I 9 tormenti del Buddha

Secondo il Maha Prajnaparamita Sastra di Nagarjuna, il Buddha storico Gautama fu soggetto, quale effetto del karma passato, alle seguenti nove dolorose vicissitudini:

1) La brahmacārinī Sundarī calunniò il Buddha e cinquecento arhat spazzarono via la calunnia.

2) La brahmana Ciñcā attaccò [al suo ventre] una ciotola di legno fingendo di essere incinta e calunniando il Buddha.

3) Devadatta fece rotolare a valle un masso per assassinare il Buddha e lo ferì all’alluce.

4) Mentre camminava nel bosco, il Buddha si ferì a un piede.

5) Quando il re Virūdhaka e il suo esercito massacrarono i Śākya, il Buddha provò un forte dolore alla testa.*

6) Avendo accettato l’invito del bramino Agnidatta, il Buddha dovette mangiare del mangime per cavalli.

7) A causa del vento freddo, il Buddha fu colpito da mal di schiena.

8) Per sei mesi praticò le austerità.

9) Essendosi recato in un villaggio bramino per elemosinare il cibo, non ricevette nulla e tornò con la ciotola vuota.

Commento al punto 5

Nagarjuna afferma che Il Buddha provò un forte dolore al capo al momento del massacro dei Śākya da parte di Virūḍhaka, (Pāli Viḍūḍabha). Le fonti pāli, che sostanzialmente trovano conferma nelle fonti sanscrite e cinesi e tibetane, raccontano che Pasenadi, re del Kosala, ebbe un figlio, Viḍūḍabha, la cui madre era una giovane schiava di nome Vāsabhakhattiya, figlia naturale di Mahānāma, successore di Suddhodana (Il Padre del Buddha) a Kapilavastu. Vāsabhakhattiyā era stata data fraudolentemente in sposa dai Śākya proprio al Re Pesanadi, sotto le mentite spoglie di principessa. Quando l’inganno fu scoperto e Viḍūḍabha si sentì additato come “Il figlio della schiava” dai Śākya, giurò di vendicarsi. Con l’aiuto del generale Dīgha Kārāyana, detronizzò suo padre Pasenadi e si proclamò Re. In seguito, Viḍūḍabha decise di attaccare Kapilavastu, la capitale dei Śākya. Secondo l’usanza indiana, qualora un esercito si fosse imbattuto in un asceta, la guerra avrebbe dovuto essere immediatamente interrotta. Per proteggere la sua stirpe, il Buddha andò a sedersi sotto un albero tutto spoglio e rinsecchito alle porte della capitale, impedendo così l’avanzata dell’esercito di Viḍūḍabha. Poiché l’esercito non poté avanzare, il re scese dalla propria carrozza e disse al Buddha:” Il sole è cocente, quindi è sconsigliabile sedersi per così tanto tempo in mezzo alla strada. Perché il Beato non siede sotto alberi rigogliosi dove fa più fresco?”

Il Buddha rispose: “Il riparo della propria famiglia è il più fresco di tutti i ripari”.

Viḍūḍabha capì che il Buddha era seduto lì per proteggere i Śākya. Toccato dalle parole del Buddha, Viḍūḍabha ordinò all’esercito di ritirarsi. Questo episodio si ripeté per tre volte nei giorni successivi. In questo modo, il Buddha permise a molti membri del suo clan di mettersi in salvo dalla furia vendicativa di Viḍūḍabha. Consapevole dell’ineluttabilità del karma, e conscio che Viḍūḍabha non avrebbe rinunciato ai propri piani politici, il quarto giorno il Buddha si fece da parte. A questa storia è dedicato il verso 47 del Dhammapada.

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Questo aneddoto è spesso portato a esempio da maestri di tutte le tradizioni per spiegare il funzionamento della legge del karma; e tuttavia essa mostra come la consapevolezza dell’ineluttabilità del karma non comporti un atteggiamento di bieca indifferenza nei confronti delle questioni di ordine sociale e delle sofferenze altrui.

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