Buddhismo e Teismo

BUDDHISMO E TEISMO

«Qualunque cosa composita, Ovunque si ottenga l’esistere,
Tutto ciò non ha alcun Signore (issara): così fu detto dal Grande Saggio.
Chi comprende tale realtà, come insegnata dal Buddha,
non afferra esistenza alcuna, Come [non afferrerebbe] una palla di ferro rovente.
Non vi è in me un ‘Io fui’, né vi è un ‘io sarò’;
i condizionanti si dissolveranno, perciò, perché affliggersi?
Vedendo secondo realtà, il puro sorgere dei fenomeni,
la pura continuità dei condizionanti,
Non vi è paura;
Quando egli saggiamente considera
il mondo alla stregua di fili d’erba,
non trovando alcun ‘me’,
‘non esiste alcun me’ –egli non si rattrista.»

16.1. Adhimuttattheragāthā,
Kuddaka Nikāya

Il teismo (dal greco theós, “dio”) è la credenza nell’esistenza di una o più divinità che creano o governano l’universo, hanno coscienza, volontà e potere, e spesso sono oggetto di culto o preghiera. In filosofia della religione si distinguono:

•Monoteismo: la fede in un solo Dio personale (es. Cristianesimo, Islam, Ebraismo).

•Politeismo : la fede in più dèi (es. religioni dell’antica Grecia o India vedica).

•Deismo: credenza in un Dio creatore ma non interventista.

•Panteismo : identificazione di Dio con l’universo o la totalità dell’essere.

In sintesi, il teismo implica un principio divino personale, dotato di intenzionalità e poteri sovrannaturali. Quindi, il Buddhismo è teistico? No, il Buddhismo non è teistico nel senso classico del termine. Il Buddha non insegnò l’esistenza di un dio creatore o di un essere supremo che regola il destino umano, e sconsigliò di speculare su origini metafisiche dell’universo o su esseri eterni. Nel Canone Pāli, il Buddha dice chiaramente : “Non è utile discutere se il mondo è eterno o non eterno, finito o infinito” (MN 63, Cūḷa-Māluṅkya Sutta). L’obiettivo del suo insegnamento non è adorare una divinità, ma comprendere la sofferenza (dukkha) e liberarsene tramite la pratica dell’Ottuplice Sentiero.

‼️Obiezione: eppure, esistono gli dèi nel Buddhismo!

È vero, nei testi buddhisti si parla dell’ esistenza di numerose divinità (deva) — ma non sono creatori né onnipotenti; nascono, muoiono e rinascono come tutti gli esseri, secondo il karma; sono esseri samsarici, cioè parte del ciclo della rinascita. Quindi, anche se esistono “dèi”, il Buddhismo non è teistico, ma piuttosto nonteistico (non fondato su un Dio creatore), o ateologico (nega, e non afferma un dio, e lo ritiene irrilevante per la liberazione). In conclusione: Il Buddhismo non è teistico, ma non è nemmeno ateo in senso militante. È una via di liberazione che trascende la questione di Dio, focalizzandosi sulla mente e sulla cessazione della sofferenza.

I deva nel Buddhismo

Nel Buddhismo, i deva sono esseri celesti che vivono in regni superiori rispetto agli esseri umani, ma non sono eterni né onnipotenti. I deva sono esseri felici, luminosi e longevi. Vivono in regni detti devaloka, che fanno parte del samsāra (il ciclo di rinascita). Possono però morire e rinascere in altri regni, anche inferiori, se il loro karma positivo si esaurisce. Non hanno potere salvifico: non possono liberare nessuno dalla sofferenza, né se stessi. La cosmologia buddhista descrive 31 piani d’esistenza; i deva abitano i più alti. Nei sutta i deva appaiono spesso come ascoltatori del Dhamma (vanno dal Buddha per ricevere insegnamenti); protettori del Dhamma e dei praticanti virtuosi; simboli di stati mentali luminosi o di merito karmico elevato.

Il ruolo dei deva nella pratica

Devozione e ispirazione: Nelle culture tradizionali (es. Sri Lanka, Thailandia, Tibet) i praticanti possono offrire fiori o preghiere ai deva come atto di gratitudine e aspirazione. Tuttavia, il vero rifugio è sempre e solo in Buddha, Dhamma e Saṅgha.

Protezione simbolica: Si ritiene che i deva possano proteggere chi vive in modo etico (sīla) e medita con cuore puro. In senso psicologico, è la “protezione del merito” generata dalle buone azioni.

Lezioni sul karma e l’impermanenza: Anche i deva, per quanto splendenti, sono impermanenti. Il Buddha usa la loro esistenza per mostrare che nemmeno il paradiso è liberazione, perché anche lì c’è nascita e morte.

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