Dialoghi sul non-sé

Una raccolta di discorsi canonici sul tema del non-sé (anatta):

1.Anattalakkhana Sutta;
2. Ānandasutta;
3. Alagaddūpamasutta;
4. Mahanidana Sutta;
5.Brahmajālasutta;
6.Poṭṭhapādasutta;
7.Cūḷasaccakasutta;
8.Suññalokasutta.

1.Anattalakkhaṇa Sutta
Discorso sulle caratteristiche del non-sé
Saṁyutta Nikāya 22.5
6. Upayavagga

Il non sé degli aggregati psicofisici e di tutto ciò che è impermanente.

Così ho udito:

In una certa occasione il Sublime dimorava a Bārāṇasi, al Parco dei daini di Isipatana; in quell’occasione il Sublime si rivolse al gruppo dei cinque monaci asceti: “monaci!”. “Signore” risposero quei monaci al Sublime; il Sublime parlò così:

1. I cinque aggregati

«Il corpo, o monaci, è non-sé; se invero, o monaci, il corpo fosse sé, esso non condurrebbe all’afflizione, e dal corpo si potrebbe ottenere ciò: ‘possa il mio corpo essere così, possa il mio corpo non essere così’; monaci, siccome il corpo è non-sé, proprio per questa ragione esso conduce all’afflizione, e da tale corpo non è possibile ottenere ciò:’ possa il mio corpo essere così, possa il mio corpo non essere così’.

La sensazione, o monaci, è non-sé; se invero, o monaci, la sensazione fosse sé, essa non condurrebbe all’afflizione, e dalla sensazione si potrebbe ottenere ciò: ‘possa questa mia sensazione essere così, possa questa mia sensazione non essere così’; monaci, siccome la sensazione è non-sé, proprio per questa ragione essa conduce all’afflizione, e da tale sensazione non è possibile ottenere ciò:’possa questa mia sensazione essere così, possa questa mia sensazione non essere così’.

La percezione, o monaci, è non-sé; se invero, o monaci, la percezione fosse sé, essa non condurrebbe all’afflizione, e dalla percezione si potrebbe ottenere ciò: ‘possa questa mia percezione essere così, possa questa mia percezione non essere così’; monaci, siccome la percezione è non-sé, proprio per questa ragione essa conduce all’afflizione, e da tale percezione non è possibile ottenere ciò: ‘possa questa mia percezione essere così, possa questa mia percezione non essere così’.

Le attività intenzionali, o monaci, sono non-sé; se invero, o monaci, le attività intenzionali fossero il sé, esse non condurrebbero all’afflizione, e dalle attività intenzionali si potrebbe ottenere ciò: ‘possano queste mie attività intenzionali essere così, possano queste mie attività intenzionali non essere così’; monaci, siccome le attività intenzionali sono non-sé, proprio per questa ragione esse conducono all’afflizione, e da tali attività intenzionali non è possibile ottenere ciò:’possano queste mie attività intenzionali essere così, possano queste mie attività intenzionali non essere così’.

La cognizione, o monaci, è non-sé; se invero, o monaci, la cognizione fosse Sé, essa non condurrebbe all’afflizione, e dalla cognizione si potrebbe ottenere ciò: ‘possa questa mia cognizione essere così, possa questa mia cognizione non essere così’; monaci, siccome la cognizione è non-sé, proprio per questa ragione essa conduce all’afflizione, e da tale cognizione non è possibile ottenere ciò: ‘possa questa mia cognizione essere così, possa questa mia cognizione non essere così».

***

2. Le tre caratteristiche universali

«Cosa ne pensate monaci, il corpo è permanente o impermanente?»

«Impermanente Signore».

«Ma ciò che è impermanente, è soddisfacente o insoddisfacente?»

«Insoddisfacente, Signore».

«Ma ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto alla legge naturale della dissoluzione, è forse saggio considerare ciò come ‘Questo è mio, questo sono Io, questo è il mio Sé’?»

«No di certo, Signore».

«La sensazione è permanente o impermanente?»

«Impermanente, Signore».

«Ciò che è impermanente è forse soddisfacente o insoddisfacente?»

«Insoddisfacente, Signore».

«Ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto alla legge naturale del cambiamento, è forse saggio considerare ciò come ‘Questo è mio, questo sono Io, questo è il mio sé’?’»

«No di certo, Signore.»

«La percezione è permanente o impermanente?»

«Impermanente, Signore».

«Ma ciò che è impermanente, è soddisfacente o insoddisfacente?»

«Insoddisfacente, Signore».

«Ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto alla legge naturale del cambiamento, è forse saggio considerare ciò come ‘Questo è mio, questo sono Io, questo è il mio sé?’»

«No di certo, Signore».

«Le intenzioni sono permanenti è impermanenti?».

«Impermanenti, Signore».

«Ma ciò che è impermanente, è soddisfacente o insoddisfacente?».

«Insoddisfacente, Signore».

«Ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto alla legge naturale del cambiamento, è forse saggio considerare ciò come ‘Questo è mio, questo sono Io, questo è il mio sé?’»

«No di certo, Signore».

«La cognizione è permanente o impermanente?»

«Impermanente, Signore».

«Ma ciò che è impermanente, è soddisfacente o insoddisfacente?»

«Insoddisfacente, Signore».

«Ciò che è impermanente, insoddisfacente, soggetto alla legge naturale del cambiamento, è forse saggio considerare ciò come ‘Questo è mio, questo sono Io, questo è il mio sé’?».

«No di certo, Signore».

3. Non attaccamento

«Per ciò, monaci, qualsiasi corpo/oggetto materiale del passato, del futuro o del presente, interno o esterno, grossolano o sottile, inferiore o superiore, lontano o vicino, qualunque corpo materiale, deve essere saggiamente riconosciuto in questo modo: ‘Ciò non è mio, questo non sono Io, questo non è il mio sé’; qualsiasi sensazione, del passato, del futuro o del presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, qualunque sensazione, deve essere saggiamente riconosciuta in questo modo: ‘ciò non è mio, ciò non sono Io, ciò non è il mio sé’; qualsiasi percezione, del passato, del futuro o del presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, qualunque percezione, deve essere saggiamente riconosciuta in questo modo: ‘ciò non è mio, ciò non sono Io, ciò non è il mio sé’; qualsiasi intenzione, del passato, del futuro o del presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, qualunque percezione, deve essere saggiamente riconosciuta in questo modo: ‘ciò non è mio, ciò non sono Io, ciò non è il mio sé’; qualsiasi cognizione, del passato, del futuro o del presente, interna o esterna, grossolana o sottile, inferiore o superiore, lontana o vicina, qualunque percezione, deve essere saggiamente riconosciuta in questo modo: ‘ciò non è mio, ciò non sono Io, ciò non è il mio sé’.

***

4. Disincanto

Quando il nobile discepolo comprende ciò, egli prova disincanto nei riguardi della forma, prova disincanto nei riguardi delle sensazioni, prova disincanto nei riguardi delle percezioni, prova disincanto nei riguardi delle volizioni, prova disincanto nei riguardi della cognizione; disincantato, egli si libera dalle passioni nocive; essendo libero dalle passioni ottiene la liberazione; essendosi liberato, in lui sorge la conoscenza: ‘[la mente] è liberata’; ed egli comprende pienamente: ‘esausta è la nascita, il percorso spirituale è stato completato, fatto ciò che doveva essere fatto, non vi sarà più alcun’altra esistenza’.»

Così disse il Sublime. Contento, il gruppo dei cinque monaci rigioì alle parole del Sublime, e proprio durante l’esposizione di quell’insegnamento, le menti di quei cinque monaci asceti furono liberate dai veleni mentali, avendo abbandonato l’attaccamento.

2. Ānandasutta
Discorso ad Ānanda
Saṃyutta nikāya 44
1. Abyākatavagga*

Il silenzio del Buddha alle domande sul sé del polemista Vacchagotta; le motivazioni di tale silenzio sono esplicitate nel successivo dialogo con Ānanda.

***

Quindi, l’asceta errante Vacchagotta si recò dal Beato, ed una volta arrivato, scambiò con lui amichevoli saluti, e avendo reciprocato cordiali saluti e cortesie si sedette di lato. E sedendo al suo fianco, l’asceta errante Vacchagotta disse al Sublime:

“Venerabile Gotama, esiste il Sé?”.

A questa domanda, il Sublime rimase in silenzio.

“Allora, venerabile Gotama, non esiste alcun Sé?”.

E per la seconda volta il Sublime rimase in silenzio.

Quindi, l’asceta Vacchagotta si alzò dal suo seggio e se ne andò. Non molto dopo che l’asceta Vacchagotta se ne fu andato, il venerabile Ānanda disse al Sublime:

“Signore, perché il Beato non ha risposto alle domande dell’asceta errante Vacchagotta?”

Ānanda, se alla domanda dell’asceta Vacchagotta ‘Esiste un Sé?’, io avessi risposto che ‘Il Sé esiste’, sarei stato accomunato a quegli asceti e sacerdoti assertori di teorie eternaliste.

“Ānanda, se alla domanda dell’asceta Vacchagotta ‘Allora non esiste alcun Sé?’, io avessi risposto che ‘Il Sé non esiste’, sarei stato accomunato a quegli asceti e sacerdoti assertori di teorie nichiliste”.

Ānanda, se alla domanda dell’asceta Vacchagotta ‘esiste un Sé?’, io avessi risposto che ‘Il Sé esiste’, questa risposta sarebbe stata coerente con la conoscenza che ‘tutti i fenomeni sono non-sé’?

“No di certo, Signore”.

“Ānanda, se alla domanda dell’asceta Vacchagotta ‘Allora non esiste alcun sé?’ io avessi risposto ‘Il Sé non esiste’, ciò non avrebbe fatto altro che aumentare la confusione del già confuso asceta Vacchagotta [che avrebbe pensato]:’Prima avevo un sé ed ora non ce l’ho più!’”.

*Abyākata: il non detto

3.Alagaddūpamasutta
La Similitudine del Serpente
Majjhima Nikāya 22

(Estratto)

In questo sutta il Buddha chiarisce la sua posizione in riguardo al sé (attā); il dialogo fra il Maestro e i monaci fornisce preziosi spunti di riflessione sulle ragioni per cui questo insegnamento potrebbe generare timore e resistenza in persone non adeguatamente preparate a riceverlo.

«Monaci, se esistesse un sé, ci sarebbe anche ‘ciò che appartiene a un sé’?»

«Sì, venerabile signore».

«Monaci, se esistesse ‘ciò che appartiene al sé’, ci sarebbe anche ‘il mio sé’?

«Sì, venerabile signore.»

«Monaci, dal momento che un tale sé e ‘ciò che appartiene al sé’ non sono appresi come veri e stabiliti, allora, qusta opinione: ‘tale il mondo tale il sé; dopo la morte sarò permanente, costante, eterno, non soggetto a cambiamento ed esisterò fino all’eternità’— non sarebbe un insegnamento assolutamente, completamente sciocco?

«Cos’altro potrebbe essere, venerabile signore, se non un insegnamento assolutamente, completamente sciocco?»

4.Maha-nidana Sutta
Il Grande Discorso sulle concause
Dīgha Nikāya
15
(Estratto)

Un’analisi delle differenti teorie sul sé confutate sulla base della filosofia dell’interdipendenza.

A quale dimensione, Ananda, si delinea un sé? Delineando un sé posseduto di forma e limitato, si delinea: ‘Il mio sé è posseduto di forma ed è limitato.’ O, delineando un sé posseduto di forma ed infinito, si delinea: ‘Il mio sé è posseduto di forma ed è infinito.’ O, delineando un sé amorfo e limitato, si delinea: ‘Il mio sé è amorfo ed è limitato.’ O, delineando un sé amorfo ed infinito, si delinea: ‘Il mio sé è amorfo ed è infinito.’

Ora, colui che, delineando un sé, lo delinea come posseduto di forma e limitato, lo delinea come posseduto di forma e limitato nel presente, o [naturalmente] è posseduto di forma e limitato [ nel futuro/dopo la morte], o crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé posseduto di forma e limitato l’ossessiona.

Colui che, delineando un sé, lo delinea come posseduto di forma ed infinito, lo delinea come posseduto di forma ed infinito nel presente, o [naturalmente] posseduto di forma ed infinito [ nel futuro/dopo la morte], o crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé posseduto di forma ed infinito l’ossessiona.

Colui che, delineando un sé, lo delinea come amorfo e limitato, lo delinea come amorfo e limitato nel presente, o [naturalmente] amorfo e limitato [ nel futuro/dopo la morte], o crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé amorfo e limitato l’ossessiona.

Colui che, delineando un sé, lo delinea come amorfo ed infinito, lo delinea come amorfo ed infinito nel presente, o [naturalmente] amorfo ed infinito [nel futuro/dopo la morte], o crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé amorfo ed infinito l’ossessiona.

Nessuna delineazione di un Sé

A quale dimensione, Ananda, non si delinea un sé? Se non si delinea un sé posseduto di forma e limitato, non si delinea che: ‘Il mio sé è posseduto di forma e limitato.’ O, non delineando un sé posseduto di forma ed infinito, non si delinea che: ‘Il mio sé è posseduto di forma ed infinito.’ O, non delineando un sé amorfo e limitato, non si delinea che: ‘Il mio sé è amorfo e limitato.’ O, non delineando un sé amorfo ed infinito, non si delinea che: ‘Il mio sé è amorfo ed infinito.’

Ora, colui che, non delineando un sé, non lo delinea come posseduto di forma e limitato, non lo delinea come posseduto di forma e limitato nel presente, né lo delinea come posseduto di forma e limitato [ nel futuro/dopo la morte], né crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé posseduto di forma e limitato non l’ossessiona.

Colui che, non delineando un sé, non lo delinea come posseduto di forma ed infinito, non lo delinea come posseduto di forma ed infinito nel presente, né lo delinea come posseduto di forma ed infinito [ nel futuro/dopo la morte], né crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé posseduto di forma ed infinito non l’ossessiona.

Colui che, non delineando un sé, non lo delinea come amorfo e limitato, non lo delinea come amorfo e limitato nel presente, né lo delinea come amorfo e limitato [ nel futuro/dopo la morte], né crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così.’ Quindi, una teoria immutabile di un sé amorfo e limitato non l’ossessiona.

Colui che, non delineando un sé, non lo delinea come amorfo ed infinito, non lo delinea come amorfo ed infinito nel presente, né lo delinea [naturalmente] come amorfo ed infinito [nel futuro/dopo la morte], né crede che: ‘Anche se non è ancora così, lo convertirò ad essere così. Quindi, una teoria immutabile di un sé amorfo ed infinito non l’ossessiona.

Presunzioni di un Sé

A quale dimensione, Ananda, si presume un sé? La sensazione è il sé, si presume che: ‘La sensazione è il mio sé’ [o] ‘La sensazione non è il mio sé: Il mio sé è immemore [alla sensazione] ‘[o] ‘Nessuna sensazione è il mio sé, né è il mio sé immemore alla sensazione, ma piuttosto il mio sé prova una sensazione, perciò il mio sé è soggetto alla sensazione.”

Ora, se si dice: ‘La sensazione è il mio sé’, si dovrebbe sapere che: ‘Ci sono queste tre sensazioni,—di piacere, di dolore e neutre. Quale di queste tre sensazioni presume il sé? ‘Nel momento in cui una sensazione di piacere è sentita, nessuna sensazione di dolore o neutra, è sentita. Solamente una sensazione di piacere è sentita in quel momento. Nel momento in cui una sensazione di dolore è sentita, nessuna sensazione di piacere o neutra è sentita. Solamente una sensazione di dolore è sentita in quel momento. Nel momento in cui una sensazione neutra è sentita, nessuna sensazione di piacere o dolore è sentita. Solamente una sensazione neutra è sentita in quel momento.

Ora, una sensazione di piacere è impermanente, costruita, condizionata, evanescente, soggetta a morire, alla dissoluzione, alla cessazione. Una sensazione di dolore è impermanente, costruita, condizionata, evanescente, soggetta a morire, alla dissoluzione, alla cessazione. Una sensazione neutra è impermanente, costruita, condizionata, evanescente, soggetta a morire, alla dissoluzione, alla cessazione. Avendo sentito una sensazione di piacere come ‘il mio sé’, poi con la cessazione del sentire piacere, ‘il mio sé’ perisce. Avendo sentito una sensazione di dolore come ‘il mio sé’, poi con la cessazione del sentire dolore, ‘il mio sé,’ perisce. Avendo sentito una sensazione neutra come ‘il mio sé’, poi con la cessazione del sentire una sensazione neutra ‘il mio sé’ perisce.

Così si presume, presumendo un sé impermanente nell’immediato presente, impigliato in piacere e dolore, soggetto al nascere ed al morire, non si dovrebbe dire: ‘La sensazione è il mio sé.’ Così in questa maniera, Ananda, si crede che la sensazione è il sé.

Così per la persona che dice: ‘La sensazione non è il sé: Il mio sé è immemore [alla sensazione], ‘a costui si dovrebbe dire: ‘Amico mio, dove non vi è la sensazione ci sarebbe l’idea: ‘Io sono’?”

“No, signore.”

“Così in questa maniera, Ananda, si crede che: ‘La sensazione non è il mio sé: il mio sé è immemore [alla sensazione]. ‘

Lo stesso per la persona che dice: ‘Nessuna sensazione è il mio sé, né è il mio sé immemore [alla sensazione], ma piuttosto il mio sé sente, perciò il mio sé è soggetto alla sensazione’, a costui si dovrebbe dire: ‘Amico mio, dovresti fermare ogni tipo di sensazioni senza alcun residuo, poi con la fine delle sensazioni, dovuta alla cessazione delle sensazioni, ci sarebbe l’idea:”Io sono”? ’”

“No, signore.”

“Così in questa maniera, Ananda, si crede che: ‘Nessuna sensazione è il mio sé, né è il mio sè è immemore [alla sensazione], ma piuttosto il mio sé sente, per cui il mio sé è soggetto alla sensazione.’

Ora, Ananda, così come un monaco non presume la sensazione essere il sé, né il sé come immemore, né che ‘Il mio sé sente, per cui il mio sé è soggetto alla sensazione’, in lui non vi è attaccamento e desiderio per ogni fenomeno in questo mondo. Distaccato, non è agitato. Non agitato, è totalmente libero. Discerne che ‘La nascita è finita, la vita santa adempiuta, il compito portato a termine. Non c’è più nulla da fare in questo mondo.’

(Traduzione a cura di Enzo Alfano)

5.Brahmajālasutta
Discorso Sulla Rete Delle Teorie
Dīgha Nikāya 1
(Estratto)

Le sessantadue teorie fallaci relative al sé e al creazionismo rigettate dal Buddha.

I sessantadue modi di false teorie

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che speculano sul passato, avendo fissato Teorie sul passato e posto varie teorie astratte sul passato, in diciotto modi diversi. Su che motivi, su che basi lo fanno?

Ci sono alcuni asceti e bramani che sono Eternalisti e proclamano l’eternità del Sé e del mondo in quattro modi. Su quali basi?

[I—Falsa teoria] In questo caso, monaci, un asceta o un Bramano mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare esistenze anteriori—una nascita, due nascite, tre, quattro, cinque, dieci nascite, cento, mille, centomila nascite, molte centinaia, molte migliaia, molto più di centomila nascite. “In questa esistenza il mio nome era così e così, il mio clan era così e così, la mia casta era così e così, il mio cibo era tale, provai tale gioia e tale dolore, vissi tale numero di anni. Trapassato da quella esistenza, rinacqui in un’altra. In quella esistenza il mio nome era così e così… Trapassato da quella esistenza, rinacqui in questa.” Così egli ricorda varie vite anteriori, in ogni particolare e dettaglio. Ed afferma: “Il sé ed il mondo sono eterni, aridi come una vetta di una montagna, immobili. Gli esseri trasmigrano, errano, muoiono e risorgono, ma questo rimane eternamente. Perché? Perché io mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione ho raggiunto un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare le varie esistenze anteriori. Quindi io so che il sé ed il mondo sono eterni… ‘Questa è la prima teoria con cui alcuni asceti e bramani proclamano l’eternità del sé e del mondo.

[II—Falsa teoria] E qual è il secondo modo? In questo caso, monaci, un asceta o un Bramano mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare un periodo di contrazione ed espansione, due periodi così, tre, quattro, cinque, dieci periodi di contrazione ed espansione … “In quella esistenza che il mio nome era così e così …” Questa è la seconda teoria con cui alcuni asceti e bramani proclamano l’eternità del sé e del mondo.

[III—Falsa teoria] E qual è il terzo modo? In questo caso, monaci, un asceta o un Bramano mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare dieci, venti, trenta, quaranta periodi di contrazione ed espansione. “In quella esistenza il mio nome era così e così …” Questa è la terza teoria con cui alcuni asceti e bramani proclamano l’eternità del sé e del mondo.

[IV- Falsa teoria] E qual è il quarto modo? In questo caso un asceta o un Bramano è un dialettico, un razionale. Facendo riferimento alla ragione, seguendo la sua propria linea di pensiero argomenta: “Il sé ed il mondo sono eterni, aridi ed immobili come la vetta di una montagna. Gli esseri trasmigrano, errano, muoiono e risorgono, e questo rimane per sempre.” Questa è la quarta teoria con cui alcuni asceti e bramani proclamano l’eternità del sé e del mondo.

Questi sono i quattro modi con cui alcuni asceti e bramani sono Eternalisti, proclamano l’eternità del sé e del mondo.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese condurranno a questo o a questo mondo. Questo il Tathagata sa, ma non è legato a quella conoscenza. Non essendo legato ha sperimentato personalmente la perfetta pace, ed ha compreso il sorgere e lo scomparire delle sensazioni, il loro fascino e pericolo, e come da loro liberarsi, in questo modo il Tathagata si è liberato senza ritorno.

Ci sono, monaci, altre realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire, serene, eccellenti, oltre il mero pensiero, sottili, sperimentate dal saggio, che il Tathagata, ha realizzato mediante la propria conoscenza. E quali sono queste realtà?

Fine Della Prima Parte

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che in parte sono Eternalisti ed in parte sono Non-Eternalisti, i quali affermano che il sé ed il mondo sono in parte eterni ed in parte no in quattro modi. Su quali basi?

Viene un tempo, monaci, prima o dopo un lungo periodo, in cui questo mondo si contrae. Al momento della contrazione, gli esseri per la maggior parte rinascono nell’Abhassara, il mondo di Brahma. E là loro dimorano, fatti di mente, cibandosi di piacere, raggianti di propria luce, muovendosi nell’aria, pieni di gloria—e lì vivono per un tempo molto lungo.

[V—Falsa teoria] Poi il viene tempo, prima o dopo un lungo periodo, in cui questo mondo si espande. In questo mondo che si espande appare un palazzo vuoto di Brahma. Quindi un essere, alla fine della sua lunga vita o dei suoi meriti, trapassa dal mondo di Abhassara e rinasce nel palazzo vuoto di Brahma. E là dimora, fatto di mente, cibandosi di piacere, raggiante di propria luce, muovendosi nell’aria, pieno di gloria—e lì vive per un tempo molto lungo.

Poi in questo essere che è stato da solo così a lungo nasce agitazione, sconforto e preoccupazione, e pensa: ‘Oh, se solamente altri esseri venissero qui! ‘E gli altri esseri, alla fine della loro lunga vita o dei loro meriti, trapassano dal mondo di Abhassara e rinascono nel palazzo di Brahma a tener compagnia a questo essere. E là loro dimorano, (…) e vivono per un tempo molto lungo.

Poi, monaci, quell’essere che per primo era rinato in quella esistenza pensa: “Io sono Brahma, il Grande Brahma, il Conquistatore, l’Invitto, l’Onniveggente, il Potentissimo, il Dio, il Creatore, il Padre di Tutti Coloro che sono Stati e che Saranno. Questi esseri da me sono stati creati. Perché? Perché a me per primo venne il pensiero: ‘Oh, se solamente altri esseri venissero qui!’ E questo mio desiderio fu esaudito, così questi esseri rinacquero in questa esistenza! Mentre gli esseri che sono rinati dopo pensano: “Costui, amici, è Brahma, il Grande Brahma, il Conquistatore, l’Invitto, l’Onniveggente, il Potentissimo, il Dio, il Creatore, il Padre di Tutti Coloro che sono Stati e che Saranno. Perché? Perché da lui siamo stati creati e siamo rinati dopo di lui in questa esistenza.”

E questo essere che prima era rinato e vissuto più a lungo, era più affascinante e potente degli altri. Ora può accadere che un altro essere trapassi da un reame e rinasca in questo mondo. Rinato in questo mondo, lascia la vita di famiglia per l’ascetismo. Avendo intrapreso la vita ascetica, mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare la sua ultima esistenza, ma non altre. E pensa: “Quel Brahma, … egli ci ha creato, egli è permanente, immortale, eterno, non soggetto al cambiamento, il sempre perenne. Mentre noi, che da quel Brahma siamo stati creati, siamo impermanenti, mortali, perituri, destinati a morire, perciò siamo rinati in questo mondo.” Questo è il primo caso in cui alcuni asceti e bramani sono in parte Eternalisti ed in parte Non-Eternalisti.

[VI—Falsa teoria] E qual è la seconda teoria? Ci sono, monaci, alcuni Deva chiamati “Corrotti dal Piacere”. Costoro trascorrono la maggior parte del tempo dediti all’allegria, al gioco e al godimento, tanto che la loro presenza mentale è dispersa, e con la perdita della presenza mentale quegli esseri trapassano da quella esistenza.

Ora può accadere che un essere, trapassato da quella esistenza, rinasce in questo mondo. Rinato in questo mondo, lascia la vita di famiglia per l’ascetismo. Avendo intrapreso la vita ascetica, mediante un ardente sforzo, l’applicazione, la vigile e retta attenzione raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da ricordare la sua ultima esistenza, ma non altre.

Egli pensa: “Quei venerabili deva, non corrotti dal piacere, non trascorrono la maggior parte del tempo dediti all’allegria, al gioco e al godimento. Così la loro presenza mentale non è dispersa, perciò non trapassano da quella esistenza. Costoro sono permanenti, immortali, eterni, non soggetti al cambiamento, perenni per sempre. Ma noi, corrotti dal piacere, trascorriamo la maggior parte del nostro tempo dediti all’allegria, al gioco e al godimento siamo impermanenti, mortali, destinati a morire, e siamo rinati in questo mondo.” Questo è il secondo caso.

[VII—Falsa teoria] E qual è la terza teoria? Ci sono, monaci, alcuni Deva chiamati “Corrotti nella Mente”. Costoro trascorrono il loro tempo guardandosi l’un l’altro con invidia. Perciò le loro menti sono corrotte. A causa delle loro menti corrotte divengono deboli nel corpo e nella mente. E trapassano da quel luogo.

Ora può accadere che un essere, trapassato da quella esistenza, rinasce in questo mondo. Così rinato in questo mondo, lascia la vita di famiglia per l’ascetismo. Avendo intrapreso la vita ascetica, mediante un ardente sforzo, … concentrazione mentale tanto da ricordare la sua ultima esistenza, ma non altre.

Egli pensa: “Quei venerabili deva, non corrotti nella mente, non trascorrono il loro tempo guardandosi l’un l’altro con invidia … Costoro non sono corrotti nella mente, e così loro non trapassano da quella esistenza. Costoro sono permanenti, immortali, eterni, … Mentre noi, corrotti nella mente, … siamo impermanenti, mortali, destinati a morire, e siamo rinati in questo mondo.” Questo è il terzo caso.

[VIII—Falsa teoria] E qual è il quarto modo? In questo caso, un asceta o un bramano è un dialettico, un razionale. Ragiona seguendo la sua propria linea di pensiero e così argomenta: “Qualunque cosa chiamata occhio od orecchio o naso o lingua o corpo è impermanente, instabile, effimera, soggetta al cambiamento. Ma quello che è chiamato pensiero o mente o coscienza, quello è un sé permanente, stabile, eterno, non soggetto al cambiamento, lo stesso per sempre!” Questo è il quarto caso.

Questi sono i quattro modi con cui alcuni asceti e bramani sono in parte Eternalisti ed in parte Non-Eternalisti … qualsiasi asceta e bramano… proclama il sé ed il mondo in parte eterno ed in parte non-eterno, basandosi su questi quattro motivi o su uno di essi. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese condurranno a questo o a questo mondo. Questo il Tathagata sa, ma egli non è legato a quella conoscenza. Non essendo legato ha sperimentato personalmente la perfetta pace, ed ha compreso il sorgere e lo scomparire delle sensazioni, il loro fascino e pericolo, e come da loro liberarsi, in questo modo il Tathagata è liberato senza ritorno.

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire, serene, eccellenti, oltre il mero pensiero, sottili, sperimentate dal saggio, che il Tathagata, dopo averle realizzate mediante la propria conoscenza, le proclama, e viene con fede lodato e venerato.

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che proclamano il Finito e l’Infinito, la fine e l’infinità del mondo su quattro motivi. Quali sono?

[IX—Falsa teoria] In questo caso, un asceta o un bramano mediante un ardente sforzo, … raggiunge un tale stato di concentrazione mentale tanto da percepire il mondo come finito. Egli pensa: “Questo mondo è finito e circoscritto come un cerchio. Perché? Perché ho raggiunto un tale stato di concentrazione mentale tanto da percepire il mondo come finito. Perciò io so che questo mondo è finito e circoscritto come un cerchio.” Questo è il primo caso.

[X—Falsa teoria] E qual è il secondo modo? In questo caso, un asceta o un bramano raggiunge un tale stato di concentrazione tanto da percepire il mondo come infinito. Egli pensa: “Questo mondo è infinito ed illimitato. Quegli asceti e bramani che dicono che il mondo sia finito, sono in errore. Perché? Perché io ho raggiunto un tale stato di concentrazione tanto da percepire il mondo come infinito. Perciò io so che questo mondo è infinito ed illimitato.” Questo è il secondo caso.

[XI—Falsa teoria] E qual è il terzo modo? In questo caso, un asceta o un bramano raggiunge un tale stato di coscienza che dimora percependo il mondo come finito in basso ed in alto, ed infinito in orizzontale. Egli pensa: “Il mondo è finito ed infinito. Quegli asceti e bramani che affermano che il mondo sia finito sono in errore, e anche quelli che affermano che sia infinito, sono in errore. Perché? Perché ho raggiunto un tale stato di concentrazione che dimoro percependo il mondo come finito in basso ed in alto, ed infinito in orizzontale. Perciò io so che il mondo è finito ed infinito.” Questo è il terzo caso.

[XII—Falsa teoria] E qual è il quarto caso? In questo caso, un asceta o un bramano è un dialettico, un razionale. Seguendo la ragione, argomenta: “Questo mondo non è né finito né infinito. Coloro che affermano che sia finito, o che affermano che sia infinito, o che affermano che sia finito ed infinito sono in errore. Questo mondo non è né finito né infinito.” Questo è il quarto caso.

Questi sono i quattro modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano il Finito e l’Infinito, la fine e l’infinità del mondo su quattro motivi. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese … come verso 2.15

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire, serene, eccellenti, oltre il mero pensiero, sottili, sperimentate dal saggio, che il Tathagata, dopo averle realizzate mediante la propria conoscenza, le proclama, e viene con fede lodato e venerato.

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che somigliano a delle anguille. Quando gli si chiede di questa o di quella questione, ricorrono ad asserzioni evasive, e si dimenano come anguille su quattro motivi. Quali sono?

[XIII—Falsa teoria] In questo caso v’è un asceta o un bramano che non sa veramente se una cosa è buona o cattiva. Egli pensa: ‘Non so la verità, non so se questo è buono o se è cattivo. Senza nulla sapere, potrei dichiarare: “Ciò è buono”, o “Ciò è cattivo”, ma mentirei, e il dichiarare il falso sarebbe un tormento per me. E tale tormento per me è un ostacolo.’ Così con la paura di mentire, non dichiara se una cosa è buona o cattiva, ma quando gli si chiede di questa o di quella questione, ricorre ad asserzioni evasive e si dimena come un’anguilla: ‘Io non dico questo, io non dico quello. Non dico è. Non dico non è.’ Questo è il primo caso.

[XIV—Falsa teoria] Qual è il secondo modo? In questo caso un asceta o un bramano non sa veramente se una cosa è buona o cattiva. Egli pensa: “Potrei affermare: ‘Ciò è buono ‘, ‘Ciò è cattivo ‘, così affermando potrei provare desiderio o cupidigia, odio o avversione. Provare desiderio, cupidigia, odio o avversione sarebbe attaccamento da parte mia. Provare attaccamento sarebbe per me un tormento. E tale tormento per me è un ostacolo.” Così, temendo l’attaccamento, evitando l’attaccamento, costui ricorre ad asserzioni evasive … Questo è il secondo caso.

[XV—Falsa teoria] Qual è il terzo modo? In questo caso un asceta o un bramano non sa veramente se una cosa è buona o cattiva. Egli pensa: “Potrei affermare: ‘Ciò è buono ‘, ‘Ciò è cattivo ‘, ma ci sono asceti e bramani saggi, abili, esperti, come arcieri dividono in due un capello, e vanno in giro a distruggere le altre teorie con la loro saggezza, e da loro potrei essere interrogato tanto da dover porre le mie ragioni e disputare. Ma non sono in grado di rispondere. Non sapendo rispondere sarebbe per me un tormento e tale tormento rappresenta un ostacolo.” Allora, per timore di un confronto, evitando il confronto costui ricorre ad asserzioni evasive. Questo è il terzo caso.

[XVI—Falsa teoria] Qual è il quarto modo? In questo caso un asceta o un bramano è ottuso e stupido. A causa della sua ottusità e stupidità, quando è interrogato ricorre ad asserzioni evasive dimenandosi come un’anguilla: “Se mi chiedono se c’è un altro mondo—se pensassi di sì, direi c’è un altro mondo. Così non dico né sì né no. Non dico è, e non dico non è.”—“Esiste un altro mondo oltre? …”—“Esiste un altro mondo e non esiste un altro mondo?..”—“Né esiste un altro mondo né non esiste un altro mondo oltre? …”—“Ci sono esseri spontaneamente nati ? …”—“Non ci sono…?”—’ “Esistono e non esistono …?”—“Né esistono né non esistono …?”—“Il Tathagata esiste dopo la morte? Non esiste dopo la morte? Esiste e non esiste dopo la morte? Né esiste né non esiste dopo la morte? …”—“Se pensassi di sì, direi così… non dico non è.” Questo è il quarto caso.

Questi sono i quattro modi con cui alcuni asceti e bramani si dimenano come anguille ricorrendo ad asserzioni evasive… non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che sostengono l’origine fortuita, i quali affermano che il Sé e il mondo sorsero senza causa su due motivi. Quali sono?

[XVII—Falsa teoria] Vi sono, monaci, alcuni deva chiamati “Privi di coscienza”. Appena sorge in loro una percezione, trapassano da quel reame. E può accadere che un essere trapassi da quel reame per risorgere in questo mondo. Egli … ricorda la sua ultima esistenza, ma non altre anteriori. Egli pensa: “Il sé ed il mondo sono sorti per caso. Perché? Perché prima di questo non sono esistito. Ora dal non-essere sono giunto ad essere.” Questo è il primo caso.

[XVIII—Falsa teoria] Qual è il secondo caso? In questo caso un asceta o un bramano è un dialettico, un razionale. Esprime la sua opinione ed afferma: “Il sé ed il mondo sono sorti per caso.”’ Questo è il secondo caso.

Questi sono i due modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano la causalità del sé e del mondo. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

E questi, monaci sono i diciotto modi con cui alcuni asceti e bramani speculano sul passato … Non ci sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che speculano sul futuro, dopo aver espresso teorie sul futuro, sostengono varie teorie astratte sul futuro in quarantaquattro modi diversi. Su che motivi, su che basi?

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che proclamano una dottrina dell’esistenza cosciente dopo la morte, in sedici modi diversi. Su che basi? [false visioni 19–34] Costoro dichiarano che il sé dopo la morte è sano, conscio e (1) materiale, (2) immateriale, (3) materiale ed immateriale, (4) né materiale né immateriale, (5) finito, (6) infinito, (7) finito ed infinito, (8) né finito né infinito, (9) di percezione uniforme, (10) di molteplice percezione, (l1) di percezione limitata, (12) di percezione illimitata, (13) completamente beato, (14) completamente misero, (15) beato e misero, (16) né beato né misero.

Questi sono i sedici modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano una dottrina di una esistenza cosciente dopo la morte. Non vi sono altri modi

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Fine Della Seconda Parte

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che proclamano una dottrina di una esistenza non cosciente dopo la morte, in otto modi. Su che basi?

[false teorie 35–42] Costoro dichiarano che il sé dopo la morte è sano, inconscio e (1) materiale, (2) immateriale, (3) materiale ed immateriale, (4) né materiale né immateriale, (5) finito, (6) infinito, (7) finito ed infinito, (8) né finito né infinito.

Questi sono gli otto modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano una dottrina di una esistenza non cosciente dopo la morte. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Ci sono alcuni asceti e bramani che dichiarano una dottrina di una esistenza dopo la morte né cosciente né non cosciente in otto modi. Su che basi?

[false teorie 43–50] Costoro dichiarano che il sé dopo la morte è sano, né conscio né inconscio e (1) materiale, (2) immateriale, (3) materiale ed immateriale, (4) né materiale né immateriale, (5) finito, (6) infinito, (7) finito ed infinito, (8) né finito né infinito.

Questi sono gli otto modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano una dottrina di una esistenza dopo la morte né cosciente né non cosciente. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che credono nell’annientamento, e proclamano l’annientamento, la distruzione e la non-esistenza degli esseri e lo affermano in sette modi. Su che basi?

[falsa teoria 51] In questo caso un asceta o un bramano dichiara e sostiene questa asserzione: “Da quando il sé è materiale, composto dai quattro grandi elementi, il prodotto di madre e padre, alla dissoluzione del corpo è distrutto e perisce, e non esiste dopo la morte. In questo modo il sé è distrutto.” Così alcuni proclamano l’annientamento, la distruzione e la non-esistenza degli esseri.

[falsa teoria 52] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé. Io non lo nego. Ma quel sé non è distrutto completamente. Ma esiste un altro sé, materiale, divino, appartenente alla sfera dei sensi, nutrito con vero cibo. Tu non lo sai o non lo vedi, ma io sì. è questo sé che alla dissoluzione del corpo perisce …”

[falsa teoria 53] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé. Io non lo nego. Ma quel sé non è distrutto completamente. Ma esiste un altro sé, divino, materiale, creato dalla mente, completo in tutte le sue parti, completo in ogni organo di senso … è questo sé che alla dissoluzione del corpo perisce …”

[falsa teoria 54] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli … ma c’è un altro sé che, superando completamente le sensazioni fisiche, eliminando ogni senso di resistenza ed attrazione verso ogni tipo di percezione, contempla l’infinità dello spazio, diventando consapevole della Dimensione dello Spazio Infinito. E’ questo sé che alla dissoluzione del corpo perisce …”

[falsa teoria 55] Un altro gli dice: “Esiste un altro sé che, superando completamente la Dimensione dello Spazio Infinito, contempla l’infinità della coscienza, diventando consapevole della Dimensione della Coscienza Infinita. è questo sé che alla dissoluzione del corpo perisce …”

[falsa teoria 56] Un altro gli dice: “Esiste un altro sé che, superando completamente la Dimensione della Coscienza Infinita, contempla la vacuità, diventando consapevole della Dimensione della Vacuità. è questo sé che alla dissoluzione del corpo perisce …”

[falsa teoria 57] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli. Io non lo nego. Ma quel sé non è distrutto completamente. Perché esiste un altro sé che, superando completamente la Dimensione della Vacuità e ravvisando: “Questo è tranquillo, questo è sublime.”—contempla la Dimensione della ‘Né-percezione-né-non-percezione’. Tu non lo sai o non lo vedi, ma io sì. è questo sé che alla dissoluzione del corpo viene distrutto e perisce, e non esiste dopo la morte. Così il sé è completamente distrutto.” In questo modo alcuni proclamano l’annientamento, la distruzione e la non-esistenza degli esseri.

Questi sono i sette modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano una dottrina dell’annientamento, della distruzione e della non-esistenza degli esseri … Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Ci sono, monaci, alcuni asceti e bramani che proclamano il Nibbana in questa vita, e lo proclamano per un essere vivente in cinque modi. Su quali basi?

[falsa teoria 58] In questo caso un asceta o un bramano sostiene questa teoria: “Questo sé, dotato dei sensi del piacere, gode in loro, diventa consapevole del Nibbana in questa vita e lo realizza. Così alcuni lo proclamano.

[falsa teoria 59] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli. Io non lo nego. Ma quel sé non è consapevole del Nibbana in questa vita. Perché? Perché, Signore, i desideri sensuali sono impermanenti, dolorosi e soggetti al cambiamento, e dal loro mutamento deriva dolore, lamento, pena e angoscia. Ma quando questo sé—liberato dai desideri sensuali, liberato da stati mentali non salutari—entra e dimora nel primo jhana, accompagnato dalla ideazione e dalla riflessione, costituito da felicità e beatitudine che nascono dal distacco, allora diventa consapevole del Nibbana in questa vita.

[falsa teoria 60] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli. Ma quello non è il sé che raggiunge il Nibbana. Perché? Perché in quello stato, considerato grossolano, dominano ancora l’ideazione e la riflessione. Ma quando questo sé—con il calmarsi dell’ideazione e della riflessione—entra e dimora nel secondo jhana, costituito da felicità e beatitudine che nascono dalla concentrazione, libero dall’ideazione e dalla riflessione, accompagnato dall’unificazione della mente e dalla serenità interiore, allora diventa consapevole del Nibbana in questa vita.

[falsa teoria 61] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli. Ma quello non è il sé che raggiunge il Nibbana. Perché? Perché in quello stato, considerato grossolano, dominano ancora felicità e beatitudine che conducono alla gioia mentale. Ma quando il sé—con il venir meno della felicità, rimane equanime, sperimentando la beatitudine mentale e corporea—entra e dimora nel terzo jhana, di cui i saggi dichiarano: “Permane nella beatitudine colui che possiede l’equanimità ed è mentalmente presente.”, allora diventa consapevole del Nibbana in questa vita.

[falsa teoria 62] Un altro gli dice: “Signore, esiste questo sé di cui tu parli. Io non lo nego. Ma quello non è lo stesso che sperimenta il supremo Nibbana in questa vita. Perché? Perché la mente contiene l’idea della gioia, e quello stato è considerato grossolano. Ma quando questo sé—abbandonando piacere e dolore e con la precedente sparizione di gioia e sofferenza—entra e dimora nel quarto jhana, che non ha né dolore né piacere e che la purezza della presenza mentale dovuta all’equanimità, allora diventa consapevole del Nibbana in questa vita. Così alcuni proclamano il Nibbana in questa vita per un essere vivente.

Questi sono i cinque modi con cui alcuni asceti e bramani proclamano una dottrina del Nibbana in questa vita. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto …

Questi sono i quarantaquattro modi con cui alcuni asceti e bramani speculano sul futuro, dopo aver espresso teorie sul futuro, sostengono varie teorie astratte sul futuro. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto …

Questi sono i sessantadue modi con cui alcuni asceti e bramani speculano sul passato, sul futuro, o su entrambi, proclamando queste teorie. Non vi sono altri modi.

Questo, monaci, al Tathagata è manifesto: queste teorie così comprese …

Queste, monaci, sono quelle realtà, profonde, difficili da vedere, difficili da capire …

Conclusione

[false teorie 1–4] Così, monaci, quando quegli asceti e Bramani si dichiarano Eternalisti ed affermano che il Sé e il mondo sono eterni in quattro modi, rispecchiano soltanto la sensazione di coloro che non sanno e non vedono, perennemente ingannati dalla brama.

[false teorie 5–8] Quando coloro che sono in parte Eternalisti ed in parte Non-Eternalisti proclamano che il Sé e il mondo sono in parte eterni e in parte no in quattro modi …

[false teorie 9–12] Quando coloro sostengono il Finito e l’Infinito, proclamano il finito e l’infinità del mondo in quattro modi …

[false teorie 13–16] Quando coloro che nel ricorrere ad asserzioni evasive si dimenano come anguille in quattro modi …

[false teorie 17–18] Quando coloro che sostengono l’origine fortuita ed affermano che il Sé e il mondo sorsero senza causa in due modi.

[false teorie 1–18] Quando coloro che speculano sul passato, avendo fissato Teorie sul passato e posto varie teorie astratte sul passato in diciotto modi diversi …

[false teorie 19–34] Quando coloro che proclamano una dottrina di una esistenza cosciente dopo la morte in sedici modi diversi …

[false teorie 35–42] Quando coloro che proclamano una dottrina di una esistenza non cosciente dopo la morte in otto modi …

[false teorie 43–50] Quando coloro che dichiarano una dottrina di una esistenza dopo la morte né cosciente né non cosciente in otto modi…

[false teorie 51–57] Quando coloro che proclamano l’annientamento, la distruzione e la non-esistenza degli esseri in sette modi …

[false teorie 28–62] Quando coloro che proclamano il Nibbana in questa vita per un essere vivente in cinque modi …

[false teorie 19–62] Quando coloro che speculano sul futuro in quarantaquattro modi diversi …

[false teorie 1–62] Quando quegli asceti e bramani che speculano sul passato, sul futuro o su entrambi, sostenendo queste teorie in sessantadue modi diversi …

Quando quegli asceti e bramani Eternalisti proclamano l’eternità del sé e del mondo in quattro modi condizionati dal contatto.

Quando coloro che sono in parte Eternalisti ed in parte Non-Eternalisti …

Quando coloro che sostengono il Finito e l’Infinito …

Quando coloro che come anguille …

Quando coloro che sostengono l’origine fortuita …

Quando coloro che speculano sul passato in diciotto modi …

Quando coloro che proclamano una dottrina di una esistenza cosciente dopo la morte …

Quando quelli che proclamano una dottrina di una esistenza non cosciente dopo la morte …

Quando coloro che proclamano una dottrina di una esistenza dopo la morte né cosciente né non cosciente …

Quando coloro che proclamano l’annientamento, …

Quando coloro che proclamano il Nibbana in questa vita …

Quando coloro che speculano sul futuro …

Quando quegli asceti e bramani speculano sul passato, sul futuro o su entrambi, sostenendo teorie astratte in sessantadue modi diversi condizionati dal contatto.

Tutti costoro (Eternalisti e tutti gli altri) dovrebbero sperimentare che la sensazione senza contatto è impossibile.

Riguardo a tutti costoro (…) essi sperimentano queste sensazioni dal contatto ripetuto mediante le sei sfere dei sensi; la sensazione condiziona la brama; la brama condiziona l’attaccamento; l’attaccamento condiziona il divenire; il divenire condiziona la nascita; la nascita condiziona la vecchiaia e la morte, il dolore, il lamento, la tristezza e sofferenza.

Quando, monaci, un monaco conosce come realmente sono il nascere ed il morire delle sei sfere di contatto dei sensi, la loro seduzione e minaccia, e come liberarsi, va oltre tutte queste teorie.

Ogni asceta e bramano che specula sul passato o sul futuro o su entrambi, dopo aver proclamato teorie astratte, è intrappolato nella rete con le sue sessantadue divisioni, e se cerca e tenta di uscire sarà catturato e intrappolato in questa rete.

Monaci, il corpo del Tathagata rimarrà legato a questo ciclo della nascita. Finché il suo corpo durerà, deva e creature umane lo vedranno. Ma alla dissoluzione del corpo e al compimento vitale, deva e creature umane non lo vedranno mai più.



6.Poṭṭhapādasutta
Dīgha Nikāya 9

(Estratto)

Il Buddha confuta alcune teorie sul sé presentategli da un asceta seguace di una altra scuola di pensiero.

Potthapada: “Ora, signore, la percezione è il sé di una persona o la percezione è una cosa e il sé un’altra?”

“Che sé postuli, Potthapada?”

“Postulo un sé ordinario, posseduto di forma, composto dai quattro grandi elementi [terra, acqua, fuoco, e aria], che si nutre con il cibo fisico.”

“Allora, Potthapada, il tuo sé sarebbe ordinario, posseduto di forma, composto dai quattro grandi elementi, che si nutre con il cibo fisico.

In questo caso la percezione sarebbe una cosa e il sé un’altra. Attraverso quest’operazione mentale si può comprendere come la percezione sia una cosa e il sé un’altra: perché vi è questo sé ordinario—posseduto di forma, composto dai quattro grandi elementi [terra, acqua, fuoco, e aria], che si nutre con cibo fisico—quindi una percezione sorge e un’altra scompare per quella persona. Attraverso quest’operazione mentale si può comprendere come la percezione sia una cosa e il sé un’altra.”

“Inoltre, signore, io postulo un sé fatto di mente completo in tutte le sue parti, nel pieno delle sue facoltà.”

“Allora, Potthapada, il tuo sé sarebbe fatto di mente completo in tutte le sue parti, nel pieno delle sue facoltà. Anche in questo caso la percezione è una cosa e il sé un’altra.”

“Poi, signore, io postulo un sé privo di forma fatto di percezione.”

“Allora, Potthapada, il tuo sé sarebbe privo di forma fatto di percezione. Anche in questo caso la percezione è una cosa e il sé un’altra.”

“Posso sapere, signore se la percezione è un sé di una persona o se la percezione è una cosa e il sé un’altra?”

“Potthapada—nel seguire altre teorie, altre pratiche, altre dottrine, altre mete, altri maestri—è difficile per te sapere se la percezione sia un sé di una persona o se la percezione sia una cosa e il sé un’altra.”

“Allora, signore, se—seguendo altre teorie, altre pratiche, altre dottrine, altre mete, altri maestri—è difficile per me sapere se la percezione sia un sé di una persona o se la percezione sia una cosa e il sé un’altra, allora in questo caso il cosmo è eterno, e questa è l’unica verità certa?”

“Potthapada, io non ho spiegato che il cosmo è eterno, e che ciò sia l’unica verità certa.”

“Allora in questo caso il cosmo non è eterno, e questa è l’unica verità certa?”

“Potthapada, io non ho spiegato che il cosmo non è eterno, e che ciò sia l’unica verità certa.” “Allora in questo caso il cosmo ha fine… il cosmo è infinito… l’anima e il corpo sono la stessa cosa … l’anima ed il corpo sono due cose diverse … dopo la morte un Tathagata esiste… dopo la morte un Tathagata non esiste… dopo la morte un Tathagata esiste e non esiste… dopo la morte un Tathagata né esiste né non esiste, e questa è l’unica verità certa?”

“Potthapada, io non ho spiegato che dopo la morte un Tathagata né esiste né non esiste, e che ciò sia l’unica verità certa.”

“Ma perché il Beato non ha spiegato queste cose?”

“Perché esse non conducono alla meta, non conducono al Dhamma, non sono utili alla vita santa. Esse non conducono al disincanto, ad abbandonare il desiderio, all’estinzione, alla perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al Nibbana. Ecco perché io non li ho esposti.”

“E cosa ha esposto il Beato?”

“Io ho spiegato: ‘Questo è il dolore’… ‘Questa è l’origine del dolore’… ‘Questa è la cessazione del dolore’… ‘Questo è il sentiero di pratica che conduce alla cessazione del dolore.’

“E perché il Beato ha spiegato queste cose?”

“Perché conducono alla meta, conducono al Dhamma, e sono utili alla vita santa. Esse conducono al disincanto, ad abbandonare il desiderio, all’estinzione, alla perfetta conoscenza, al perfetto risveglio, al Nibbana. Ecco perché io li ho esposti.”

(Traduzione a cura di Enzo Alfano)

7.Cūḷasaccakasutta
Il Discorso breve a Saccaka
Majjhima Nikāya 35

(Estratto)

Il Buddha risponde agli attacchi da parte di un Bramino sostenitore della dottrina del sé.

…E sedendo al suo fianco, Saccaka Nighantaputta disse al Beato: «Venerabile Gotama, desidererei farle una domanda in riguardo ad una certa questione, qualora il venerabile Gotama mi concedesse l’opportunità».

«Domanda pure ciò che desideri, Aggivessana».

«In che modo il venerabile Gotama guida i suoi allievi? e quali sono le modalità didattiche impiegate dal venerabile Gotama nell’impartire le molteplici istruzioni i propri allievi?».

«Aggivessana, io guido i miei allievi, impartendo loro molteplici istruzioni nel seguente modo: ‘la forma, o monaci, è incostante, la sensazione è incostante, l’appercezione è incostante, le intenzioni sono incostanti, la cognizione è incostante; la forma, o monaci, è non sé; la sensazione è non sé, l’appercezione è non sé, le formazioni sono non sé, la cognizione è non sé; tutti i condizionanti sono incostanti, tutti i fenomeni sono non sé. In questo modo, Aggivessana, io guido i miei allievi, impartendo loro molteplici istruzioni».

«Mi sovviene, o venerabile Gotama, un paragone».

«illustralo, o Aggivessana», così disse il Beato.

«Proprio come, o venerabile Gotama, qualunque seme e vegetale che si sviluppa, cresce e si espande, trova il proprio fondamento e radicamento nella terra, ed è in questo modo che semi e vegetali si sviluppano, crescono e si espandono; e proprio come, qualunque duro lavoro che viene portato a compimento trova il proprio fondamento e radicamento nella terra, ed è in questo modo quei duri lavori vengono portati a compimento; allo stesso modo, venerabile Gotama, la forma è il sé dell’individuo, e sulla base della forma, si generano meriti e demeriti; la sensazione è il sé dell’individuo, e sulla base della sensazione si generano meriti e demeriti; l’appercezione è il sé dell’individuo, e sulla base dell’appercezione si generano meriti e demeriti; le intenzioni sono il sé dell’individuo, e sulla base delle intenzioni si generano meriti e demeriti; la cognizione è il sé dell’individuo, e sulla base della cognizione si generano meriti e demeriti».

«Aggivessana, stai forse affermando: ‘la forma è il mio sé, la sensazione è il mio sé, l’appercezione è il mio sé, le intenzioni sono il mio sé, la cognizione è il mio sé’?».

«Venerabile Gotama, invero, io così affermo: ‘la forma è il mio sé, la sensazione è il mio sé, l’appercezione è il mio sé, le intenzioni sono il mio sé, la cognizione è il mio sé’, ed è così anche per questa grande assemblea».

«Cos’ha a che fare con te questa grande assemblea? per cortesia Aggivessana, esponi unicamente le tue convinzioni».

«Venerabile Gotama, invero, io così affermo: ‘la forma è il mio sé, la sensazione è il mio sé, l’appercezione è il mio sé, le intenzioni sono il mio sé, la cognizione è il mio sé’».

«Ora, Aggivessana, in riguardo a ciò, ti farò una contro-domanda a cui tu potrai rispondermi come desideri. Cosa ne pensi Aggivessana: è possibile che un re di nobile stirpe, come ad esempio il re del Kosala Pasenadi oppure il re del Māghadha Ajātasattu Vedehiputta, eserciti sui propri territori il potere di condannare a morte una persona meritevole di essere condannata a morte, di confiscare i beni di una persona meritevole di confisca, di bandire una persona meritevole di essere bandita?»

«È possibile, venerabile Gotama, che un re di nobile stirpe, come ad esempio il re del Kosala Pasenadi oppure il re del Māghadha Ajātasattu Vedehiputta, eserciti sui propri territori il potere di condannare a morte una persona meritevole di essere condannata a morte, di confiscare i beni di una persona meritevole di confisca, di bandire una persona meritevole di essere bandita; se perfino le confederazioni come quelle dei Vajjī e dei Malla sono hanno il potere di condannare a morte una persona meritevole di essere condannata a morte, di confiscare i beni di una persona meritevole di confisca, di bandire una persona meritevole di essere bandita, che dire di quei nobili re come il re del Kosala Pasenadi o il re del Māghadha Ajātasattu Vedehiputta? Certamente, venerabile Gotama, essi hanno il potere di fare ciò».

«Cosa ne pensi Aggivessana, quando tu affermi: ‘la forma è il mio sé’, sei tu in grado di esercitare un controllo tale sulla forma: ‘possa la mia forma essere così, possa la mia forma non essere così?» Dopo questa affermazione, Saccaka rimase in silenzio. Per la seconda volta il Beato disse a Saccaka Niganthaputta: «Cosa ne pensi Aggivessana, quando tu affermi: ‘la forma è il mio sé’, sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quella: ‘possa la mia forma essere così, possa la mia forma non essere così?» e per la seconda volta, Saccaka Niganthaputta rimase in silenzio.

Quindi, il Beato disse a Saccakam Niganthaputta: «Adesso rispondi, Aggivessana, ora non è il momento di rimanere in silenzio! A colui il quale, Aggivessana, per la terza volta si rifiutasse di rispondere a una domanda legittima postagli dal Tathāgata, gli si spaccherebbe la testa in sette pezzi.

In quel momento, lo spirito Vajirapani, afferrando uno scettro (vajira) di ferro infuocato, fiammeggiante e risplendente, stando sospeso nello spazio sovrastante Saccaka niganthaputta pensò: «Se Saccaka Niganthaputta per la terza volta non dovesse rispondere a una legittima domanda postagli dal Beato, gli si spaccherebbe la testa in sette parti». E sia il Beato che Saccaka Niganthaputta videro lo spirito Vajirapani.

Così, Saccaka Niganthaputta, terrorizzato, sconvolto, e con i peli del corpo rizzati, cercò protezione, conforto e rifugio nel Beato: «Domandi pure, venerabile Gotama, io risponderò».

«Cosa ne pensi Aggivessana, quando tu affermi: «la forma è il mio sé», sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quella forma da poter dire: ‘possa la mia forma essere così, possa la mia forma non essere così?»

«No di certo, Venerabile Gotama».

«Rifletti, Aggivessana, dopo aver riflettuto, rispondi. Ciò che hai affermato in precedenza non si accorda con quanto affermato successivamente. Cosa ne pensi, Aggivessana, quando tu affermi : «la sensazione è il mio sé», sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quella sensazione: ‘possa la mia sensazione essere così, possa la mia sensazione non essere così?».

«No di certo, Venerabile Gotama».

«Rifletti Aggivessana, e dopo aver riflettuto, rispondi. Ciò che hai affermato in precedenza non si accorda con quanto affermato successivamente. Cosa ne pensi, Aggivessana, quando tu affermi : «l’appercezione è il mio sé», sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quell’appercezione da poter dire: ‘possa la mia appercezione essere così, possa la mia appercezione non essere così?».


«No di certo, venerabile Gotama» .

«Rifletti Aggivessana, e dopo aver riflettuto, rispondi. Ciò che hai affermato in precedenza non si accorda con quanto affermato successivamente. Cosa ne pensi, Aggivessana, quando tu affermi : « le intenzioni sono il mio sé», sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quelle intenzioni da poter dire: ‘possano le mie intenzioni essere così, possano la mie intenzioni non essere così?».


«No di certo, venerabile Gotama» .

«Rifletti Aggivessana, e dopo aver riflettuto, rispondi. Ciò che hai affermato in precedenza non si accorda con quanto affermato successivamente. Cosa ne pensi, Aggivessana, quando tu affermi : « la cognizione è il mio sé», sei forse in grado di esercitare un controllo tale su quella cognizione da poter dire: ‘possa la mia cognizione essere così, possa la mia cognizione non essere così?»


«No di certo, venerabile Gotama» .

«Rifletti Aggivessana, e dopo aver riflettuto, rispondi. Ciò che hai affermato in precedenza non si accorda con quanto affermato successivamente. Cosa ne pensi, Aggivessana, la forma è costante o precaria?» .


«Precaria, venerabile Gotama» .


«Ma ciò che è precario, è insoddisfacente o soddisfacente?»

«Insoddisfacente, venerabile Gotama» .


«Ma ciò che è precario, insoddisfacente, per natura mutevole, è forse saggio considerarlo come : ‘questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé?»

«No di certo, venerabile Gotama» .

Cosa ne pensi, Aggivessana, la sensazione, l’appercezione, le intenzioni, la cognizione.. è costante o precaria?» .


«Precaria, venerabile Gotama» .


«Ma ciò che precario, è insoddisfacente o soddisfacente?»

«Insoddisfacente, venerabile Gotama» .

«Ma ciò che è precario, insoddisfacente, per natura mutevole, è forse saggio considerarlo come : ‘questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé’ ?» .

«No di certo, venerabile Gotama» .

«Cosa ne pensi, Aggivessana, colui che si attacca alla sofferenza, che trattiene la sofferenza, che indulge nella sofferenza, considerandola così: ‘questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé’, sarebbe in grado di comprendere appieno la sofferenza stessa e vivere avendo completamente annientato la sofferenza?».

«Come potrebbe? no di certo, venerabile Gotama» .

«Cosa ne pensi, Aggivessana, stando così le cose, non sei forse tu attaccato alla sofferenza, uno che trattiene la sofferenza, uno che indulge nella sofferenza, considerandola come: ‘questo è mio, ciò sono Io, questo è il mio sé?» .

«Come potrebbe essere altrimenti? certamente, venerabile Gotama» .

8. Suññalokasutta,
(Discorso sul mondo come vuoto)
Samyutta Nikaya 35.85

Il vuoto come assenza di un sé e di un ‘mio’

..Sedendo accanto al Sublime, il venerabile Ānanda chiese:
«’Il mondo è vuoto, il mondo è empio’, così si dice; ma in che senso, Signore, è possibile affermare che il mondo è vuoto?»

«Nella misura in cui esso è vuoto di sé e di ciò che riguarda il sé, in questo senso il mondo è definito vuoto».

«L’occhio, Ānanda, è vuoto di sé e di ciò che appartiene al sé; le immagini sono vuote di sé e di ciò che appartiene al sé.. la coscienza visiva è vuota di sé e di ciò che appartiene a sé; Il contatto visivo è vuoto di sé e di ciò che appartiene al sé; qualunque sensazione sorta sulla base del contatto visivo, piacevole, spiacevole, o neutra, è vuota di sé o di ciò che appartiene al sé. Ānanda, è per via del fatto che esso è vuoto di sé e di ciò che appartiene a un sé che si dice: ‘il mondo è vuoto.'” »

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