
Suññā e suññatā nel Buddhadhamma
La teoria del vuoto (Śūnya) è uno degli elementi distintivi della soteriologia del Buddha, il quale affermò espressamente che il suo insegnamento fosse connesso al vuoto (suññatappaṭisaṃyuttā, SN 20.7); egli si spinse perfino ad affermare che la sua stessa vita era prevalentemente improntata al vuoto – «suññatāvihārena bahulaṁ viharāmi» – (MN 121). Il sostantivo Śūnyatā, tradotto con ‘vacuità’ e l’aggettivo Śūnya, indicano l’assenza di qualcosa. Il merito all’origine di questo termine, l’insegnante di meditazione Stephen Batchelor scrive:
«Il termine “zero”, fino al XV secolo era una parola spagnola, usata per pronunciare il cifrario arabo (che ci ha dato anche il “cifrario” inglese). Quando i musulmani di lingua araba si stabilirono in Spagna, portarono con sé un sistema aritmetico che includeva un simbolo per lo zero. Ciò si sarebbe rivelato indispensabile per costruire la matematica ora utilizzata in tutto, dalla fisica quantistica alla programmazione informatica. I musulmani avevano scoperto l’idea in India, il termine arabo cifra era la loro pronuncia del sanscrito Śūnya, che almeno dal IX secolo era stato usato in India per rappresentare la nozione matematica di zero. Śūnya significa “vuoto” ed era il termine usato da Nagarjuna come chiave per comprendere ciò che insegnava il Buddha. Così Śūnya divenne ciphr, quindi ciphr divenne zero.»
(Versi dal Centro, pp. 52)
Nel Canone Pāli troviamo quattro significati associati a questi due vocaboli:
1. Il vuoto come assenza di un sé permanente e autonomo in grado di controllare esperienze e fenomeni;
2. La vacuità come assenza di emozioni e pensieri ostacolanti nella meditazione (suññatosamadhi);
3. La natura effimera di ogni esperienza;
4. L’assenza di afflizioni nella mente di un arahant.
1. Il vuoto di sé e di ciò che appartiene al sé
Il primo significato di vuoto è riferito alla reale modalità di esistenza di ogni fenomeno, all’ assenza di un sé statico, esistente in modo autonomo, capace di esercitare la facoltà di dominio soggettivamente e oggettivamente. Nel Suññaloka Sutta (SN 35.85) leggiamo:
«Ānanda, nella misura in cui esso è vuoto di un sé e di ciò che appartiene al sé, in questo senso il mondo è definito vuoto. L’occhio, Ānanda, è vuoto di un sé e di ciò che appartiene al sé; le forme sono vuote di sé e di ciò che appartiene al sé, la coscienza visiva è vuota di sé e di ciò che appartiene a sé; Il contatto visivo è vuoto di sé e di ciò che appartiene al sé; qualunque sensazione sorta sulla base del contatto visivo, piacevole, spiacevole, o neutra, è vuota di sé o di ciò che appartiene al sé.»
Da questo punto di vista, il vuoto è sinonimo di non-sé; se l’esperienza fosse effettivamente sotto il dominio di un sé , l’individuo potrebbe controllare i propri aggregati a suo piacimento:
«Il corpo, o monaci, è non-sé; la sensazione..la percezione…l’intenzione, la cognizione sono non-sé; se, o monaci, la cognizione fosse sé, essa non condurrebbe all’afflizione, e in riguardo alla cognizione si potrebbe ottenere: ‘che questa mia cognizione sia/diventi così, che questa mia cognizione non sia/diventi così’; ma siccome la cognizione è non-sé, essa conduce all’afflizione, e dalla cognizione non è possibile ottenere: ‘che questa mia cognizione sia così, che questa mia cognizione non sia così’.»
(Anattalakkhaṇa Sutta)
2. Nella meditazione
In secondo luogo, suññatā sta ad indicare il progressivo svuotamento della mente dalle emozioni ostacolanti caratteristico delle fasi avanzate del samādhi :
«Proprio come questa magione della madre di Migara è vuoto di elefanti, vacche, cavalli e giumente, vuoto di oro ed argento, vuoto di assembramenti di donne e uomini […] Allo stesso modo, Ānanda, un monaco, distogliendo l’attenzione dalla percezione del villaggio, senza dare attenzione alla percezione degli esseri umani, focalizza la propria attenzione in quell’univocità dipendente dalla percezione della foresta*; la sua mente diventa perciò energica, fiduciosa, stabile e incline alla percezione della foresta. Ed egli realizza: ‘In questo stato non vi è stress dipendente dalla percezione del villaggio, né vi è stress dipendente dalla percezione delle genti; vi è solo una minima quantità di stress relativo a quell’univocità dipendente dalla percezione della foresta’…»
(Culasuññata Sutta, MN 121)
Lo sviluppo di questa forma di raccoglimento meditativo, detto suññata-samādhi, è strumentale proprio alla realizzazione vuoto dei fenomeni interni ed esterni. La liberazione mentale ottenuta tramite la meditazione sul vuoto è detta suññāta-ceto-vimutti.
3. La natura effimera dell’esperienza
La realizzazione della vacuità implica il riconoscimento della natura effimera e illusoria di ogni fenomeno del mondo manifesto:
«Mogharaja, sii sempre consapevole, e considera questo mondo come vuoto; abbandonando l’errata visione del sé, la morte viene trascesa. Chi contempla il mondo in questo modo, diverrà invisibile al re della morte.»
(Sutta Nipata 5.16.)
E ancora:
«Il corpo è simile alla schiuma, le sensazioni simili a bollicine, le percezioni simili a un miraggio, le formazioni mentali simili a un tronco cavo, la coscienza è simile a un’illusione.
In qualunque modo li contempliate (nijjhāyati)
esaminandoli con attenzione (yoniso upaparikkhati),
essi si rivelano essere vacui e vuoti,
quando li si osserva con attenzione (passati yoniso)»
(Pheṇapiṇḍūpamasutta, SN 22.95
Saṁyutta Nikāya 22.95
10. Pupphavagga
4. L’assenza di afflizioni nell’arahant
Questa realizzazione avrà come risultato la liberazione della mente dalla contaminazioni causa di sofferenza:
Akuppā cetovimutti suññā rāgena, suññā dosena, suññā mohena.
«L’ inamovibile liberazione della mente è vuota di brama, vuota di avversione, vuota di ignoranza.»
(Godattasutta, SN 41.7)
Così, possiamo osservare come i diversi significati di vuoto siano collegati alle tre suddivisioni del nobile Ottuplice sentiero, gnoseologico (paññā), meditativo (samādhi) ed etico (síla)*, nonché al suo frutto, la liberazione.
NOTE
*L’immagine della foresta o di altri oggetti naturali viene utilizzata come oggetto ( nimitta) per la focalizzazione dell’ attenzione nelle prime fasi della meditazione jhānica. Questo genere di pratiche è conosciuta come ‘kasina’.
** Come disse il venerabile H. Saddhātissa: “Buddhist ethics is a selfless ethics”.

Lascia un commento