
Vicikicchā, il dubbio esistenziale
ll termine Pāli per dubbio è vicikicchā; questo vocabolo deriva dal verbo ‘cikicchati’, ‘pensare’, ‘ragionare’ preceduto dal prefisso ‘vi’ (vigatā), che in questo contesto assume il significato di ‘disgiunto’. Vicikicchā è il pensare disarmonico, o semplicemente il dubbio/perplessità. Secondo Nina van Gorkom, «Il termine vicikicchā non indica il dubbio come lo intendiamo nel linguaggio convenzionale; vicikicchā è la perplessità concernente la realtà di ‘namarupa’ (nome e forma), il dubbio circa la legge di causa ed effetto, le quattro nobili verità e l’origine dipendente».
Ragione ed emozioni
Viññāna (cognizione), citta (mente) e mano (pensiero), sono i tre aspetti fondamentali della psiche umana; secondo Walpola Rahula, «’Vijñāna’ rappresenta la semplice reazione o risposta degli organi di senso quando entrano in contatto con oggetti esterni. Questo è l’aspetto o lo strato superiore o superficiale del ‘Vijñāna-skandha’. ‘Manas’ rappresenta l’aspetto del suo funzionamento mentale, pensiero, ragionamento, concezione di idee, ecc. ‘Citta’ rappresenta l’aspetto o strato più profondo, fine e sottile dell’Aggregato della coscienza. Contiene tutte le tracce o impressioni delle azioni passate e tutte le possibilità future buone e cattive.»
Emozione e ragione, eros e logos, se non opportunamente bilanciati, (cosa peraltro assai rara), spesso vanno in conflitto tra loro, dando il là al sorgere di vicikicchā, la dissonanza cognitiva o dubbio esistenziale. Questo conflitto risveglia le «anusaya», le tendenze latenti della nostra psiche, le quali daranno luogo alla proliferazione delle afflizioni mentali causa dell’ambiguità esistenziale. Secondo il Sabbasava Sutta, (MN2) il dubbio è primariamente uno stato di perplessità esistenziale nato da modalità di pensiero erronee:
«E per via del riflettere impropriamente (ayoniso-manasikara) egli pensa: ‘sono mai esistito nel passato? O non sono mai esistito? Cosa sono stato in passato? Come sono stato in passato? Essendo esistito, come diventai in passato? Esisterò in futuro? Non esiterò in futuro? Cosa sarò in futuro? Come sarò in futuro? Essendo esistito, cosa diventerò in futuro? Ed egli è inoltre interiormente dubbioso in riguardo al presente: ‘Esisto io nel presente? Forse non esisto ? Cosa sono? Come sono? Da dove viene questo essere (satta)? Dove andrà?’
Quando riflette in maniera non saggia in questo modo, in lui sorge una delle sei opinioni: l’opinione «Il sé esiste per me» sorge in lui come vera e stabilita; oppure sorge in lui come vera e stabilita l’opinione «nessun sé esiste per me»; oppure sorge in lui come vera e stabilita l’opinione «io percepisco un sé attraverso il sé»; oppure l’opinione «percepisco il non sé attraverso il sé» sorge in lui come vera e stabilita; oppure l’opinione «percepisco un sé tramite il non sé» sorge in lui come vera e stabilita; oppure egli sviluppa la seguente opinione: «È proprio questo mio sé che parla e sente e sperimenta qua e là il risultato di azioni buone e cattive; questo mio sé è permanente, eterno, stabile, non soggetto a mutamento, ed eterno.» Questa speculazione, monaci, è chiamata il roveto delle opinioni, il deserto delle opinioni, la contorsione delle opinioni, l’oscillazione delle opinioni, la catena delle opinioni. Incatenata dalle catene delle opinioni, la persona ordinaria non istruita nel Dharma non è libera dalla nascita, dall’invecchiamento e dalla morte, dal dolore, dal lamento, dalla sofferenza, dall’afflizione e dalla disperazione; non è liberato dal dukkha, io vi dico.»
I limiti dell’approccio moralistico alle gestione del dubbio
Per quanto riguarda la gestione di questo stato di cose, l’approccio prevalentemente etico come inteso negli insegnamenti buddhisti tradizionali, (ovvero la presa dei cinque precetti), funziona abbastanza bene a livello razionale, perlomeno fino a quando la componente emotiva non prende il sopravvento e il comportamento umano prende la direzione dell’assenza di etica diventando potenzialmente distruttivo. Un argine che crolla alla prima ondata. I maestri del Dharma affermano spesso che la repressione porta alla ribellione, mentre assecondare le proprie pulsioni emotive può essere altamente dannoso. Per questa ragione dobbiamo coltivare una via di mezzo, rappresenta dalla pratica di appamadā, l’attenzione sollecita diretta all’agire e al parlare. Se appamadā è assente o carente, si rischia di cadere o nell’emotività esasperata oppure nel suo opposto il moralismo (Pāli: sīlamayo), il quale tende a ridurre qualunque problema, cognitivo, emotivo, relazionale o sociale, ad una mera questione di ordine morale.
(Parleremo della questione sociale dalla prospettiva buddhista in un post di prossima pubblicazione)
Il moralista pensa che evitando scrupolosamente certe azioni ritenute pericolose (del quale egli sembra peraltro avere una paura del tutto irrazionale) potrà assicurarsi l’agognata salvezza; e tuttavia non è chiaro se questa tipologia di individuo aspiri a salvarsi da pericoli esterni, veri o presunti, oppure dalla sua stessa incapacità ad affrontare le proprie paure irrazionali. Questo fenomeno è particolarmente rilevante nelle persone con una spiccata devozione religiosa.
Tuttavia il moralismo non può risolvere i problemi che sono al di là della sfera morale. Spesso il moralista è altresì un tradizionalista, e come tale predilige il dogma all’esperienza, l’adesione fideistica ad un ortodossia religiosa o politica alla creatività, la fede in un qualcosa di nebuloso e sconosciuto all’esperienza diretta, l’obbedienza alla ricerca personale. Tuttavia, questo atteggiamento non fa che rinforzare ed amplificare il dubbio esistenziale descritto nel Sabbasava Sutta.
L’approccio Buddhista
Per questa ragione, è consigliabile concentrarsi sugli aspetti psicologici ed esistenziali della questione anziché sui dettagli puramente morali. Da questo punto di vista, un modo per gestire il problema del dubbio consiste nel prendere atto della sua esistenza. Questo stato di cose corrisponde alla generazione della giusta visione, il primo fattore del nobile ottuplice sentiero.
Per sviluppare questo aspetto del sentiero, dobbiamo contemplare con costanza la nostra stessa esistenza, familiarizzandoci con la sua vera natura. L’etica che è parte del sentiero (ariyakhantasīla), non può che nascere dalla giusta visione, come esemplificato dalla descrizione classica del nobile ottuplice sentiero. In assenza della giusta visione, si ricadrà in forme di moralità convenzionale, ovvero, nell’applicazione di quei fattori normativi che ciascun individuo dovrebbe cercare di osservare in un contesto sociale civile. Queste norme morali riflettono le convenzioni dei luoghi e dei momenti storici nel quale sono stati ideati, e come tali, non possiedono, ad eccezione di pochi fattori come ad esempio il non uccidere o il non rubare, una valenza universale.
Per questa ragione, il Bodhi Sutta (Ud.1.1) associa la comprensione della legge dell’interdipendenza che caratterizza tutti i fenomeni fisici e mentali (dhamma) alla risoluzione del dubbio esistenziale:
«Quando i fenomeni diventano chiari
al saggio risoluto nella meditazione,
allora, tutti i suoi dubbi scompaiono,
allorché egli ha pienamente compreso
i fenomeni e le loro cause.»

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