Respiro e sensazioni

L’ATTENZIONE AL RESPIRO

Riflessioni sulla pratica di ānāpānasati, parte 2: Contemplare le sensazioni

Dall’incontro di martedì 28 ottobre 2025

5) “Si esercita così: ‘Inspirerò sperimentando la gioia’; si allena così: ‘Espirerò sperimentando la gioia’;

6)Si esercita così: ‘Inspirerò sperimentando il benessere’; si allena così: ‘Espirerò sperimentando il benessere ;

7)Si esercita così: ‘Inspirerò sperimentando il condizionante della mente’[1]; si allena così: ‘Espirerò sperimentando il condizionante della mente’;

8)Si esercita così: ‘Inspirerò calmando il condizionante della mente ’; si allena così: ‘Espirerò calmando il condizionante della mente ‘;

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La pratica dell’ osservare le sensazioni (vedanā) implica uno spostamento dell’ attenzione dal respiro alla sensazione; una sensazione può essere involontaria o passiva, come nel caso del dolore alle ginocchia o del mal di testa, oppure indotta, come nelle esperienze di gioia e benessere indotte dalla meditazione (jhāna) descritte nell’ Ānāpānassati sutta.

L’attenzione non giudica in termini morali ma valuta, dalla prospettiva del Dharma, ciò che sta accadendo. Il sutta invita a sperimentare le sensazioni di gioia e benessere con ogni ispirazione ed espirazione ( punti 5 e 6). In questa fase, l’oggetto principale dell’ attenzione sono le sensazioni, mentre il respiro che le accompagna e le promuove, rimane nello sfondo dell’ attenzione come elemento ancorante al presente.

Buddhadāsa Bhikkhu afferma che l’istruzione “inspirando sperimento la gioia” significhi osservare la gioia che sorge, si evolve e svanisce nel tempo di ciascuna inspirazione ed espirazione, ovvero, in maniera sollecita e continuativa. Questo modo di guardare al respiro e alle sensazioni apre la porta alla comprensione esperienziale della precarietà di ogni esperienza, dell’ impermanenza di ogni cosa e dell’ interdipendenza, che porteranno alla risoluzione della concezione illusoria di un sé statico, autonomo nel tempo e nello spazio dalle condizioni che lo hanno determinato.[2]

Perciò, non si tratta di osservare le sensazioni e contemporaneamente il respiro, ( la mente non può osservare due oggetti contemporaneamente) ma di osservare da vicino, con costanza, l’evolversi dell’esperienza. Lo stesso discorso vale per la meditazione camminata: il focus è al movimento dei piedi, non al respiro che pure accompagna il movimento. L’interpretazione di Buddhadāsa è avvallata da un passo del Paṭhamamaraṇassatisutta ( A.N. 6.19) che qui riportiamo:

“Chiunque sviluppi la consapevolezza della morte, pensando: ‘Oh, se potessi vivere per il tempo necessario a inghiottire un boccone di cibo masticato… o per il tempo necessario a espirare dopo aver inspirato, o a inspirare dopo aver espirato, conscio degli insegnamenti del Beato, avrei fatto molto’ – si dice che egli dimori con attenzione, sviluppando la consapevolezza della morte in modo acuto per porre fine alle contaminazioni”

CALMARE LE SENSAZIONI

In merito ai punti 7 e 8, per calmare il condizionante mentale, ovvero le vedanā stesse, ci sono due vie: quella del samādhi e quella della vipassanā; nella prima non ci curiamo ( anabhihiṁsamāna) [3] della sensazione e non le diamo attenzione ( amanasikara)[4], procedendo verso uno stato di raccoglimento sempre più sottile. Se invece vogliamo seguire il metodo vipassanā, dovremmo contemplare le sensazioni di gioia e benessere indotte dal distacco ( Cfr jhāna sutta), osservare come queste stiano condizionando la mente, per poi considerarle dalla prospettiva delle tre caratteristiche di precarietà, insoddisfazione e vuoto di un un sé o natura impersonale[4] .

NOTE

1) La sensazione stessa assieme alla discriminazione è il condizionante della mente (citta sankhāra) per definizione, Cfr Culavedalla Sutta.

2) L’illusione consiste nel non vedere che il sé è un mero concetto, riferito agli aggregati psicofisici, determinato da cause e condizioni. Il Buddha non era un nichilista. Il concetto illusorio del sé in quanto tale è effettivamente esistente, perlomeno nella mente della persona non risvegliata; ciò che in definitiva non esiste è il sé permanente e autonomo postulato dall’ illusione ( moha) .

3) Gāvīupamāsutta ( AN 9.35)

4) Majjhima Nikāya 121

5) Jhānasutta ( AN 9.36).

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