PERCHÉ NON RIUSCIAMO A LASCIARE ANDARE ?
Riassunto del discorso di Dharma di martedì 11 marzo 2025
Gruppo di Meditazione Dhammadāna
𝐼𝑙 𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑆𝑎𝑘𝑦𝑎 𝑀𝑎ℎ𝑎̄𝑛𝑎̄𝑚𝑎, 𝑝𝑒𝑟𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑙𝑢𝑛𝑔𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑖 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑏𝑟𝑎𝑚𝑜𝑠𝑖𝑎, 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎, 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑎𝑙 𝐵𝑢𝑑𝑑ℎ𝑎, 𝑖𝑙 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑠𝑝𝑖𝑒𝑔𝑎 𝑙𝑢𝑖 𝑙’𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑡𝑖𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑖𝑜𝑖𝑎 𝑒 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑗ℎ𝑎̄𝑛𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑚𝑒𝑡𝑜𝑑𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑡𝑎𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑎𝑓𝑓𝑙𝑖𝑡𝑡𝑖.
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Così ho udito. In una certa occasione il Beato dimorava tra i Sakya, a Kapilavatthu, nel Parco dei Banyan. Quindi, Mahānāma il Sakya si avvicinò al Beato, gli rese omaggio e si sedette da parte. Quando fu seduto, Mahānāma disse al Beato:
“Signore, da lungo tempo ho così compreso il Dhamma insegnato dal Beato: L’avidità è un veleno, l’avversione è un veleno, l’ignoranza è un veleno; tuttavia, a volte la mia mente è sopraffatta dall’avidità, dall’avversione e dall’ignoranza. Signore, mi chiedo: cosa non è stato da me internamente abbandonato, perché la mia mente a volte è sopraffatta dall’avidità, dall’avversione e dall’ignoranza?”
“Mahānāma, c’è una cosa che non è stata da te internamente abbandonata[1], a causa della quale la tua mente a volte è sopraffatta dall’avidità, dall’avversione e dall’ignoranza; Mahānāma, se quella cosa fosse stata da te abbandonata, non dimoreresti nella casa e non ti abbandoneresti alla ricerca di piacere; ma poiché quella cosa non è stata da te abbandonata, tu dimori nella casa indulgendo nel piacere. Il piacere (kāmā) è poco gratificante, porta molta sofferenza e molta angoscia e le sue controindicazioni sono altresì maggiori.
Mahānāma, anche se un nobile discepolo ha ben compreso questo punto con saggezza, se tuttavia non ha ancora realizzato quella gioia e benessere (pītisukha) alternativi al piacere sensuale e ai fenomeni malsani[2] o realizzato qualcosa di ancora più pacificante di questi[3], potrebbe ricadere nella ricerca del piacere. Ma quando un nobile discepolo ha ben compreso con saggezza che il piacere è poco gratificante, porta molta sofferenza, molta angoscia e che le sue controindicazioni sono altresì maggiori, e ha inoltre realizzato quella gioia e benessere alternativi al piacere sensuale e ai fenomeni malsani o realizzato qualcosa di ancora più pacificante di questi, allora potrà affrancarsi dalla ricerca del piacere.”
Estratto dal Cūḷadukkhakkhandha Sutta, MN 14
Commento
1.L’errata convinzione che rincorrendo il piacere e fuggendo da ciò che è sgradevole, ovvero, le cause profonde del nostro malessere ( dukkha) si possano ottenere un benessere e una tranquillità duraturi, è alla base della nostra incapacità a mettere in pratica il “lasciare andare” prescritto dal Buddha come condizione per l’ ottenimento della liberazione. Inoltre, la continua ricerca di piacere e l’avversione verso ciò che è percepito come sgradito nascono dall’impossibilità di soddisfare questa errata convinzione. Ed è proprio perché consideriamo le emozioni nocive come fonte di felicità e gioia che non riusciamo a lasciarle andare. L’attaccamento al dolore e alle emozioni tossiche come l’odio e la rabbia dona un piacere perverso. Questo è l’effetto dell’ ignoranza della realtà. Anche quando abbiamo una qualche volontà a sacrificare le cose a cui ci afferriamo tenacemente in cerca di una soddisfazione effimera, i nostri desideri, rabbie e gelosie, per ottenere il bene più alto, al lato pratico, il nostro impegno reale affinché questo accada è veramente esiguo. L’attaccamento è determinato dalla percezione distorta della piacevolezza del fenomeno afferrato, dal proiettare su di esso qualità taumaturgiche che non possiede. Per imparare a lasciare andare dobbiamo vedere con gli occhi della saggezza questo stato di cose. Questa è vipassanā. Chi comprende lascia andare (pajahanti vipassino). Ma per sviluppare la visione di vipassanā dobbiamo allenarci gradualmente nei vari stadi del sentiero graduale. Come diceva Reverendo Dr. Sumana Siri , “non puoi arrivare ad ‘x – y- z’ se non hai prima ‘a- b- c’ “. Per questo la tanhā non può essere sradicata di colpo come un chiodo ma “rimosso” gradualmente, passo dopo passo, come una vite che viene gradatamente svitata.Tramite la meditazione coltiviamo la samatha e così riduciamo gradualmente la preponderanza dell’ emotività, con la saggezza, paññā o vipassanā, correggiamo gradualmente la stortura percettiva e concettuale nata dall’ esperienza immediata. Le cause del dukkha non possono essere meramente abolite e non devono assolutamente essere represse, pena il finir divorati dai sensi di colpa, dalla frustrazione e della nevrosi. Inoltre, non devono nemmeno essere perseguite e lasciate proliferare nella mente, pena la follia e l’ossessione…
2. Il benessere e la gioia del samādhi.
3. La visione profonda (vidassanā) che conduce alla liberazione definitiva.

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