La Selva delle Afflizioni

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DHAMMAPADA 283

La Selva delle Afflizioni

«Abbattete la selva [delle afflizioni] [1 ], non [il vero] albero[2]; è dalla selva [delle afflizioni] che nasce la paura. Avendo reciso sia la selva che il sottobosco[3], siate liberi dalla selva [delle afflizioni], o monaci[4].»

Pāli:

«vanaṃ chindatha mā rukkhaṃ. vanato jāyatī bhayaṃ chetvā vanañca vanathañca nibbanā hotha bhikkhavo.»

SPIEGAZIONE

Un gruppo di cinque monaci fu rattristato dalla morte di un’anziana donna che in precedenza era stata una loro sostenitrice. Il Buddha consigliò loro di praticare il non-attaccamento.**

NOTE

1. In questo contesto, ‘vana’ indica la giungla delle afflizioni: bramosia, avversione e ignoranza.

2. Quando il Buddha disse «recidete la selva», alcuni monaci novizi presero erroneamente le sue parole alla lettera. Il Buddha, comprendendo le menti di quei monaci, spiegò loro che non si riferiva agli alberi veri e propri ma alla selva delle passioni.

3. Vana significa foresta e vanatha sottobosco. Qui vana assume il significato di afflizioni maggiori e vanatha di afflizioni minori.

4. Avendo sradicato le afflizioni, siate liberi dalla giungla delle afflizioni. *

(Narada Mahathera)

COMMENTI

*Il testo contiene un gioco di parole che nella traduzione viene perduto: il temine nibbanā, ‘disboscato’ (nir+ vana) richiama evidentemente al nibbāna, la libertà dalle afflizioni obiettivo della pratica buddhista.

** La storia di quei monaci è narrata nel Kaka Jataka, vv. 146: Una volta un corvo si recò con la sua compagna sulla riva del mare per nutrirsi dei resti di una offerta rituale che alcuni uomini avevano offerto ai Naga; avendo liberamente bevuto la bevanda alcolica, entrambi i corvi si ubriacarono, e mentre cercavano di nuotare nell’acqua, la femmina fu trascinata in mare e divorata da un pesce. Sentendo i lamenti del maschio, molti corvi si riunirono per cercare di svuotare l’oceano con i loro becchi, lavorando fino a quando non caddero a terra stremati dalla stanchezza. Vedendo la loro situazione, il Bodhisatta, che all’epoca era un folletto marino, fece apparire dal mare uno spauracchio che li fece desistere ( salvando loro la vita). La storia fu raccontata in riferimento ad alcuni monaci che si erano uniti all’Ordine in età avanzata. Essi andarono a chiedere l’elemosina alle loro ex mogli e ai loro figli e, riunitisi a casa della moglie di uno di loro (che era particolarmente bella), misero insieme ciò che ciascuno aveva ricevuto e lo mangiarono con salse e curry preparati dalla bella moglie. In seguito, la donna morì e gli anziani monaci, tornati al monastero, piansero per la loro benefattrice. Il fatto fu riferito al Buddha, che identificò i corvi del passato con quei monaci. Dopo aver raccontato questo Jātaka nei dettagli, il Buddha si rivolse ai monaci: Monaci, poiché avete sofferto a causa della selva della bramosia, dell’odio e dell’ignoranza, abbattete questa selva; così facendo otterrete la liberazione dalla sofferenza.

(Jātaka 146)

***Questo testo nonché gli stralci dai commentari qui tradotti rappresentano il tipico esempio della strategia comunicativa e pedagogica del Buddha; questi testi possono essere letti o interpretati secondo quattro modalità: letterale, allegorica, morale e anagogica (spirituale). La letteratura dei jātaka (le Vite Anteriori) presenta notevoli affinità con le Favole di Esopo. Da questo punto di vista, al di là di certi bizzarri infantilismi tipici degli ambienti ultra tradizionalisti, l’enfasi dovrebbe essere posta sul significato allegorico, morale e spirituale del racconto.

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