La sessualità nel Buddhadharma

LA SESSUALITÀ NEL BUDDHADHARMA

La sessualità è uno dei temi più controversi quando si parla di religione. Nel caso del Buddhismo, la questione è spesso oggetto di fraintendimenti, sia da parte dei critici sia da parte degli stessi praticanti. Non di rado, infatti, si tende a proiettare sui testi buddhisti categorie morali moderne oppure, al contrario, a leggere le fonti antiche attraverso schemi culturali estranei al contesto in cui sono nate. Un esame più attento dei testi canonici e della letteratura disciplinare mostra invece un quadro più complesso e sfumato. L’etica sessuale buddhista non si fonda su proibizioni dogmatiche né su una morale rivelata, ma su un principio pragmatico: evitare quei comportamenti che generano sofferenza per sé stessi e per gli altri. Comprendere come questa prospettiva si applica alla sessualità richiede quindi di considerare sia gli insegnamenti del Buddha sia il contesto culturale dell’India antica in cui essi sorsero.

Partiamo da una premessa necessaria: nel Buddhismo la funzione dell’etica (sīla) è evitare quei comportamenti che producono sofferenza, per sé stessi e per gli altri. Il termine pāli sīla significa letteralmente «argine»: un limite consapevole posto per contenere le tendenze che conducono alla sofferenza. L’astensione deliberata da certe azioni va compresa all’interno di una prospettiva più ampia: la graduale eliminazione delle cause della sofferenza a livello personale, relazionale e sociale. Per questo motivo l’etica buddhista non è fine a sé stessa, ma ha un carattere chiaramente teleologico: è orientata verso uno scopo preciso, la liberazione. Il carattere funzionale dell’etica è espresso con chiarezza nel Kimatthiya Sutta, dove si mostra come ogni aspetto della disciplina conduca progressivamente alla liberazione. I precetti etici non sono comandamenti ma addestramenti (sikkhāpada): pratiche da coltivare senza dogmatismi, privilegiando una comprensione psicologica rispetto a una lettura puramente legalistica.

Per quanto riguarda la sessualità, tutte le pratiche dannose per sé stessi o per gli altri sono considerate malsane (akusala). Le principali forme di condotta sessuale scorretta sono elencate nel seguente sutta (AN 10.211):

«In questo modo uno si comporta scorrettamente riguardo ai piaceri sensuali: intrattenendo rapporti sessuali con chi si trova:

sotto la tutela della madre

sotto la tutela del padre

sotto la tutela di padre e madre

sotto la tutela di un fratello maggiore

sotto la tutela di una sorella maggiore

sotto la tutela di altri familiari

sotto la tutela del clan di appartenenza

sotto la tutela del Dhamma (monaci o monache)

sotto la tutela del coniuge

con chi, per tale rapporto, sarebbe soggetto a punizione da parte della legge

con chi ha già ricevuto la ghirlanda di fiori (simbolo del fidanzamento).»

È interessante notare che in questa lista non compare alcun riferimento esplicito né alla masturbazione, né al sesso anale né all’omosessualità. Tuttavia, nel Cakkavatti-sīhanāda Sutta[1] compare il seguente passo, il cui significato è discusso:

«Fra coloro la cui durata della vita sarà di cinquecento anni, tre cose si diffonderanno: passione contro natura (incesto), libido disarmonico e pratiche erronee.»

Secondo Buddhaghosa, il termine micchādhammo si riferirebbe all’omosessualità, ma non vi è alcuna certezza che questa interpretazione sia corretta. I testi del Vinaya indicano invece che comportamenti omosessuali erano conosciuti ai tempi del Buddha. Il fatto che alcuni esponenti buddhisti abbiano successivamente considerato l’omosessualità contraria al Dharma sembra derivare da sviluppi dottrinali successivi, probabilmente influenzati dall’incontro con culture straniere, come quella greca.[2]

I Paṇḍaka

All’epoca del Buddha esisteva una categoria di individui chiamati paṇḍaka, noti per comportamenti sessuali considerati ambigui o fuori dagli schemi sociali. Il termine è difficile da tradurre e indicava persone i cui comportamenti o caratteristiche sessuali non rientravano nelle norme comunemente accettate nell’India dell’epoca. Anche l’etimologia è incerta. Secondo il monaco australiano S. Dhammika deriverebbe da apa + aṇḍa: dove apa significa «soppresso», mentre aṇḍa («uova») indica metaforicamente i testicoli. Quest’ultimo termine è probabilmente imparentato con il greco andros, «uomo» o «maschio». Un paṇḍaka sarebbe quindi, letteralmente, un individuo «senza testicoli» o «a cui sono stati rimossi i testicoli», definizione che lascia spazio a diverse interpretazioni. Alcuni studiosi ritengono che i paṇḍaka fossero eunuchi; altri ipotizzano che il termine comprendesse fenomeni diversi come travestitismo, transessualità, ermafroditismo, androginità oppure omosessualità con forte caratterizzazione femminile e comportamenti libertini. È probabile che la categoria includesse più di una di queste tipologie. Del resto, applicare categorie moderne a concetti appartenenti a un’antica cultura molto diversa dalla nostra può facilmente generare equivoci.

Il Vinaya Atthakathā, commentario ai testi disciplinari, distingue cinque tipi di paṇḍaka:

āsitta-paṇḍaka («spruzzato»): un uomo che prova piacere praticando sesso orale a un altro uomo fino a portarlo all’orgasmo.

usūya-paṇḍaka: un voyeur, cioè un uomo che trae piacere nel guardare altre persone mentre fanno sesso.

opakkamika-paṇḍaka: un eunuco, cioè un uomo castrato.

pakkha-paṇḍaka: una persona che manifesta certi comportamenti solo in determinate occasioni.

napuṃsaka-paṇḍaka: un uomo privo dei connotati e degli organi sessuali maschili; da na-puṃsa, «senza pudenda».

Di queste cinque categorie, solo le prime due potevano essere ammesse nell’ordine monastico; l’ordinazione era invece preclusa ai tipi 3, 4 e 5. Da questa distinzione si può dedurre che l’accesso alla vita monastica non fosse precluso agli omosessuali in quanto tali, ma piuttosto a individui il cui comportamento risultava incompatibile con lo stile di vita dei monaci celibi.

A questo proposito S. Dhammika osserva:

«È probabile che gli antichi indiani non distinguessero chiaramente tra ermafroditi, travestiti, transgender, intersessuali, eunuchi e omosessuali, considerandoli tutti come un’unica categoria. Di conseguenza gli omosessuali venivano probabilmente identificati soprattutto con uomini effeminati o donne mascoline — un equivoco ancora oggi molto diffuso.» Se questa interpretazione è corretta, paṇḍaka non significherebbe semplicemente «omosessuale», ma piuttosto «omosessuale effeminato, promiscuo o esibizionista». La restrizione relativa all’ordinazione monastica potrebbe quindi essere stata motivata dal timore che tali comportamenti creassero problemi disciplinari in una comunità composta esclusivamente da uomini. Gli omosessuali, infatti, sono perfettamente in grado — come gli eterosessuali — di mantenere il celibato; non esiste quindi una ragione intrinseca per escluderli dalla vita monastica.»

Il venerabile Samanthabhadra Thera ha risposto così a due domande sull’omosessualità:

«Il Buddhismo non condanna né approva l’omosessualità. In alcuni paesi occidentali è accettata, e quindi la risposta varia a seconda della cultura. In passato era considerata una malattia; oggi è vista come una modalità di comportamento. Dal punto di vista del Dharma, opporvisi rigidamente può risultare problematico.»

Sul celibato

Uno degli aspetti che più colpiscono chi si avvicina alla via del Buddha è il celibato dei monaci e delle monache. Questa pratica è inclusa tra i quattro voti radice del codice monastico, la cui violazione comporta l’esclusione dall’ordine. È però importante ricordare che, alle origini, si trattava di una scelta volontaria. Solo in seguito emerse la necessità di istituire formalmente un voto di celibato, che implicava anche la castità. Le ragioni che spinsero il Buddha a introdurre questo precetto erano legate soprattutto alla necessità di mantenere rapporti armoniosi sia all’interno della comunità monastica sia tra monaci e sostenitori laici. Gli asceti erranti del tempo, come Gautama o Mahāvira, erano celibi per propria scelta. Spesso si trattava di individui che, dopo intense esperienze di vita mondana, avevano sviluppato una profonda disillusione nei confronti dell’edonismo e decidevano di abbandonare agi e lussi per dedicarsi alla ricerca di una felicità più sottile e profonda. Il Buddha, Mahāvira e i loro primi discepoli avevano sperimentato direttamente la natura insoddisfacente ed effimera di uno stile di vita fondato sul piacere sensoriale.

Solo in un secondo momento, anche per rispondere alle critiche rivolte dai laici ad alcuni membri della comunità monastica, si sentì il bisogno di regolare più rigidamente i rapporti tra monaci e sostenitori introducendo la regola del celibato come norma vincolante. È tuttavia evidente che questo tipo di disciplina, quando viene imposto e non nasce da una genuina maturazione spirituale, può generare — e talvolta ha generato — più problemi di quanti intendesse risolvere. In origine la disciplina monastica era concepita come uno strumento per semplificare la vita dei rinuncianti, permettendo loro di dedicarsi più facilmente alla pratica contemplativa. Questa semplificazione si esprimeva in una serie di norme il cui scopo era favorire l’armonia nella comunità e generare fiducia nei laici, fiducia che si traduceva in sostegno materiale e devozione spirituale.

Queste norme presero collettivamente il nome di Vinaya. Il termine, spesso tradotto come “Disciplina”, deriva dal vocabolo pāli vineti, reso nelle lingue occidentali come “condurre”, ma anche “rimuovere” o “abbandonare”. Il Vinaya comprende i precetti e i metodi relativi all’addestramento etico dei monaci, in particolare le regole del Pāṭimokkha, raccolti nella compilazione nota come Vinaya Piṭaka, il “Canestro della Disciplina”. Secondo la tradizione Theravāda, il Buddha affidò al venerabile Upāli il compito di preservare e trasmettere il Vinaya. In gioventù Upāli era stato barbiere di corte presso i Sakya, il clan del Buddha. Divenuto monaco insieme ad Ānanda e Devadatta, gli fu affidato il compito di radere il capo ai nuovi monaci; questo ruolo gli permise di assistere alle ordinazioni e di diventare un profondo conoscitore delle regole del Pāṭimokkha. Per questo è ricordato come il primo Vinayadhara, il “detentore della Disciplina”. Nel contesto culturale dell’India antica, l’idea che un asceta impegnato nella liberazione dal dominio dei desideri potesse indulgere in atti di libidine — con un partner o anche da solo — appariva come una contraddizione inaccettabile, al limite della frode religiosa.

NOTE

1. Questo sutta è un testo di carattere mitologico che descrive la progressiva degenerazione della società umana fino all’arrivo del Buddha del futuro, Maitreya, il quale discenderà sulla terra per esporre nuovamente il Dharma.

2. La cultura greca, diffusasi nel nord-ovest dell’India dopo la spedizione di Alessandro Magno, era talvolta considerata da alcune scuole buddhiste indiane — come i Mūlasarvāstivādin, responsabili della diffusione del lignaggio monastico in Tibet — come portatrice di pratiche «proprie di popoli stranieri».

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