
Le origini del Mahāyāna: Yogācāra e Mādhyamika
Il Buddhismo Mahāyāna (Grande Veicolo) si suddivide in due correnti principali: la Yogācāra (o Cittamātra, Solo la Mente) e la Mādhyamika (Via di Mezzo). La prima ebbe origine in Kashmir, quale evoluzione delle idee dei sarvāstivādin, in particolare dei Vaibhashika e dei Sautrantika. La scuola Mādhyamika ebbe probabilmente origine in Andra Pradesh, in ambienti Mahāsāṃghika; Nāgārjuna, nativo di quella regione, fu probabilmente un monaco Mahāsāṃghika. Nei commentari Theravāda, il Mahāyāna è conosciuto con il nome di Vetulyavada (“dottrina estesa”), e suoi esponenti chiamati con il toponimo di ‘Andhaka’.
Yogācāra
Il sistema Yogācāra (o Cittamātra, “solo mente”) è una delle due principali scuole filosofiche del Mahāyāna, assieme alla scuola Mādhyamika. La sua origine è il risultato di un’evoluzione complessa, influenzata da fonti antiche, meditative, testuali e filosofiche. Asaṅga (IV sec. d.C.) e Vasubandhu sono considerati i padri dello Yogācāra. Si dice che Asaṅga ricevette gli insegnamenti dal bodhisattva Maitreya durante una visione meditativa, ma storicamente ciò riflette una trasmissione di testi e insegnamenti avanzati già esistenti in forma più grezza. Il pensiero Yogācāra è fortemente influenzato dalle dottrine Sarvāstivāda sull’analisi della mente, dei dharma e dei momenti di coscienza. Vasubandhu stesso fu inizialmente un Abhidharmika sarvāstivādin, e molte idee Yogācāra sono una reinterpretazione mahāyānica del pensiero abhidharmico. Tra i testi considerati precursori dell’idealismo Yogācāra vi sono il Saṃdhinirmocana Sūtra, che introduce concetti fondamentali come le Tre Nature (trisvabhāva) e la coscienza base (ālaya-vijñāna); il Laṅkāvatāra Sūtra, il quale enfatizza la coscienza e la non-dualità e lo Yogācārabhūmi Śāstra, attribuito ad Asaṅga, una sorta di enciclopedia della pratica e filosofia yogācāra. Fra le dottrine fondamentali del sistema Yogācāra vi sono:
1. La coscienza di base (Ālaya-vijñāna), Una “coscienza deposito” che contiene le impronte karmiche (bīja) e dà origine al mondo fenomenico.
2. Le tre nature (Trisvabhāva): Immaginata (parikalpita): il mondo illusorio, che appare come esistente indipendentemente; dipendente (paratantra): il mondo condizionato, interdipendente; Assoluta o compiuta (pariniṣpanna): la realtà vista nella sua vera natura, la mente pura.
3. Il Vijñaptimātra / Cittamātra – “Solo rappresentazione” o “solo mente”, Tutta l’esperienza è coscienziale: non esistono oggetti separati dalla mente, ma solo rappresentazioni (vijñapti).
Madhyamaka
L’origine del sistema Mādhyamika è strettamente collegata alla figura del monaco filosofo Nāgārjuna, vissuto tra il II e il III secolo d.C. Nel Mūlamadhyamakakārikā (“Versi fondamentali della Via di mezzo”) — la sua opera principale, Nāgārjuna presenta un’esposizione sistematica della dottrina della vacuità. Altri testi attribuiti a lui o alla sua scuola includono il Vigrahavyāvartanī, il Śūnyatāsaptati, ecc. Il sistema Mādhyamika si sviluppò come rottura con la scolastica dell’Abhidharma delle scuole tendenti alla reificazione dottrinale dei dharma (elementi fenomenici) e alle critiche provenienti da scuole non buddhiste come il Nyāya e il Sāṃkhya, e con l’obiettivo di chiarire gli insegnamenti della Prajñāpāramitā (“Perfezione della saggezza”). Nāgārjuna sviluppò il concetto di vacuità (śūnyavāda) in modo sistematico: “tutti i fenomeni sono vuoti di esistenza intrinseca (svabhāva)”. Questo non implica un atteggiamento nichilista da parte di Nāgārjuna; al contrario, egli ribadisce che i fenomeni esistono solo dipendentemente; la “via di mezzo” è il rifiuto di due estremi, eternalismo (l’idea che le cose esistano in modo assoluto e permanente) e nichilismo (l’idea che nulla esista o abbia significato). Di fatto, le teorie di Nāgārjuna sulla Via di mezzo e l’interdipendenza sono già presenti nei testi canonici (Nikāya/Āgama) come il Kaccanāgotta sutta.
Dopo Nāgārjuna, la dottrina Madhyamaka si sviluppò ulteriormente in due sottocorrenti, la Prāsaṅgika Madhyamaka di Chandrakīrti, che utilizzava argomentazioni logiche per assurdo (prāsaṅga) per mostrare l’inconsistenza delle visioni reificanti, e la Svātantrika Madhyamaka di Bhāviveka, la quale impiegava sillogismi formali per stabilire le proprie tesi, oltre alla critica delle altrui.
Il Mādhyamika ebbe grande influenza nel Tibet, dove diventò una delle principali scuole di pensiero, soprattutto nel lignaggio Gelugpa di Tsongkhapa.
Madhyamaka e Yogācāra
La dottrina Mādhyamika si concentra sulla vacuità (śūnyavāda) in quanto mancanza di esistenza intrinseca in tutti i fenomeni; lo Yogācāra mira a spiegare l’esperienza in termini di coscienza: il mondo fenomenico è una proiezione della mente. Per i Mādhyamika, tutto è vuoto (śūnyatā), nessuna essenza, per gli Yogācāra, tutto è mente (vijñaptimātra). Nel Mādhyamika, il metodo conoscitivo è prevalentemente basato sull’analisi logica e la dialettica. Nello Yogācāra, si enfatizza l’introspezione meditativa profonda. Per i Mādhyamika i fenomeni non sono né intrinsecamente esistenti né inesistenti; per gli Yogācāra i fenomeni esterni sono illusori; solo la mente è reale. Per i Mādhyamika la causa del dukkha è l’ignoranza dell’origine dipendente, mentre gli Yogācāra pongono l’accento sulle proiezioni karmiche nella coscienza.
Alcuni Mādhyamika (come Candrakīrti) criticarono la Yogācāra, accusandola di essere troppo «realista» rispetto alla mente, mentre certi Yogācāra come Sthiramati criticarono il Mādhyamika per rasentare il nichilismo, cioè la negazione di qualsiasi realtà. Tuttavia alcuni pensatori cercarono di sintetizzare le due visioni: Śāntarakṣita (VIII sec.) combinò Yogācāra e Madhyamaka in una sintesi chiamata Yogācāra-Madhyamaka. Lo Yogācāra si differenzia dal Madhyamaka che afferma la vacuità assoluta (śūnyatā) di tutti i fenomeni. Per Śāntarakṣita la mente è vuota, ma pur sempre funzionale nel processo dell’esperienza. In Tibet, questa sintesi fu molto influente, soprattutto nelle scuole Nyingma e Kagyu, mentre i Gelugpa (con Tsongkhapa) aderirono a una lettura più «pura» del Madhyamaka (Prāsaṅgika). Per i Mādhyamika, la comprensione della vacuità dissolve le basi dell’ego e conduce alla liberazione. Per i Yogācārin, la purificazione della coscienza (soprattutto dell’ālaya-vijñāna, la “coscienza di base”) porta alla visione diretta della realtà. Entrambe le scuole, pur con linguaggi diversi, mirano alla stessa meta: l’illuminazione attraverso la dissoluzione delle illusioni.
Queste divergenze dottrinali furono alla base delle divergenze fra le diverse scuole del buddhismo tibetano e fra queste e le scuole cinesi, coreane e giapponesi.

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