𝗟𝗮 𝗖𝗼𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲
𝗩𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗗𝗿. 𝗪𝗮𝗹𝗽𝗼𝗹𝗮 𝗥𝗮𝗵𝘂𝗹𝗮
(Ālaya-vijñāna)
Nella scuola buddhista Yogācāra (Vijñānavāda), quella dell’ ālaya-vijñāna è una delle dottrine più importanti sviluppate da Asaṅga (IV secolo d.C.). Egli divide il vijñānaskandha (Aggregato della Coscienza), il quinto dei cinque skandha, in tre diversi aspetti o strati, ossia citta, manas e vijnana. Nel Tipiṭaka Theravāda e nei Commentari Pāli, questi tre termini – citta, manas, vijñāna – sono considerati sinonimi e indicano la stessa cosa. Anche il sistema Sarvistivāda li considera sinonimi. il Laṅkāvatārasūtra, che è un testo puramente mahāyāna, li chiama sinonimi, sebbene le loro funzioni specifiche siano menzionate altrove nello stesso sutra. Vasubandhu, nel suo Vimśatikāvijñaptimātratāsiddhi, li considera sinonimi. Poiché ognuno di questi tre termini – citta, manas, vijñāna – rappresenta un qualche aspetto, anche se non tutti gli aspetti, del quinto aggregato del vijñānaskandha, possono essere considerati approssimativamente come sinonimi. Tuttavia, per Asaṅga, citta, manas e vijñāna sono tre aspetti diversi e distinti del vijñānaskandha. Egli definisce questo Aggregato come segue:
“Qual è la definizione dell’aggregato della coscienza (vijñānaskandha)? È la mente (citta), l’organo mentale (manas) e anche la coscienza (vijñāna).
E che cos’è la mente (citta)? È l’ālaya-vijñāna (coscienza-deposito) che contiene tutti i semi (potenzialità latenti N.d.T.) (sarvabijaka), impregnati delle tracce (impressioni) (vasanaparibhavita) degli aggregati (skandha), degli elementi (Dhātu) e delle sfere (āyatana)…”.
Che cos’è l’organo mentale (manas)? È l’oggetto dell’ ālaya-vijñāna, che ha sempre la natura della nozione di sé (autoconvinzione) (manyanatmaka) associata a quattro oscurazioni, ossia la falsa idea di sé (atmadrsti), l’amore di sé (leggi: individualismo, N.d.T.) (atmasneha), la presunzione di “io sono” (asmimana) e l’ignoranza (avidya)…
Che cos’è la coscienza (vijñāna)? Consiste nei sei gruppi di coscienza (sad vijñānakayah), ossia la coscienza visiva (caksurvijñāna), uditiva (srotra), olfattiva (ghrana), gustativa (jihva), tattile (kaya) e mentale (mano vijñāna)…”
Così, possiamo vedere che vijñāna rappresenta la semplice reazione o risposta degli organi di senso quando entrano in contatto con gli oggetti esterni. Questo è l’aspetto o lo strato più superficiale del vijñānaskandha. Manas rappresenta l’aspetto del funzionamento mentale, il pensiero, il ragionamento, la concezione delle idee, ecc. Citta, qui chiamato ālaya-vijñāna, rappresenta l’aspetto o lo strato più profondo, fine e sottile dell’aggregato della coscienza. Contiene tutte le tracce o impressioni delle azioni passate e tutte le potenzialità future buone e cattive. Il Saṃdhinirmocanasūtra afferma che l’ālaya-vijñāna è altresì chiamata citta (sems in tibetano).
In genere si ritiene che l’ālaya-vijñāna sia una dottrina puramente Mahāyāna e che non si trovi nulla al riguardo nell’ Hīnayāna. Ma nel Mahāyānasangraha, Asanga stesso afferma che nello Śrāvakayāna è menzionato per sinonimi (paryaya) e fa riferimento a un passo dell’Ekottaragama che recita: “Le persone (praja) amano l’ ālaya (ālayārata), sono affezionate all’ālaya (ālayārama), sono deliziate dall’ ālaya (ālayasammudita), sono attaccate all’ ālaya (ālayābhirata). Quando il Dharma viene predicato per la distruzione dell’ ālaya, essi desiderano ascoltare (susrusanti) e prestano ascolto (srotram avadadhanti), esprimono la volontà per la perfetta conoscenza (ajnacittam upasthapayanti) e seguono il sentiero della Verità (dharmanudharma-pratipanna). Quando il Tathāgata appare nel mondo (pradurbhava), questo meraviglioso (ascarya) e straordinario (adbhuta) Dharma appare nel mondo”.
Lamotte identifica questo passo di Ekottaragama con il seguente passo dell’ Aṅguttara Nikāya Pāli:
“Ālayārāmā, bhikkhave, pajā ālayaratā ālayasammuditā; sā tathāgatena anālaye dhamme desiyamāne sussūsati sotaṁ odahati aññā cittaṁ upaṭṭhapeti.Tathāgatassa, bhikkhave, arahato sammāsambuddhassa pātubhāvā ayaṁ paṭhamo acchariyo abbhuto dhammo pātubhavati.”
Aṅguttara Nikāya 4.128
13. Bhayavagga
Oltre a questo passo dell’ Aṅguttara, il termine ālaya nello stesso senso si trova in molti altre parti del Canone Pali. I commentari pali spiegano questo termine come “attaccamento ai cinque piaceri dei sensi”, senza andare più in profondità. Ma anche questo è un aspetto dell’ ālaya-vijñāna. Nel Laṅkāvatārasūtra il termine Tathāgatagarbha è usato come sinonimo di ālaya-vijñāna ed è descritto come “luminoso per natura” (prakrtiprabhasvara) e “puro per natura” (prakrtiparisuddha) ma che appare impuro “perché contaminato da oscurazioni avventizie” (agantuklesopaklistataya). Nell’ Aṅguttara Nikāya, citta è descritto come “luminoso” (pabhassara), ma è “oscurato da oscurazioni avventizie minori” (agantukehi upakkilesehi upakkilittham). Si può notare che ālaya-vijñāna (o Tathāgatagarbha) e citta sono descritti quasi con gli stessi termini.
Abbiamo visto in precedenza che il Saṃdhinirmocanasūtra dice che ālaya-vijñāna è anche chiamato citta. Anche Asanga dice che è chiamato citta. È questa ālaya-vijñāna o citta che viene considerata dagli individui come la loro “Anima”, “Sé”, “Ego” o “Ātman”. Va ricordato, come esempio concreto, che Sati, uno dei discepoli del Buddha, considerò vijñāna in questo senso e che il Buddha lo rimproverò per questa visione errata.
Il raggiungimento del Nirvāna è ottenuto con la “rivoluzione di ālaya-vijñāna”, chiamata asrayaparavrtti. La stessa idea è trasmessa dall’espressione ālayasamugghata – “sradicamento di ālaya” – che è usata nel Canone Pāli come sinonimo di Nirvāna. Va ricordato anche che anālaya, “no- ālaya”, è un altro sinonimo di Nirvāna. L’ ālayavijñānaparavrtti è talvolta chiamata anche bijaparavrtti – “rivoluzione dei semi”. Bija indica qui i “semi” dei difetti (samklesikadharmabija) che causano la continuità del samsāra. Con la “rivoluzione di questi semi” si raggiunge il Nirvana. Anche il termine pali khinabija, usato per indicare un arahant i cui semi di defilamento sono distrutti, esprime la stessa idea. Possiamo quindi notare che, sebbene non sviluppata come nel Mahāyāna, l’idea originale di ālaya-vijñāna era già presente nel Canone Pāli del Theravāda.
Traduzione a cura di Gruppo di Meditazione Dhammadāna


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