Sulla Meditazione di Mettā

Mettā (sanscrito: maitrī) ‘amichevolezza’, è uno stato mentale caratterizzato da benevolenza disinteressata, non inficiata dal mero interesse egoistico o dall’eros. Il Buddha indicò la mettā come l’antidoto naturale all’odio[1], una delle tre radici non salutari che ci legano al doloroso vortice del saṃsāra [2]. La coltivazione di Mettā si fonda sulla riduzione e sull’abbandono della tendenza ad alimentare sentimenti negativi come il risentimento, l’astio o il senso di colpa. Mettā conduce altresì a sviluppare gli aspetti positivi di gentilezza, amichevolezza ed empatia.  

I quattro incommensurabili

La pratica di mettā fa parte di un ciclo di pratiche note come i ‘quattro incommensurabili’ o ‘stati divini’ (brahmavihārā)[3]; oltre alla benevolenza, ne fanno parte karunā (compassione) mudita (gioia altruistica) e upekkha (equanimità). Mettā è il desiderio che gli altri siano felici; karunā è il desiderio che essi siano liberi dalla sofferenza; mudita è desiderare che non essi siano separati dalla gioia priva di dolore; upekkha è guardare alla felicità e alla sofferenza con imparzialità. Bhante Punnaji spiega in questo modo il rapporto tra questi quattro stati:

«Mettā è ampliare la mente, mentre karunā indica la misura del nostro interesse per il benessere degli altri esseri, un interesse che non fa distinzioni fra noi e gli altri; gli altri sono altrettanto importanti di noi; la mettā è come una madre che è interessata al benessere dei propri figli oltreché al proprio. Sviluppando questo modo di pensare, sviluppi karunā, che significa che il tuo egoismo si dissolve, e quando l’egoismo si dissolve, tu diventi gioioso Mudita è la gioia nata dall’assenza di egoismo; mudita non è un’emozione, ma uno stato mentale calmo e tranquillo. La mente è centrata all’interno e non distratta da quanto accade all’esterno, dalle lodi e dalle critiche, dai guadagni e dalle perdite, dalla fama e dall’infamia, dalla felicità e dal dolore. Così, la mente non è più disturbata, perché focalizzata all’interno, e diviene calma e tranquilla. Questo è upekkha, equanimità.»

La mettā e il Nobile Ottuplice Sentiero

I quattro incommensurabili sono organici al Nobile ottuplice sentiero, come mezzi per realizzare la giusta applicazione, la quale prevede l’abbandono degli stati non salutari e la coltivazione degli stati salutari. La giusta applicazione è a sua volta radicata nel giusto pensiero, che prescrive l’abbandono della malevolenza e della violenza. Vi è inoltre un chiaro legame tra la pratica degli incommensurabili e i fattori etici del sentiero: giusta parola, giusta azione e giusti stili di vita. Infine, la meditazione sui quattro incommensurabili è indicata per sviluppare il  giusto raccoglimento, l’ultimo elemento del Nobile ottuplice sentiero.

I sette fattori del risveglio

Inoltre, nel Mettāsahagata Sutta (SN 46.54), Il Buddha raccomanda di associare la pratica della benevolenza ai sette fattori che conducono al risveglio:

«Ecco, monaci, un monaco coltiva il fattore risvegliante della consapevolezza, dell’investigazione della realtà, dell’energia, della gioia, della calma, del raccoglimento e dell’equanimità congiuntamente all’amorevole gentilezza, sulla base dell’indipendenza (viveka), del distacco (virāga) e della cessazione (nirodha) culminanti nell’abbandono (vossagga).»

Coltivare la mettā secondo i sutta

L’Anuruddhasutta, (Majjhima Nikāya 127) propone due metodi per sviluppare la mettā e glia altri stati incommensurabili, chiamati rispettivamente appamāṇā cetovimutti, l’illimitata liberazione della mente e mahaggatā cetovimutti, la vasta liberazione della mente. Nel primo metodo, il praticante si esercita a irradiare la benevolenza e gli altri stati verso i quattro punti cardinali, indi, verso l’alto, il basso, in maniera trasversale e a tutto tondo. Nel secondo metodo, ci si esercita irradiando in maniera concentrica, dapprima verso ciò che ci è più vicino, fino ad estendere il campo della nostra attenzione benevola ai luoghi più distanti.

Come possiamo notare, il Buddha insegnò solamente a irradiare mettā agli esseri delle sei direzioni; nei sutta del Canone Pali non si fa accenno all’irradiare mettā a se stessi; inoltre, nel Tevijjasutta viene detto di irradiare pensieri di benevolenza verso le quattro direzioni cardinali più lo zenit e il nadir, e infine, verso tutti gli esseri, in qualunque luogo e in qualunque momento. Questa pratica è da svolgere dopo essere entrati nel primo jhāna. È inoltre interessante notare che nel Siṅgālasutta il Buddha associa alle sei direzioni cardinali sei tipologie di esseri:

“Costoro devono essere visti come le sei direzioni: I genitori come l’Est, gli insegnanti come il Sud, coniuge e figli come l’Ovest, amici e compagni come il Nord, lavoratori come il Nadir, monaci e bramani come lo Zenit.”

Nei commentari canonici

Il Paṭisambhidāmagga  elenca tre approcci alla meditazione sulla mettā:

«C’è una liberazione della mente tramite la mettā la quale è caratterizzata da un intento generico, una liberazione della mente tramite mettā caratterizzata da un intento specifico, e una liberazione della mente tramite mettā caratterizzata da un intento direzionato. La liberazione della mente tramite mettā con intento generico ha cinque aspetti; la liberazione della mente tramite mettā con intento specifico ha sette aspetti; liberazione della mente tramite mettā con intento direzionato ha dieci aspetti.»

1. I cinque aspetti della liberazione della mente tramite l’amorevole gentilezza con intento generico:

Possano tutti gli esseri dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutte le creature viventi dimorare libere dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano esse dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri già nati dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli individui dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutte le persone dimorare libere dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità.

2. I sette aspetti della liberazione della mente tramite l’amorevole gentilezza con intento specifico:

possano tutte le donne dimorare libere dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano esse dimorare nella felicità;

possano tutti gli uomini dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri [spiritualmente] nobili dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri non nobili dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri divini dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri umani dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli indigenti dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità.

3. I dieci aspetti della liberazione della mente tramite l’amorevole gentilezza con intento direzionato:

Possano tutti gli esseri che vivono ad est, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono ad ovest, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a nord, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a sud, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a nordest, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a sudest, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a nordovest, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono a sudovest, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono nella direzione dello zenit, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità;

possano tutti gli esseri che vivono nella direzione del nadir, dimorare liberi dall’inimicizia, dal risentimento, dall’angoscia, e possano essi dimorare nella felicità.

La pratica di mettā secondo il Visuddhimagga

Il Visuddhimagga, uno dei principali commentari della scuola Theravāda, propone un metodo graduale per lo sviluppo della benevolenza; contrariamente da quanto affermato nei sutta, questo testo consiglia di iniziare la pratica di questa meditazione rivolgendo pensieri di benevolenza a se stessi; la ragione addotta da Buddhaghosa è che non è possibile guardare con benevolenza al prossimo senza provare benevolenza verso se stessi. A supporto di questa idea, Buddhaghosa cita il seguente passo tratto dagli Udāna:

“Avendo esplorato con la mente tutte le direzioni, non ho trovato alcuno che sia amato più di se stessi; allo stesso modo, per gli altri, ognuno ha a cuore se stesso: chi ama se stesso non farebbe del male a un altro”. Ud. 5.1

Una volta sviluppato l’atteggiamento benevolo verso se stessi, sarà possibile ampliare la cerchia alle altre tipologie di persone nel seguente ordine:


1. Una persona che ispira in noi ammirazione;
2. Una persona amica;
3. Una persona neutra;
4. Una persona ostile, da considerare preventivamente con equanimità.

In riguardo a quest’ultimo punto, il praticante potrebbe trovare utile riflettere prima su quanto segue:

Nella nostra vita vi sono tre tipologie di individui: quelli che sentiamo come nostri amici, le persone indifferenti e infine le persone ostili; il praticante dovrebbe riflettere su come queste tre categorie siano legate al modo in cui le persone si comportano nei nostri riguardi. Riflettiamo su come le nozioni di amico, indifferente e nemico siano costrutti mentali soggettivi, suscettibili al mutamento: l’amico di oggi potrebbe trasformarsi in un nemico o in una persona indifferente domani; uno sconosciuto potrebbe diventare il nostro migliore amico o il peggior nemico in futuro. Il nostro nemico potrebbe diventare solo un ricordo, o chissà, un giorno potrebbe diventare il nostro miglior amico. Riflettiamo inoltre su come colui che consideriamo il nostro nemico sia in realtà una persona del tutto identica noi: proprio come noi, anche lui o lei desidera essere felice; proprio come noi, anche lui o lei teme la malattia, la perdita delle persone care e la morte; proprio come noi, anche il nostro nemico è soggetto alle molteplici sofferenze del samsāra; proprio come noi, anche lui o lei è soggetto alle afflizioni mentali; proprio come noi, anche il nostro nemico dovrà affrontare gli effetti delle proprie azioni, positive e negative. Riflettendo in questo modo, cerchiamo di sviluppare un atteggiamento equanime, base per la coltivazione della mettā.

Buddhaghosa sconsiglia inoltre ai principianti di meditare su questi sei tipi di persone:

1. La persona antipatica;
2. La persona molto amata e cara;
3. Una persona indifferente;
4. Una persona ostile;
5. Una persona del sesso opposto;
6. Una persona deceduta. 

Come abbiamo visto, nella meditazione di mettā esposta da Buddhaghosa il primo oggetto della nostra attenzione benevole siamo noi stessi; tuttavia il Buddha insegnò solamente a irradiare mettā agli esseri delle sei direzioni; nelle parole del Buddha non si fa accenno all’irradiare mettā a se stessi; ad esempio, nel Tevijjasutta viene detto di irradiare pensieri di benevolenza verso le quattro direzioni cardinali più lo zenit e il nadir, e infine, verso tutti gli esseri, in qualunque luogo e in qualunque momento. Questa pratica è da svolgere dopo essere entrati nella prima fase della meditazione jhāna. È inoltre interessante notare che nel Siṅgālasutta (DN31) il Buddha associa alle sei direzioni cardinali sei tipologie di esseri:

“Costoro devono essere visti come le sei direzioni: I genitori come l’Est, gli insegnanti come il Sud, coniuge e figli come l’Ovest, amici e compagni come il Nord, lavoratori come il Nadir, monaci e bramani come lo Zenit.”

Criticità della pratica di mettā

Paradossalmente, la pratica di mettā, il cui obiettivo è di sviluppare un atteggiamento più benevolo, può generare in alcune persone sentimenti diametralmente opposti a quelli prefissatisi. Non di rado praticanti hanno riferito di aver provato molta rabbia durante le sedute di meditazione sulla mettā. A questo proposito, il Ven. Ajahn Sumedho spiega:

«Insegnare mettā in maniera troppo sentimentale può, in realtà, incrementare la rabbia. Ricordo una donna a uno dei nostri ritiri: ogni volta che tentava di irradiare mettā verso i suoi genitori, andava su tutte le furie. Poi si sentiva in colpa. Questo succedeva perché usava solo il suo intelletto; voleva praticare mettā, ma emotivamente provava tutto eccetto quella. È importante capire questo conflitto tra intelletto e vita emotiva. Sappiamo nella nostra mente che dovremmo essere in grado di perdonare i nostri nemici e amare i nostri genitori;ma nei nostri cuori sentiamo: “Non potrò mai perdonarli per quello che hanno fatto”. A quel punto, o proviamo rabbia e risentimento o cominciamo a razionalizzare: “Perché i miei genitori erano così cattivi, così indifferenti, sgarbati. Mi hanno fatto soffrire così tanto che non posso perdonare o dimenticare”; oppure: “C’è qualcosa di sbagliato in me; sono una persona terribile perché non posso perdonare; se fossi una brava persona, sarei in grado di perdonare; dunque, devo essere proprio una cattiva persona”. Questi sono i conflitti che abbiamo tra intelletto ed emozioni. Quando non capiamo questa contrapposizione siamo confusi: sappiamo come dovremmo sentirci, ma in realtà non ci riusciamo. Intellettualmente, lo possiamo comprendere in un modo ideale. Nella mente possiamo creare immagini e percezioni straordinarie, ma la natura emotiva non è razionale: è una natura di sensazioni che non va assieme a ciò che è ragionevole, logico, sensato. Quindi, sul piano emotivo, dobbiamo capire come ci sentiamo realmente. Ho sperimentato che è di aiuto avere mettā verso la mia stessa emotività. Quando sentiamo che i nostri genitori non sono stati gentili e amorevoli nei nostri confronti, possiamo avere mettā verso ciò che proviamo nel cuore, non essere critici, ma avere pazienza, capire che è così che ci fa sentire e accettarlo. Allora è possibile risolvere quel sentimento; tuttavia, quando rimaniamo bloccati nella battaglia tra le nostre percezioni logiche e le nostre risposte emotive, siamo disorientati. Una volta iniziata ad accettare la mia negatività, invece di sopprimerla, la potei risolvere. Quando chiariamo qualcosa attraverso la consapevolezza, allora possiamo lasciarla andare e liberarci dal suo potere, non attraverso il rifiuto o la negazione, ma attraverso la comprensione e l’accettazione di quel particolare sentimento negativo. La risoluzione di un tale conflitto ci conduce a contemplare la natura della vita.»

I benefici comuni della mettā

Il Mettānisaṁsa Sutta (AN 8.1) elenca undici benefici derivanti dalla pratica di mettā:

1.Si dorme serenamente;
2.Ci si sveglia serenamente;
3. Non si fanno sogni cattivi;
4. Si è cari agli esseri umani;
5. Si è cari agli esseri non umani;
6. Si verrà protetti dai deva;
7. Né il fuoco, né il veleno, né le armi possono toccarlo;
8. La mente si concentra rapidamente.
9. L’aspetto diventa luminoso;
10.Si muore senza confusione;
11. [Alla morte] Se non si ottiene la realizzazione finale, ci si dirigerà verso i mondi di Brahma.

Benefici straordinari della mettā

La pratica di mettā è altresì indicata come mezzo per ottenere la liberazione mentale (cetovimutti); tradizionalmente si ritiene che si tratti di una liberazione temporanea, a livello del terzo jhāna; tuttavia, i seguenti passi sembrano indicare un ruolo ben più importate nel processo di liberazione dalle afflizioni:

«In chi, pienamente consapevole, coltiva l’illimitata amorevole gentilezza, si affievoliscono i legami, allorché egli contempla la distruzione degli attaccamenti.»

(Mettābhāvanāsutta, Iti 27)

«Il monaco che dimora nella benevolenza ed è profondamente devoto all’Insegnamento del Buddha raggiunge la pace del Nibbāna, la beatitudine della cessazione di tutte i condizionanti.»

(Dhammapada 368, Bhkkhu Vagga)

NOTE

1.È bene specificare che tali effetti benefici saranno visibili solo con un buona dose di impegno e costanza nella pratica.

2. «Quindi Meghiya, un monaco dovrebbe coltivare questi quattro elementi: la [meditazione]sulla sgradevolezza deve essere coltivata al fine di abbandonare la passione; la benevolenza deve essere coltivata per abbandonare la malevolenza; la consapevolezza del respiro per calmare il pensiero discorsivo, e la percezione dell’incostanza al fine di trascendere la presunzione dell”Io sono’». (Udāna 4.1)

3. Bhikkhu Bodhi fa notare che il nome brahmavihārā è impiegato nei sutta solo in relazione alla pratica conducente alla rinascita nel Reame di Brahma; In altri contesti, il termine utilizzato è catasso appamaññāyo, i quattro incommensurabili.

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