Dare il cuore a ciò che conta

Il ruolo della saddhā (fiducia) nel sentiero per la liberazione

Il termine Pāli Saddhā deriva dalla radice verbale ‘sad’, la quale indica ciò che è ‘vero’ e quindi ‘buono’, e dal suffisso ‘dha’, ‘tenere’. Saddhā può essere tradotto con fiducia, anche se di fatto significa “adottare ciò che è vero e buono”.

Saddhā è fiducia nata dalla comprensione (aveccappasādena), a differenza della bhatti (bhakti), la devozione affettiva, che prescinde dall’esperienza diretta.

La saddhā-fiducia si fonda su tre fattori:

1. La comprensione dalla natura precaria e insoddisfacente dell’esistenza;

2. L’aspirazione alla liberazione da tale insoddisfazione persistente;

3. La fiducia che il Buddha in quanto ‘medico’, il Dharma come ‘medicina’, e il sangha come ‘assistenti’, siano il viatico idoneo a tal fine.

A questo proposito, l’Upanisasutta afferma esplicitamente che la sofferenza è la base (upanisa) sulla quale si genera la fiducia verso il Dharma.

L’aspirazione alla liberazione che ne consegue nasce dall’aver sperimentato personalmente la bontà dell’insegnamento. Il Vimamsakasutta definisce tale aspirazione una ‘solida fiducia, basata sull’evidenza’ (ākāravatī saddhā dassanamūlikā, daḷhā).

Inoltre, secondo il Paṭisambhidāmagga, la fiducia deve essere intesa nei termini di ‘risolutezza’ (adhimokkha). Inutile dire che si tratta di una risolutezza indirizzata a percorrere il sentiero verso la libertà.

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La coltivazione della saddhā implica un atteggiamento diametralmente opposto a quello che molte persone oggigiorno hanno nei riguardi degli affetti, con i familiari, gli amici o la pratica spirituale/religiosa stessa.

Con la fine delle ideologie e l’affermazione su scala globale della cosiddetta società liquida dominata dall’ideologia del consumismo, ogni aspetto della vita è ora alla mercé della mentalità usa e getta; tenendo conto di questo stato di cose, non stupisce che l’idea di fiducia o dedizione possa lasciare perplessi molti praticanti occidentali.

La fiducia implica apertura, impegno, dedizione; al giorno d’oggi solo un numero relativamente di individui è disposto a impegnarsi e a mettere il cuore (altra traduzione di saddhā) in ciò che fanno.

Se è vero che la saddhā buddhista, a differenza della fede delle religioni teistiche, si basa sull’esperienza diretta della validità dell’insegnamento, è altrettanto vero che essa richieda un’apertura di credito iniziale, una “scettica apertura”, e uno slancio verso qualcosa di sconosciuto di cui abbiamo soltanto sentito parlare.

È evidente che molte persone che si avvicinano a questo genere di discipline non cercano davvero un metodo per affrontare il dukkha ma un mero diversivo per sedarlo ed evitare di affrontarlo.

Tutti noi riponiamo fiducia negli oggetti esterni: nelle distrazioni, nelle situazioni eccitanti, nel godimento edonistico o nelle emozioni forti e adrenaliniche; si tratta però di strategie destinate a fallire sulla lunga distanza, dato il carattere mutevole e incerto di ogni esperienza.

Saddhā e attenzione saggia

Il tanhāsutta definisce saddhā come il nutrimento (ahara) della saggia riflessione (yoniso-manasikara) e delle altre buone qualità come l’autocontrollo e la consapevolezza; lo stesso sutta indica nell’apprendimento del giusto Dharma e nell’associarsi a persone esperte nel Dharma il nutrimento della saddhā.

Emblematico è il caso del laico Sarakani descritto nel sutta che porta il suo nome; Sarakani, un membro del clan dei Sakya (lo stesso a cui apparteneva anche Gautama) era noto per essere un alcolizzato e un buono a nulla; e tuttavia, dopo la morte, il Buddha né elogiò pubblicamente le realizzazioni spirituali. Queste affermazioni suscitarono molte polemiche al punto da costringere il re dei Sakya Mahanama a recarsi dal Buddha per dei chiarimenti. Il Buddha spiegò al Re che Sarakani, nonostante le sue pessime abitudini, possedeva una realizzazione esperienziale della saddhā che lo spinse, sul finire della propria vita, a rettificare il proprio comportamento in accordo ai princìpi etici del Dharma.

Ciò dimostra che la fiducia, lungi dall’essere un residuato arcaico del Buddhismo asiatico con tutto il suo armamentario identitario, o un sentimento antistorico buono solo per qualche idealista fuori tempo massimo, sia invece un elemento cardine nel percorso verso la comprensione e la liberazione del cuore dal dukkha.

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