Samatha, la quiete

SULLA MEDITAZIONE DI SAMATHA…

Samatha significa tranquillità, calma. Molti pensano che praticare la samatha significhi concentrarsi su un oggetto. In realtà si tratta di coltivare l’attenzione, piuttosto che la concentrazione; pratiche meditative incentrate sulla concentrazione possono infatti portare a uno stato di tipo ipnotico caratterizzato da una sensazione di estraniazione dalla realtà, un’esperienza sovente scambiata per raccoglimento meditativo (Samadhi). Il mantenimento della concentrazione sull’oggetto richiede uno sforzo costante, e come tale, non può essere mantenuto a lungo. Un simile sforzo non farà altro che affaticare la mente e il corpo, che nei momenti di sforzo diventa teso e irrequieto. Questo fraintendimento è sovente la ragione per la quale molte persone smettono di meditare; invece di stare meglio, la meditazione viene vissuta come un’altra fonte di stress, e come tale, cestinata. La sonnolenza e l’irrequietezza che a volte si manifestano durante la meditazione potrebbero dipendere dalla necessità del nostro organismo di liberarsi da quell’affaticamento. In meditazione, il focus dell’attenzione deve essere rilassato. La meditazione è un “non fare”, mentre il concentrarsi è un fare.

Samatha serve a rilassare corpo e mente; essa si attua distogliendo l’attenzione da ciò che causa agitazione e riorientandosi verso ciò che porta benessere, gioia e rilassamento (MN20). Nel Visuddhimagga, Buddhaghosa elenca una quarantina di meditazioni utili per coltivare la samatha; vi sono i quattro incommensurabili, l’asubha (sgradevolezza), le anussati (riflessioni) sulle qualità di Buddha, Dharma e sangha, sulla moralità (sīla), la generosità (cāga), le qualità dei deva, la consapevolezza del corpo, la riflessione sulla morte, l’attenzione al respiro, la riflessione sulla pace, i dieci kasina, la percezione della sgradevolezza del cibo, i quattro elementi, e i quattro Āyatana (samādhi senza oggetto); oltre a queste, vi sono le cinque rimembranze (università di invecchiamento, malattia, morte, separazione e karma), i quattro Jhāna con oggetto e la meditazione camminata.

La samatha, assieme ai fattori etici del sentiero sono un preludio irrinunciabile alla pratica della consapevolezza. Pensare di poter coltivare la consapevolezza, i Jhāna o la vipassanā ( chiara visione) , mantenendo degli stili di vita caratterizzati da caos e stress, senza prima aver preparato corpo e mente attraverso l’ armonioso esercizio (sammā vayama) delle meditazioni finalizzate alla samatha è un infantilismo molto in voga nella società occidentale, dove si vuole tutto e subito, senza impegno, dedizione e costanza. La struttura progressiva dei diversi moduli didattici quali il Nobile Ottuplice Sentiero, i sette fattori che conducono al risveglio e le cinque facoltà, parlano chiaro. Le scorciatoie finiscono tutte in mezzo alla palude. Non sempre la via apparentemente più breve è quella migliore.

Lascia un commento

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑