
«Molti sono i luoghi dove gli esseri cercano di sfuggire alla paura:
montagne, boschi, eremi, alberi sacri e santuari; nessuno di questi
offre un rifugio sicuro, un rifugio definitivo: non c’è libertà dal dukkha nel prendere tutto ciò come proprio rifugio. »
(Dhammapada, 188)
La paura (pāli: bhaya, probabile parente del grego phóbos, fobia) è uno stato d’animo fra i più intesi dal punto di vista emotivo, il quale può presentarsi sotto varie forme: c’è una paura oggettiva, legata a pericoli concreti; c’è una paura soggettiva, legata alle sensibilità specifiche di ciascun individuo, come ad esempio la paura di volare, la paura dei cani oppure della solitudine; vi è il timore per le conseguenze delle proprie scelte e azioni; vi è l’angoscia esistenziale di fronte all’ignoto (anāgatabhayāni) e il terrore atavico che tutti i viventi provano di fronte alla malattia, all’ invecchiamento e alla morte.
Alcune di queste manifestazioni possono essere viste come «contrazioni» verso pericoli reali, mentre certe forme di angoscia, di ansia e panico sono più che altro delle contrazioni dell’animo di fronte a pericoli percepiti a livello mentale ma non necessariamente esistenti. In qualunque forma essa si presenti, la paura ci sta dicendo qualcosa di importante su di noi; ed è quindi importante imparare ad ascoltarla; spesso infatti un istintivo meccanismo di difesa ci spinge a occultare le nostre paure dietro una facciata di spavalderia che in realtà è il sintomo più evidente della debolezza stessa. Dalla prospettiva del Buddhadharma, paura, timore e angoscia necessitano di essere ricondotte nel campo della consapevolezza-chiara comprensione (sati-sampajañña) per essere osservate e comprese. La paura ha generalmente un impatto negativo sulla vita ma può assumere anche un ruolo positivo, se associata alla saggia riflessione. È noto che il Buddha invitò esplicitamente i propri allievi a coltivare un salutare timore verso quei comportamenti potenzialmente dannosi per se stessi e per gli altri; questo atteggiamento è noto come hiri-ottapa (ritegno e contegno) e rappresenta un mezzo per affrancarsi dagli effetti indesiderati di comportamenti sconsiderati, e, di conseguenza dal timore verso tali effetti. Da questa prospettiva, il riconoscimento della pericolosità insita nei comportamenti malsani è un potente catalizzatore per la pratica della disciplina etica e del Dharma in generale (vedi: AN 5.77).
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Negli Udāna (Versi Ispirati) il Buddha lega la ricerca del godimento (abhinandi), la paura (bhaya) e il malessere che essa comporta (dukkha) al problema fondamentale dell’elusività dell’esistenza (bhava), la quale, proprio per via della sua precarietà appare estremamente difficile da definire in maniera certa e definitiva. Dall’ impossibilità di affermare una propria identità in un mondo dominato dall’incertezza nasce l’impulso a soffocare l’angoscia esistenziale tramite il piacere, l’identificazione con questo o quella idea di sé e del mondo, o nei peggiori di casi, con un atteggiamento nichilista di negazione dell’esistenza stessa. Nel Dhammapada il Buddha afferma che bramosia (tanhā), amore (piya), avidità (rati) e lussuria (kāma) possono essere causa di malessere (soka) e preoccupazione (bhayam) per chi non è consapevole della loro vera natura; l’attaccamento a ciò che ai nostri occhi appare come piacevole (piyam) diventa fonte di malessere a causa del timore della perdita che naturalmente si prova di fronte alle esperienze piacevoli. Interessante notare che fino a quando questo processo non verrà pienamente compreso e abbandonato esso continuerà ad alimentare l’ affannosa ricerca di soddisfazione:
«Questo mondo è tormentato e, dominato dal contatto sensoriale, scambia una malattia per il proprio sé; in qualunque modo si immagini [una cosa], essa diventa altro.
Mutando, il mondo è incatenato all’esistere; afflitto dall’esistenza, prova tuttavia godimento nell’esistenza;
Ciò per cui si prova godimento è fonte di paura; ciò che si teme è esso stesso sofferenza;
Invero, è per abbandonare l’esistenza che la disciplina spirituale viene coltivata…»
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Inoltre, nel bhayaberavasutta il Buddha afferma di aver vinto la paura che lo assalì mentre si trovò per la prima volta a meditare nella foresta, affrontandola con la saggia riflessione; il novello asceta Siddhārtha si accorse che essa era una proiezione della sua stessa mente condizionata dal timore per i possibili risultati (vipaka) dei comportamenti malsani e delle afflizioni mentali nelle esistenze future. Egli comprese che la soluzione per superare l’angoscia dell’ ignoto non erano né la distrazione del godimento effimero (kamatanhā) né l’affermazione egoistica di sé (bhavatanhā), né la sua negazione nichilista (vibhavatanhā); per Gautama la soluzione sta nella nel non coinvolgimento, un atteggiamento di sereno disincanto che nulla a che spartire con il cinismo:
«Di tutti quegli asceti e bramini che affermano di aver ottenuto la liberazione esistenziale per mezzo dell’esistenza stessa, Io vi dico che in realtà nessuno di loro è libero dall’esistere; e anche di tutti quegli asceti e sacerdoti i quali affermano di aver ottenuto la liberazione esistenziale tramite la negazione dell’esistenza stessa, Io vi dico che nessuno di loro è libero dall’esistere. È sulla base dell’afferrarsi (upadhi) che il dukkha si manifesta; con la distruzione di ogni attaccamento non ci sarà più alcun dukkha.»
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METODI PER LAVORARE CON LA PAURA:
• Riconoscere i vari tipi di paura, oggettiva e soggettiva;
• Accogliere le proprie paure nel campo dell’attenzione non giudicante e affrontarle senza indugi;
• Abbandonare quei comportamenti e modalità di pensiero potenzialmente causa di preoccupazione per i possibili risultati nefasti che queste potrebbero comportare;
• Meditare sull’inevitabilità di invecchiamento, malattia, morte, separazione ed effetti del karma;
• Meditare sulla natura illusoria, simile a un miraggio, dei propri pensieri ed emozioni;
• Meditare sulla transitorietà di ogni cosa nella vita;
• Meditare sulla impersonalità di ogni stato d’animo che transita nella mente;
• Coltivare la pazienza verso le circostanze sfavorevoli esterne e la sopportazione verso le avversità interne;
• Coltivare empatia, compassione e altruismo verso il prossimo;
• Equanimità: accettare il bello e il brutto come parti integranti della vita;
• Coltivare il coraggio e lo sforzo entusiastico come antidoti allo scoramento e all’ apatia che la paura porta con sé.
*In foto: Buddha in abhayamudra, il gesto della Libertà dalla Paura

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