) attraverso il potere creativo del desiderare (saṅkhāra , “fare assieme”), da uno stato in cui non vi era né esistenza né non esistenza ( l’ avijjā, ignoranza o incoscienza nello schema del Buddha).

Il desiderio di conoscenza di qualcosa oltre la propria individualità spinse poi Prajāpati a generare suo figlio Agni, il dio del fuoco. Ciò portò alla divisione fra soggetto che conosce (ātman) e oggetto della conoscenza. Ciò che opera tale distinzione è la coscienza appetitiva (viññāna) .

Per Jurewicz, nāmarūpa era in origine l’atto rituale in cui un padre conferiva una identità o nome al proprio figlio portandolo fuori dal caos privo di forma e identità. Questo è ciò che fa Prajāpati nell’ atto finale nel mito della creazione, scindendo se stesso in una miriade di parti per creare l’universo e i suoi abitanti.

Visto in questa ottica, Il nāmarūpa è sia l’esistenza che si fa individualità concreta che gli enti esterni a cui viene attribuito un nome (nāma) sulla base dell’ apparenza (rūpa). Per questo nei sutta il Buddha parla di un nāmarūpa interno e uno esterno: l’esperienza di una individualità in relazione a ciò che percepisce al di fuori di sé; la creazione del senso di sé plasmato dall’ incontro -scontro con il mondo fenomenico attraverso i sensi ( Cfr. Majjhima Nikaya 1).

NĀMARŪPA

Il termine composto nāmarūpa (“psicosoma” ,”nome e forma”, “identità e immagine”) indica l’insieme degli elementi mentali e materiali che insieme alla cognizione (viññāṇa) formano la base dell’esperienza soggettiva. Il Paṭiccasamuppāda-vibhaṅga Sutta sintetizza così il concetto di nāmarūpa:

“Sensazione, riconoscimento, intenzioni, impressione e attenzione: questo, o monaci, è chiamato ‘nome’; i quattro elementi fondamentali e la forma derivata dall’aggrapparsi a essi: questo è chiamato ‘forma’.”

Rūpa può essere tradotto, a seconda del contesto, come “oggetto”, “forma”, “materia”, “immagine” o semplicemente “corpo”. Il sostantivo rūpa deriva dal verbo ruppati, “deteriorarsi” (cfr. latino rumpo). Questa sfumatura etimologica si perde spesso nelle traduzioni:

“Ruppatīti kho, bhikkhave, tasmā ‘rūpan’ti vuccati.”
“Si deteriora, o monaci: per questo è chiamato rūpa.”
(Khajjanīya Sutta, SN 22.79)

Ogni oggetto manifesta quattro caratteristiche fondamentali (mahābhūtāni): Paṭhavī (terra): inerzia o resistenza (paṭigha); Āpo (acqua): coesione; Tejo (fuoco): calore; Vāyo (vento): movimento.

D’ltro canto, nāma (“nome”, dal verbo namati, “inclinare”) è composto dall’insieme dei processi mentali coinvolti nella designazione degli oggetti: impressione (phassa), sensazione (vedanā), riconoscimento (saññā), intenzione (cetanā) e attenzione (manasikāra). Nell’esperienza concreta, a ogni evento esperienziale si manifesta la cognizione. Dalla presenza simultanea di oggetto e cognizione, e con il supporto dell’attenzione, sorge l’impressione (phassa), cioè il contatto tra soggetto cosciente e oggetto. Da questo contatto emergono sensazione, riconoscimento e intenzione: ovvero la risposta basata sul significato attribuito all’oggetto esperito.

LA NATURA INTERDIPENDENTE DI NĀMARŪPA

Tutti questi fattori esistono solo in una relazione di mutua dipendenza:

“Come due fasci di canne che si sostengono a vicenda, così nāmarūpa è condizione per viññāṇa e viññāṇa è condizione per nāmarūpa. Nāmarūpa è condizione per le sei sfere, le sei sfere sono condizione per l’impressione… È così che tutta questa massa di sofferenza giunge a manifestarsi.”

(Naḷakalāpi Sutta, SN 12.67)

Il Ven. Bhante Punnaji definisce la cognizione come l’atto del conoscere. Ciò che viene conosciuto è l’oggetto, o più precisamente la sua immagine mentale (rūpa, “ciò che appare”), alla quale viene associato un nome (nāma):

“La coscienza (viññāṇa) e nāmarūpa dipendono l’una dall’altro. Senza coscienza non c’è esperienza di nāmarūpa, e senza nāmarūpa non c’è coscienza dell’oggetto.” […] “La forma (rūpa) è ciò che viene percepito attraverso i sensi. Ma ciò che viene percepito non ha significato finché la mente non lo interpreta. Questa interpretazione è nāma. Così, ciò che sperimentiamo non è semplicemente la forma, ma nāmarūpa — forma interpretata dalla mente.” […] “Non reagiamo alla realtà così com’è, ma alla realtà come viene interpretata. L’eccitazione, la paura, l’odio e l’attaccamento non sorgono dalla forma stessa, ma dal significato attribuito alla forma.” […] “Quando vediamo una donna, ciò che è realmente visto è soltanto una forma e un colore. L’idea ‘bella donna’ è un’interpretazione mentale. L’emozione nasce da questa interpretazione.”

Sempre secondo Punnaji “Quando percepiamo un oggetto attraverso la vista, ciò che viene recepito è semplicemente la luce riflessa dall’oggetto, che entra nell’occhio e stimola la retina. I segnali vengono trasmessi al cervello attraverso i nervi ottici e lì elaborati, dando origine a un’immagine mentale dell’oggetto: questa è l’esperienza del “vedere”. Tale processo costruttivo è chiamato saṅkhāra: esso produce la cognizione (viññāṇa) sotto forma di immagine mentale (rūpa), che identifichiamo attribuendole un nome (nāma).

Inoltre, Bhikkhu Bodhi osserva che “Una differenza nella sensazione può determinare se una persona venga percepita come amica o nemica; una differenza nella percezione può farci considerare un frutto maturo o acerbo; una differenza nell’intenzione può portare a vedere una tavola come una futura porta o una futura scrivania; una differenza nell’attenzione può far apparire un oggetto lontano in movimento o immobile. Quando la designazione viene attribuita all’oggetto, si realizza l’unione tra la coscienza che designa e l’oggetto designato.

NĀMARŪPA E IL VORTICE DEL DIVENIRE

Nel Mahānidāna Sutta è spiegato che la combinazione di fattori nominali, rūpa e cognizione fornisce la base per l’esistenza samsārica caratterizzata dal dukkkha:

“In questo modo, Ānanda, esistono nascita, decadimento, morte, trapasso e riapparizione; che esiste un viatico per la designazione (adhivacana), la descrizione (nirutti) e la manifestazione (paññatti); che esiste la sfera del discernimento (paññā), capace di rendere manifesto questo stato dell’essere. Ed è così che il ciclo continua a vorticare: con nāmarūpa e viññāṇa che scorrono insieme, sostenendosi reciprocamente.”

INTERNO ED ESTERNO

In che modo tutto ciò si ricollega alla pratica di meditazione? Secondo il Bālapaṇḍitasutta (Saṁyutta Nikāya 12.19), oltre al nāmarūpa interno, vi è un nāmarūpa esterno, il conosciuto, percepito come esterno a sé dalla coscienza percipiente:

“Esiste questo corpo e questo nome e forma esteriori: così vi è una diade. Dipendente dalla diade vi è l’impressione. Così sì vi sono le sei basi sensoriali, attraverso le quali – o attraverso una certa di esse – lo stolto e il saggio sperimentano piacere e dolore.

I primi quattro fattori del processo (ignoranza, determinanti, cognizione e nome & forma) determinano l’identità o soggettività egoica latente (Io); le sei basi sensoriali permettono a questo Io latente, simile al corpo nascosto di un iceberg, di emergere e interagire con il mondo circostante, con ciò che è “altro da me” (nāmarūpa esterno) ; la fase successiva, dall’impressione (phassa) in poi, innesca lo scontro tra l’Io e il mondo, e la conseguente reazione emotiva (sentire, desiderio, appropriazione/personalizzazione) che maturano nell’identificazione dell’Io con l’esperienza (bhava, “Io-sono questo”) in relazione al passato (nascita) al presente (decadimento**) e al futuro (morte).

IL RUOLO DEL SAMĀDHI

D’altro canto, consapevolezza, chiaro riconoscimento e samādhi, interrompendo il processo nella fase del sentire, impediscono l’instaurarsi del desiderio, dell’appropriazione e dell’identificazione. Ed è a tutto ciò che i versi dal Kevaṭṭasutta citati in apertura di questo post alludono. Questa modalità di pratica è descritta nel Mahātaṇhāsaṅkhayasutta (Majjhima Nikāya 38):

“Avendo così abbandonato i cinque ostacoli, imperfezioni della mente che indeboliscono la saggezza, ben distaccato dai piaceri sensuali, distaccato dagli stati malsani, egli entra e dimora nel primo jhāna… Con il placarsi del pensiero applicato e sostenuto, egli entra e dimora nel secondo jhāna… Con il venir meno anche dell’estasi… egli entra e dimora nel terzo jhāna… Con l’abbandono del piacere e del dolore… egli entra e dimora nel quarto jhāna… che è né-dolore-né-piacere e purezza della consapevolezza dovuta all’equanimità.”

“Quando vede una forma con gli occhi, non la brama se è piacevole; non la disprezza se è sgradevole. Rimane con la consapevolezza del corpo ben radicata, con una mente non ostacolata, e comprende così com’è realmente la liberazione della mente e la liberazione mediante la saggezza, in cui quegli stati mentali negativi e malsani cessano senza lasciare traccia. Avendo così abbandonato il favore e l’opposizione, qualunque sensazione provi, sia essa piacevole, dolorosa o né dolorosa né piacevole, non si diletta in quella sensazione, non la accoglie, né vi rimane attaccato. Poiché non lo fa, in lui cessa il diletto nelle sensazioni. Con la cessazione del piacere viene la cessazione dell’attaccamento; con la cessazione dell’appropriazione, la cessazione dell’esistenza; con la cessazione dell’esistenza, la cessazione della nascita; con la cessazione della nascita, cessano l’invecchiamento e la morte, il dolore, il lamento, la sofferenza, l’afflizione e la disperazione. Tale è la cessazione di tutta questa massa di sofferenza.”

E ancora, dal Dhātuvibhaṅgasutta (Majjhima Nikāya 140)

“Un tempo, quando era nell’ignoranza, provava cupidigia, desiderio e lussuria; ora li ha abbandonati, li ha sradicati, li ha ridotti a un ceppo di palma, li ha eliminati in modo che non possano più manifestarsi in futuro. In passato, quando era nell’ignoranza, provava rabbia, ostilità e odio; ora li ha abbandonati, li ha recisi alla radice, li ha resi simili a un ceppo di palma, li ha eliminati in modo che non siano più soggetti a sorgere in futuro. In passato, quando era ignorante, provava ignoranza e illusione; ora le ha abbandonate, le ha recise alla radice, le ha rese simili a un ceppo di palma, le ha eliminate in modo che non siano più soggette a sorgere in futuro. Pertanto un monaco che possiede questa pace possiede il fondamento supremo della pace. Poiché questa, monaci, è la suprema nobile pace, vale a dire la pacificazione della bramosia, dell’odio e dell’ignoranza. […]

“Monaci ‘Io sono’ è un concetto***; ‘Io sono questo’ è un concetto; ‘Io sarò’ è un concetto; ‘Io non sarò’ è un concetto; ‘Io avrò una forma’ è un concetto; ‘Io sarò senza forma’ è un concetto; ‘Io avrò percezione’ è un concetto; “Io sarò non percettivo” è un concetto; “Io sarò né percettivo né non percettivo” è un concetto. Il concetto è una malattia, il concetto è un tumore, il concetto è un dardo. Superando tutti i concetti, monaco, si è chiamati saggi in pace. E il saggio in pace non nasce, non invecchia, non muore; non è turbato e non desidera. Poiché in lui non c’è nulla per cui possa nascere. Non essendo nato, come potrebbe invecchiare? Non invecchiando, come potrebbe morire? Non morendo, come potrebbe essere turbato? Non essendo turbato, perché dovrebbe desiderare?

* Joanna Jurewicz, Playing With Fire, Joiournal of the Pāli Text Society, 2000
** Parleremo del significato del termine ‘decadimento’ in un altro momento.
*** Un conetto o etichetta concettuale con un referente, i cinque aggregati considerati come “io , me, me stesso”.

Lascia un commento

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑