
SULLA RINASCITA ![]()
«Per molte nascite ho vagato nel samsāra, cercando il costruttore della casa, senza trovarlo.
Doloroso è nascere in continuazione.
O architetto! Sei stato visto.
Tu non costruirai più alcuna casa.
Tutte le tue travi sono state spezzate, Il tuo pilastro è in frantumi.
La mia mente ha raggiunto l’incondizionato.
La fine del bramare è stata raggiunta.»
(Dhammapada, VV.153-154)
Intro
Cosa disse esattamente il Buddha a riguardo alla rinascita ( punabbhava)? La visione del Buddha è esposta nel Paṭhamabhavasutta (Anguttara Nikaya 3.76), qui in forma condensata:
Quindi il venerabile Ānanda si recò dal Beato … e disse lui:
«Divenire, divenire, così si dice. Ma in che modo è definibile il divenire (bhavo)?»
«Ānanda, se non vi fosse un kamma maturante nella sfera del desiderio[…] o nella sfera formale […] o nella sfera del senza forma, sarebbe possibile discernere un divenire [nella sfera] sensuale, nella sfera formale o nella sfera informale ?»
«No di certo, Signore».
«Perciò, Ānanda, Il kamma è il campo, la coscienza il seme e la bramosia il nutrimento. La coscienza degli esseri viventi, ostacolati dall’ignoranza e legati dalla brama, viene a stabilirsi in una sfera inferiore … mediana … superiore. In questo modo vi è il sorgere di una nuova esistenza (punabhavabhinibatti).»
Il Dutiyabhavasutta riporta: «Il kamma è il campo, la coscienza il seme e la bramosia il nutrimento. L’intenzione (cetanā), e aspirazione (patthanā) degli esseri, ostacolati dall’ignoranza e legati dalla brama, viene a stabilirsi in una sfera inferiore … mediano … superiore. In questo modo vi è il sorgere di una nuova esistenza».
• Il ruolo della coscienza ( cognizione)
Nel Mahatahnasankhayasutta il Buddha spiegò la natura contingente della cognizione:
«…il Sublime disse: È vero, come si dice, che in te, Sati è sorta una tale dannosa visione distorta: “Così comprendo io il Dharma esposto dal Sublime, che è proprio questa coscienza a correre e girovagare nel samsara, nient’altro(che essa)?»
«Proprio così, signore…»
«E cosa, o Sati, sarebbe questa coscienza?»
«Signore, proprio quella che parla, prova sentimenti e sperimenta qua e là i risultati delle azioni benefiche e nocive.»
«Da chi hai tu dunque sentito, essere stolto, che io abbia esposto un simile Dharma? Non ho forse io, essere stolto, spiegato in molti modi la natura condizionata della coscienza: senza cause non può sorgere alcuna coscienza? Ma tu, essere stolto, distorci quello che ho insegnato e scavi a te stesso la fossa, causando a te stesso un grave danno. Ciò ti sarà, essere stolto, di grande danno, e sofferenza.” Quindi il Sublime si rivolse a quei monaci: “Cosa pensate, o monaci, forse che in questo monaco Sati Kevattaputta si sia acceso un qualche barlume di conoscenza circa questo Dharma e disciplina?»
«Come potrebbe essere ciò? No di certo, Signore.»
Quindi il Buddha, dopo aver sgridato il monaco Sati, ormai ammutolito e paonazzo in volto, continua la spiegazione sulla natura contingente della coscienza: «per qualsiasi ragione, voi monaci, abbia origine coscienza, proprio per quella, e solo per quella, essa viene a determinarsi. Mediante la vista e le forme viene a determinarsi coscienza visiva. Mediante l’udito e i suoni viene a determinarsi la coscienza uditiva. Mediante l’olfatto e gli odori viene a determinarsi la coscienza olfattiva. Mediante il gusto e i sapori viene determinarsi la coscienza gustativa. Mediante il tatto e i contatti, viene a determinarsi la coscienza tattile. Mediante il pensiero e le cose ha origine la coscienza mentale…»
Lo stesso concetto è ribadito nel Bijjasutta:
«Se qualcuno dicesse, ‘descriverò un venire, un andare, uno svanire, un sorgere, una crescita, un incremento o un proliferare della cognizione a prescindere dal corpo, dalle sensazioni, dall’appercezione e dalle formazioni,’ ciò sarebbe impossibile.»
Similmente, nel Niddesa(Kuddaka Nikaya, Niddesa 1.42) è detto:
«Vita, esistenza soggettiva, gioia e dolore; semplicemente, questi elementi si uniscono in un unico istante di cognizione fluttuante. Gli aggregati dei morti, già dissoltisi, e quelli dei vivi, hanno tutti la stessa natura: svaniscono per non più ritornare. Non c’è nascita se la cognizione non sorge; quando questa è presente, c’è vita. Quando la cognizione si dissolve, il Mondo muore.»
Il Milindapanha, ribadisce la prospettiva buddhista su questo tema:
«Venerabile Nāgasena, dove non c’è trasmigrazione può esserci continuazione?»
«Certo, Gran Re, dove non c’è trasmigrazione può esserci continuità».
«Ma venerabile Nāgasena, come può ciò che non trasmigra continuare? Fammi un esempio ».
«Gran Re, è come se qualcuno accendesse una lampada ad olio tramite un’altra lampada: forse che quella luce è trasmigrata dalla prima lampada?»
«No di certo Signore».
« Allo stesso modo, o Gran Re, non vi è trasmigrazione ma continuità ».
«Fammi un altro esempio».
«Gran Re, ricordi, quando eri piccolo, di aver appreso alcuni versetti dal tuo insegnante? »
«Certo, Signore».
«Ora, forse che quei versetti trasmigrarono dal tuo insegnante [verso di te]?»
«No di certo Signore».
«Allo stesso modo, non vi è trasmigrazione ma continuità ».
• Le Intenzioni
L’intenzione o volizione (cetanā) è ciò che ci spinge ad agire, sulla base del significato che attribuiamo agli oggetti dell’esperienza; la correlazione fra cognizione, volizioni e psicosoma nell’ambito del processo di divenire è illustrata nei seguenti passi tratti dal Cetanāsutta, SN 12.38-39.
«Ciò che si pensa(ceteti), che si progetta (pakappeti) e ciò verso cui uno inclina (anuseti) è base (ārammaṇa) per lo stabilirsi della cognizione. Quando vi è questa base, la cognizione viene a stabilirsi; quando la cognizione è stabilita e si sviluppa, vi è il prodursi di una successiva esistenza (punabbhavābhinibbatti); con il sorgere di una successiva esistenza, vi sono nascita, invecchiamento e morte, lamento e afflizione, dolore e sofferenza e sfinimento.»
«Ciò che si pensa, ciò che si progetta e ciò verso cui si tende è base per il mantenimento della coscienza. Quando c’è una tale base, la coscienza viene a stabilirsi. quando la coscienza è stabilita e si sviluppa, si manifesta lo psicosoma. Con lo psicosoma come condizione, nascono le sei basi di senso; con le sei basi di senso come condizione, il contatto; con il contatto come condizione, la sensazione… la brama… l’aggrapparsi… l’esistenza… la nascita; con la nascita come condizione, vi sono l’invecchiamento e morte, il dolore, il lamento, la pena, il dispiacere e la disperazione. Questa è l’origine di tutta questa massa di sofferenza.»
Ancora, nel Pātālasutta, (SN 36.4) troviamo questa interessante descrizione dell’inferno come di uno stato sensoriale doloroso:
«Monaci, quando il mondano non istruito afferma: ‘Nel grande oceano c’è un inferno (pātāla), egli afferma qualcosa di inesistente e irreale. L’inferno (Pātāla), o monaci, è piuttosto un sinonimo (adhivacana) per la sensazione dolorosa».
Inoltre, nel Khanasutta (Saṁyutta Nikāya 35.135), Il Buddha definisce l’inferno (nirayā) il paradiso (saggā) nei termini delle sei basi del contatto:
«Monaci, è un guadagno per voi, è una fortuna per voi, che abbiate ottenuto l’opportunità di vivere la vita spirituale. Ho visto, o monaci, un inferno chiamato «Sestuplice base del contatto». Lì qualsiasi forma si veda con gli occhi è indesiderabile, mai desiderabile; sgradevole, mai bella; sgradevole, mai piacevole. Qualunque suono si senta con l’orecchio… Qualunque odore si senta con il naso… Qualunque sapore si assapori con la lingua… Qualunque oggetto tattile si senta con il corpo… Qualunque fenomeno mentale si conosca con la mente è indesiderabile, mai desiderabile; non bello, mai amabile; sgradevole, mai piacevole. È un guadagno per voi, è una fortuna per voi, che abbiate ottenuto l’opportunità di vivere la vita spirituale. Ho visto, Monaci, un paradiso chiamato «Sestuplice base del contatto». Lì qualsiasi forma si veda con gli occhi è desiderabile, mai indesiderabile; bella, mai sgradevole; piacevole, mai sgradevole. Qualunque suono si senta con l’orecchio… Qualunque odore si senta con il naso… Qualunque sapore si assapori con la lingua… Qualunque oggetto tattile si senta con il corpo… Qualunque fenomeno mentale si conosca con la mente è desiderabile, mai indesiderabile; bello, mai spiacevole; piacevole, mai spiacevole.»
Allo stesso modo, il Mahāpariḷāhasutta (Saṁyutta Nikāya 56.43) definisce lo stato infernale nei termini di esperienze sensoriali sgradevoli e dolorose, paragonabile ad una grande febbre (Mahāpariḷāha).
• Perché si rinasce?
Nel Dvāyatānupassanāsutta del Sutta Nipata leggiamo:
“Coloro che continuano a vagare ripetutamente in questo saṁsāra, che è un’alternanza tra nascita e morte, tra questa esistenza e un’altra esistenza, sono coinvolti in un viaggio che è solo una perpetuazione dell’ignoranza. L’ignoranza è la grande illusione a causa della quale si è vagato a lungo in questo saṁsāra. Gli esseri dotati di conoscenza non tornano a ripetere l’esistenza.”
Il Bhavanettisutta spiega quali siano le condizioni per la rinascita:
«Rādha, l’interesse, la passione, il diletto, la bramosia, e la tendenza latente della mente (anusayā) al coinvolgimento, all’afferrare, al persistere nel rimanere invischiata nella forma, nella sensazione, nel riconoscimento, nelle intenzioni e nella cognizione è ciò che conduce all’esistere; la cessazione di tutto ciò è la cessazione degli elementi che conducono all’esistenza» .
Saṃyutta Nikāya 23, Paṭhamamāravagga
Similmente, nel Gotamasutta leggiamo:
«E così a me fu: ‘con la presenza di cosa si manifesta l’essere? qual è la condizione per il prodursi dell’essere?’ così, o monaci, portando l’attenzione all’origine, io realizzai con saggezza: essendoci l’attaccamento si produce l’essere, l’attaccamento determina l’essere.»
• Cosa rinasce?
I seguenti passi tratti dal Mahānidānasutta possono essere intesi come risposta alla domanda “se non c’è un sé o un anima, allora chi o cosa rinasce?
“Ānanda, se il viññāṇa non fosse ben stabilito nel nāmarūpa, forse che si sperimenterebbero ancora nascita, invecchiamento, morte, e il sorgere della sofferenza?”
“No di certo Signore”.
”Perciò, Ānanda, questa è la causa, la base, l’origine e il fondamento del viññāṇa: il nāmarūpa”.
[… ]
“Ed è in questo modo, Ānanda, che esistono la nascita, l’invecchiamento, la morte, il trapasso ed il riapparire; in questo modo esiste un sentiero per la designazione (adhivacana), per la descrizione (nirutti), e la manifestazione (paññatti); in questo modo esiste la sfera del discernimento (paññā) finalizzata a rendere manifesto questo stato dell’essere; ed è in questo modo che il circolo vizioso [del samsara] continua a vorticare, ovvero : con nāma e rūpa che fluiscono assieme alla cognizione, sostenendosi l’un l’altro”.
Perciò, ciò che soggetto alla rinascita è lo psicosoma (nāmarūpa), ovvero, il corpo (rūpa) assieme ai processi mentali quali sensazione, percezione, contatto, volizione e attenzione (nāma), e alla coscienza (viññāṇa). Il seguente sutta illustra il legame di interdipendenza fra il corpo e la mente (citta) e la loro origine:
«Qual è l’origine del corpo? Per via del nutrimento vi è il sorgere del corpo, cessando il nutrimento, il corpo si dissolve; per via del contatto sorge la sensazione, cessando il contatto, la sensazione si dissolve; per via dello psicosoma sorge la mente (citta), cessando lo psicosoma la mente (citta) si dissolve; con il sorgere dell’attenzione sorgono i fenomeni, con lo svanire dell’attenzione i fenomeni si dissolvono.»
(Saṃyutta Nikāya 47 5. Amatavagga, 42. Samudayasutta)
• Non sé e rinascita
Nel Mahāpuṇṇamasutta, MN 109, il Buddha risponde a una domanda sul non sé in relazione al karma e alla rinascita:
«Quindi, ad un certo monaco venne in mente questa riflessione: «Se la forma, la sensazione, la percezione, le intenzioni e la cognizione sono non-sé, quale sé verrà raggiunto [dai risultati] delle azioni compiute da ciò che non possiede un sé?» [1]
E il Beato, intuendo con la propria mente i pensieri di quel monaco, disse ai monaci: «È possibile, monaci, che uno stolto – con la mente dominata dall’ignoranza e ottenebrata dalla sete– possa pensare di superare in astuzia l’insegnamento del maestro [affermando]: ‘Se la forma è non-sé, la sensazione è non-sé, la percezione è non-sé, le intenzioni sono non-sé, la cognizione è non-sé, quale sé verrà raggiunto [dai risultati ] delle azioni compiute da ciò che non possiede un sé?’
«Monaci, non foste voi da me istruiti a dissipare i dubbi su questo o quell’aspetto dell’insegnamento?»
«Cosa pensate monaci, la forma è permanente o impermanente? »
«Impermanente, Signore.»
«Ma ciò che è impermanente, è insoddisfacente o soddisfacente?»
«insoddisfacente, Signore.»
«Ma ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto per sua natura al cambiamento, è forse saggio considerarlo come “Questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé”?»
«No di certo Signore»
[ Così per la sensazione, la percezione, le volizioni e la cognizione]
«Pertanto, monaci, qualunque forma, sensazione, volizione e cognizione, passata, futura o presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, deve essere compresa, con saggezza, secondo realtà; ‘Questo non è mio, ciò non sono Io, questo non è il mio Sé’.»
«Così vedendo monaci, l’esperto nobile discepolo prova disincanto per la forma, la sensazione, il la percezione, le volizioni e la cognizione; disincantato egli è distaccato dalle passioni; con il distacco, è libero; essendo libero, sorge in lui la conoscenza della liberazione. Ed egli riconosce: ‘esaurita è la nascita, completato l’addestramento spirituale, fatto è ciò che doveva essere fatto, non vi sarà più alcun esistere in futuro.»
• Il ricordo delle esistenze precedenti
Nel Khajjanīyasutta ( SN 22.79), il ricordo delle esistenze precedenti è così definito:
«Monaci, tutti quegli asceti e quei bramini che rammentano le molteplici esistenze precedenti si rammentano dei cinque aggregati soggetti all’afferrarsi o di uno di essi. Ma quali sono questi cinque aggregati? ’Tale forma Io ebbi in passato’; così o monaci è semplicemente la forma che egli ricorda; ‘Tale sensazione Io ebbi in passato’, così, o monaci, è semplicemente la sensazione che egli ricorda; ‘Tale percezione io ebbi in passato’, così o monaci, è semplicemente la percezione che egli ricorda; ‘Tali intenzioni io ebbi nel passato’, così o monaci è semplicemente delle intenzioni che egli si ricorda; ‘Tale cognizione io ebbi nel passato’, così, o monaci, è semplicemente della cognizione che egli si ricorda.»
È tuttavia significativo l’approccio pragmatico tenuto dal Buddha in un dialogo con un monaco di nome Udāyin nel sutta a lui dedicato (Culasakuludāyi Sutta, MN 79) in merito alla questione del ricordo delle vite precedenti:
«Udāyin, chiunque sia in grado di ricordare una varietà di esistenze precedenti, vale a dire: una nascita, due nascite, tre nascite, quattro nascite, cinque, dieci, venti nascite, trenta nascite, quaranta nascite, cinquanta nascite, cento nascite , mille nascite, centomila nascite, e molti eoni di creazione e molti eoni di disintegrazione e molti eoni di creazione e disintegrazione: ‘Quello fu il mio nome, nacqui in tale e tal clan, di tale e tal colore; così fui nutrito, ebbi tali e tali esperienze piacevoli e dolorose; passando da quello stato venni a trovarmi in un altro stato dove ebbi tale nome, in tale e tal clan, di tal tale colore; così fui nutrito, ebbi tali e tali esperienze piacevoli e dolorose e così via fino alla fine della vita; passando da quello stato adesso sono sorto, dove posso ricordare nei dettagli una varietà di esistenze precedenti’: Costui potrebbe interrogarmi sul passato o io potrei interrogare lui sul passato[..] Però Udāyin, adesso lascia stare passato, lascia stare il futuro. Ora ti esporrò il Dhamma: Essendoci questo, vi è quello, con il manifestarsi di questo, quello si manifesta; mancando questo, non vi è quello; con il cessare di questo, vi è la cessazione di quello…»
• E se non ci fosse alcuna rinascita?
Nel Kalamasutta il Buddha spiega che anche nel caso in cui non vi fosse alcuna rinascita, la pratica del Dharma preserverebbe comunque tutto il suo potenziale liberatorio:
«Se esiste un aldilà, e se le buone e cattive azioni portano frutti e producono risultati, è possibile che con la disgregazione del corpo, dopo la morte, andrò in una buona destinazione, in un paradiso’. ‘Ma se non esiste un aldilà, e se le buone e cattive azioni non portano frutti e non producono risultati, lo stesso proprio qui, in questa vita, vivrò felice, libero dall’inimicizia e dall’avversione’.
‘Supponiamo che il male ricada in chi lo compie. Allora, poiché io non voglio il male di nessuno, come può la sofferenza toccarmi, dato che non compio azioni malvagie? ‘Supponiamo che il male non ricada in chi lo compie. Allora, proprio qui, mi sento purificato in entrambi i casi.»
Similmente, nell’Apannakasutta ( MN 60), il Buddha afferma che vivere in armonia con la teoria della causa ed effetto equivale a una scommessa vincente in entrambi i casi, sia che essa risulti veritiera, sia che si riveli falsa:
«Se esiste un altro mondo, allora alla dissoluzione del corpo, dopo la morte, questa persona riapparirà in una destinazione felice, persino nel mondo celeste. Ora, che la parola di quegli asceti e bramini e sia vera o meno, supponiamo che non ci sia un altro mondo: comunque sia, questa persona è nel qui e ora lodata dai saggi come una persona virtuosa, una persona con una visione corretta che sostiene la dottrina dell’affermazione. E d’altra parte, se c’è un altro mondo, allora questa persona ha fatto una scommessa vincente in entrambi casi: poiché è lodata dai saggi qui e ora, e poiché alla dissoluzione del corpo, dopo la morte, riapparirà in una destinazione felice, nel mondo celeste. Ha giustamente accettato e intrapreso questo insegnamento incontrovertibile in modo tale da estenderlo a entrambe le parti ed escludere l’alternativa non salutare».
L’insegnamento sulla rinascita è solitamente interpretato in senso letterale, come la continuazione di un medesimo flusso di coscienza attraverso molteplici esistenze. Tuttavia, il Buddha parlò anche della «nobile rinascita» , a indicare una trasformazione in senso spirituale della propria condizione umana, nella vita presente. Nel seguente dialogo fra il Buddha e Aṅgulimāla, un criminale divenuto monaco e poi arahant, il Maestro parlò esplicitamente della «nobile rinascita » come metafora di trasformazione spirituale:
..(Aṅgulimāla )si recò dal Beato e, dopo avergli reso omaggio, si sedette a un lato. Dopo aver fatto ciò, disse: «Venerabile signore, quando fu mattina mi vestii e, presa la ciotola e la veste esterna, andai a Sāvatthi per l’elemosina. Mentre girovagavo per elemosina di casa in casa in quel di Sāvatthi, vidi una certa donna in travaglio in gravi condizioni. Avendola vista, ho pensato: “Che tormenti subiscono gli esseri, davvero che tormenti subiscono gli esseri!»
«In tal caso, Aṅgulimāla, vai a Sāvatthi da quella donna e dille: ‘Sorella, da quando sono nato non ho mai privato di proposito un essere vivente della vita. Grazie a questa verità, tu e il bambino possiate avere pace’».
«Ma Venerabile signore, così facendo, non starei forse coscientemente mentendo? Giacché molti esseri viventi sono stati da me intenzionalmente privati della vita».
«Allora, Aṅgulimāla, vai a Sāvatthi da quella donna e dille: ‘Sorella, da quando sono nato nella nobile nascita (ariyāya jātiyā) non ho mai privato di proposito un essere vivente della vita’. Grazie a questa verità, che tu e il bambino possiate stare bene’».
Questo è quanto riportato dai testo che la tradizione attribuisce al Buddha. Lasciamo a ciascun lettore di trarre le proprie conclusioni su questo argomento.

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