
IL SOVRANNATURALE NEL BUDDHISMO
Una prospettiva antropologica
In questo post vorrei affrontare un tema delicato e per certi aspetti controverso, quello relativo agli elementi sovrannaturali presenti in gran quantità nei testi canonici buddhisti. Gli studiosi moderni hanno proposto diverse linee interpretative per spiegare la presenza nei sutta di divinità (deva, brahmā), demoni (māra, asura), yakṣa, nascite cosmiche e miracoli, pur riconoscendo che il nucleo dell’insegnamento del Buddha è fortemente pragmatico, analitico e non-teistico. Le principali spiegazioni non si escludono a vicenda e spesso vengono combinate.
1. Contesto culturale
Una spiegazione largamente condivisa è storico-antropologica. Gli studiosi (ad es. Richard Gombrich) osservano che il Buddha insegnò in un mondo in cui l’esistenza di deva, spiriti, yakṣa era data per scontata; miracoli e poteri ascetici (iddhi) erano attributi standard dei maestri religiosi;il linguaggio mitico era una forma normale di comunicazione religiosa. Per loro, i sutta riflettono il mondo mentale dell’India del V secolo a.C., non un’aggiunta posteriore per “ingenui credenti”. Il Buddha non introduce queste entità, le assume come parte del lessico condiviso.
2. Strategia pedagogica
“Adattamento al pubblico” (upāya). Molti studiosi sottolineano una funzione didattica Il Buddha parla a pubblici diversi (laici, asceti, brāhmaṇa), usando immagini e credenze comprensibili ai suoi interlocutori e riorientando il loro significato in chiave etica e liberativa. Ad esempio , i deva non sono creatori né salvatori sono impermanenti e soggetti al kamma; Māra non è un diavolo metafisico, è ciò che ostacola la liberazione; i miracoli sono sempre subordinati alla comprensione del Dhamma. Per molti studiosi, il Buddha non polemizza frontalmente contro queste credenze perché non è quello il punto della liberazione.
3. Demitizzazione funzionale
Riduzione dell’importanza ontologica. Un punto chiave negli studi moderni è che, nei Nikāya le entità sovrannaturali non spiegano il mondo, non sono cause prime, non possono salvare nessuno. Il Dhamma resta fondato su origine dipendente (paṭicca-samuppāda), sofferenza (dukkha), cessazione (nirodha) e pratica (magga). Da questa prospettiva, anche se il testo parla di deva e miracoli, la struttura teorica del buddhismo resta non-teistica.
4. Lettura simbolica e psicologica modernista
Alcuni studiosi moderni propongono letture non letterali: Māra come personificazione di desiderio, paura, attaccamento all’io; i mondi cosmici come rappresentazioni di stati mentali; i miracoli come: metafore della trasformazione interiore, oppure racconti edificanti. Questa linea è comune in studi comparativi, interpretazioni moderniste e nel buddhismo occidentalizzato. Tuttavia, molti filologi avvertono che questa lettura è ermeneutica moderna, non necessariamente quella antica.
5. Stratificazione testuale e sviluppo della tradizione
Altri studiosi evidenziano una stratificazione: alcuni racconti miracolistici potrebbero essere elaborazioni narrative successive; la cornice mitica può essersi ampliata nel processo di trasmissione orale; il nucleo dottrinale resta però coerente. Qui la cautela è grande: non esiste consenso su quali elementi siano “più antichi” o “più tardi”.
6. Posizione minimale: sospensione del giudizio ontologico
Una posizione oggi molto diffusa negli studi è che i sutta non chiedono al praticante di credere o non credere ontologicamente a deva, yakṣa o miracoli. Ciò che conta è se c’è sofferenza; come sorge; come cessa; cosa va praticato. In questo senso, il buddhismo antico è spesso descritto come soteriologicamente realistico, metafisicamente sobrio.
In sintesi, gli studiosi moderni spiegano la presenza del sovrannaturale nei sutta come riflesso culturale dell’India antica; strumento pedagogico; elemento secondario rispetto alla liberazione; talvolta simbolo psicologico; talvolta risultato di sviluppo narrativo; mai come fondamento ultimo del Dhamma.

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