
Nei post precedenti abbiamo analizzato la struttura del condizionamento e la genesi del sé apparente. Oggi parleremo di come lavorare direttamente sul processo di origine dipendente del dukkha ( paticcasamuppāda).
È possibile contemplare l’origine dipendente a partire dalle sensazioni (vedanā); il paticcasamuppāda non è solo una dottrina da comprendere concettualmente, ma un processo da osservare direttamente nell’esperienza.
Nei discorsi il Buddha indica spesso una via pratica e accessibile: partire da ciò che è immediato, evidente, presente qui e ora. ( Cfr. Bhadraka sutta).
Le sensazioni (vedanā) sono uno dei punti privilegiati di questa contemplazione.Ogni esperienza cosciente è accompagnata da una sensazione: piacevole, spiacevole o neutra. Non possiamo evitarlo. Ciò che invece possiamo osservare è come da una sensazione sorga altro. Quando una sensazione piacevole è presente, tende spontaneamente a sorgere il desiderio di prolungarla; quando è spiacevole, il desiderio di liberarsene; quando è neutra, spesso subentra distrazione o indifferenza. Il passaggio da vedanā a taṇhā (brama) – è uno snodo centrale dell’origine dipendente.
La pratica inizia osservando con attenzione alle sensazioni così come sono. In meditazione, invece di seguire la strada della personalizzazione delle sensazioni, si contempla nei termini di : “c’è la sensazione piacevole”, “c’è la sensazione spiacevole”. In questo modo si rende visibile ciò che normalmente avviene troppo in fretta per essere visto: la nascita automatica della reazione emotiva ( tanhā) .
Quando la sensazione è vista chiaramente come condizionata e impermanente, il meccanismo può essere interrotto, per lo meno temporaneamente. Si comprende per esperienza diretta che la sensazione non “chiede” nulla: non siamo obbligati a desiderare o respingere. È solo una condizione sorta per cause (contatto, coscienza, basi sensoriali ) e destinata a cessare. Meditando in questo modo, l’origine dipendente smette di essere una catena astratta, un intrigante rompicapo per studiosi di filosofie esotiche e diventa un processo osservabile.
Da questa osservazione si può estendere la contemplazione all’indietro e in avanti. All’indietro: vedanā dipende dal contatto (phassa), il contatto dalle sei basi sensoriali, le basi dalla mente-corpo (nāma-rūpa), e così via, oppure in avanti: se non sorge brama, non si stabilisce l’attaccamento (upādāna); senza attaccamento, l’ essere (bhava) perde forza; e ciò che chiamiamo “io” ( identità del soggetto con l’esperienza) non si ricostruisce continuamente. Parleremo dell’ anello della ‘nascita’ in un prossimo post.
È importante notare che nel Satipatthāna, il Buddha non propone di eliminare le sensazioni o le emozioni, ma di conoscerle pienamente. La liberazione non avviene reprimendo , bensì eliminando l’ignoranza che la accompagna. Quando una sensazione è vista con saggezza (paññā), non diventa più carburante per la sofferenza.
In questo senso, contemplare l’origine dipendente a partire dalle vedanā è una pratica profondamente realistica. Non richiede teorie metafisiche né ricostruzioni cosmologiche: richiede attenzione, onestà e continuità. Ogni momento di esperienza diventa un laboratorio in cui si vede sorgere e cessare il mondo della sofferenza – e, insieme, la possibilità della sua cessazione.
Lo strumento per osservare il processo del condizionamento sono proprio i quattro fondamenti della consapevolezza: l’attenzione e la chiara comprensione dirette al corpo, alle sensazioni, alla mente e agli oggetti dell’ esperienza ( dhammā). Osservando con attenzione lo schema dei quattro fondamenti diventa evidente come questi si sovrappongano perfettamente agli elementi del paticcasamuppāda. L’uno è lo strumento per comprendere e disinnescare l’altro.
Tramite la pratica della consapevolezza coltiviamo l’equanimità del samādhi, gli ultimi due fattori del risveglio; samādhi ed equanimità forniscono una piattaforma ideale per vanificare l’evolversi del paticcasamuppāda senza bisogno di reprimere l’esperienza. Questo stato di cose è esposto nel Mahātanhāsankhaya, sutta numero 38 del Majjhima Nikāya.
“Avendo abbandonato questi cinque ostacoli, imperfezioni della mente che indeboliscono la saggezza, completamente isolato dai piaceri sensuali, isolato dagli stati malsani, egli entra e dimora nel primo jhāna… Con l’acquietamento del pensiero applicato e sostenuto, egli entra e dimora nel secondo jhāna… Con lo svanire anche del rapimento… egli entra e dimora nel terzo jhāna… Con l’abbandono del piacere e del dolore… egli entra e dimora nel quarto jhāna… che non ha né dolore né piacere e purezza di consapevolezza dovuta all’equanimità. “Vedendo una forma con gli occhi, non la desidera se è piacevole; non la detesta se è sgradevole. Dimora con la consapevolezza del corpo consolidata, con una mente incommensurabile, e comprende come realmente sia la liberazione della mente e la liberazione tramite la saggezza, in cui quegli stati malvagi e malsani cessano senza interruzione. Avendo così abbandonato il favorire e l’opporsi, sentendo qualsiasi cosa provi, sia essa piacevole o dolorosa o né dolorosa né piacevole, non si delizia in quella sensazione, non la accoglie né vi rimane attaccato. così facendo, il piacere delle sensazioni cessa in lui. “Sentendo un suono con l’orecchio… Annusando un odore con il naso… Assaporando un sapore con la lingua… Toccando un oggetto tangibile con il corpo… Conoscendo un oggetto mentale con la mente, non lo desidera se è piacevole; non lo detesta se è sgradevole… Con la cessazione del suo piacere giunge la cessazione dell’attaccamento; Con la cessazione dell’attaccamento, cessazione dell’essere; con la cessazione dell’essere, cessazione della nascita; con la cessazione della nascita, cessano l’invecchiamento e la morte, il dolore, il lamento, la sofferenza, l’angoscia e la disperazione. Tale è la cessazione di tutta questa massa di sofferenza.”
L’equanimità è l’applicazione pratica dell’ insegnamento teorico della via di mezzo, cardine della soteriologia buddhista.
Da questo punto di vista, risulta evidente che la pratica graduale dei quattro fondamenti della consapevolezza non è altro che un addestramento alla comprensione e abbandono delle cause del dukkha, come spiegato nell’ introduzione al Satipatthāna sutta stesso.
Letture consigliate:
• Practical dependent origination, Buddhadāsa Bhikkhu
• La consapevolezza del respiro, Buddhadāsa Bhikkhu, Ubaldini editore
• Samyutta Nikāya, Discorsi in Gruppi, Ubaldini editore

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