I sei rivali del Buddha (1): Pūraṇa Kassapa

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I sei saggi contemporanei del Buddha ( Dazu, Cina)

I sei maestri contemporanei (e rivali ) del Buddha

 
Nell’India del VI secolo avanti Cristo, oltre al sistema vedico o brahmanesimo e al neonato ordine buddhista, vi erano altri sei ordini ascetici, fondati da altrettanti dotti maestri:
 
1) L’amoralista Pūraṇa Kassapa (akiriyāvāda);
2) Il fatalista Makkhali Gosāla (Ahetukaditthi);
3) Il nichilista Ajita Kesakambala (natthikadiṭṭhi);
4) L’eternalista Pakudha Kaccāyana (Sassatavada);
5) Lo scettico Sañjaya Belaṭṭhaputta (amaravikkhepavada);
6) Il moralista Nigaṇṭha Nāṭaputta (aparigraha).
 
Il Canone Pali descrive un panorama culturale molto vivace, in cui i membri delle varie scuole filosofiche si contendevano i favori di regnanti, ricchi patroni e devoti comuni; diversi noti discepoli del Buddha, come Sāriputta e Moggallāna, fecero parte di uno o l’altro di questi ordini, prima di conoscere il Bhagavān. I testi buddhisti si riferiscono agli appartenenti di questi sei ordini rivali con l’appellativo di ‘eretici’ (aññatitthiyā). Le loro dottrine sono descritte nel Sāmaññaphalasutta del Dīgha Nikāya e altrove, oltre che nei commentari. Al pari del Buddha, i sei dotti erano parte del movimento ascetico degli śramaṇa, sorto al di fuori del vedismo brahmanico. In questo e nei successivi post presenteremo le proposizioni di ciascuno dei sei maestri come esposte dal Sāmaññaphalasutta, con il commento del Ven. Buddhadāsa Bhikkhu tratto dal suo libro The Buddha’s Doctrine of Anattā.
 

1 Pūraṇa Kassapa

 

1. Pūraṇa Kassapa nacque nel VI secolo a.C. in una famiglia di stirpe brahmanica, come evidente dal patronimico ‘Kassapa’. Secondo le fonti buddhiste Kassapa sarebbe morto suicida per annegamento. Il Sāmaññaphalasutta descrive così le idee di Pūraṇa:

«Non esistono né azioni meritevoli né peccati, né bontà né malvagità. uccidere, rubare e adulterio sono attività lecite, non vi è alcun peccato compiendo tali azioni. Anche se si dovessero uccidere tutti gli animali, macellarne le carni, ammucchiandole poi trasformando l’intera Jambudipa (India) in un carnaio ricoperto di tali carni, ciò rappresenterebbe una mera azione. Non vi sarà alcun peccato commesso da chicchessia. Anche se si compissero offerte agli dei o a tutti i monaci asceti e sacerdoti di questo Mondo, queste pratiche sarebbero solo delle mere azioni, non un’azione eticamente meritevole. E a prescindere che queste azioni vengano compiute sulla sponda sinistra o su quella destra del sacro fiume Gange, non vi sarà alcun accumulo di azioni meritevoli, al contrario di quanto crede la gente ».

Commento:

Questa visione filosofica asserisce che non vi sia nulla a parte il mero atto e la mera presenza dell’oggetto. Per esempio, sgozzare un animale sarebbe un mero atto consistente nel penetrare il corpo dell’animale con un coltello, a causa del quale l’animale rimarrebbe ferito o ucciso. Oppure, quale conseguenza maggiormente rilevante, la carne dell’animale diverrebbe cibo,  senza che tuttavia ciò rappresenti un peccato o un’atto meritevole.

Questa dottrina è basata sull’idea dell’inefficacia delle azioni (akiriyā). Essa nega sia le azioni meritevoli che quelle peccaminose. Questa proposizione si accorda con alcune teorie tutt’oggi diffuse; ad esempio, alcuni scienziati hanno una visione unicamente materialistica delle cose; essi considerano le religioni come obsolete, senza sapere che quest’idee erano già diffuse ai tempi del Buddha, e che i loro proponenti erano suoi avversari.

Questa dottrina nega l’esistenza dell’anima come il Buddhismo. Inoltre, asserisce che tutti i fenomeni siano meramente oggetti materiale, delle entità naturali. Non vi è alcun sé né alcun entità che compie il bene o il male.

In paragone al Buddhismo, questa visione filosofica è decisamente estrema,  in quanto essa nega in maniera assoluta l’esistenza delle azioni meritevoli e dannose (principio etico di causa ed effetto) per quelle persone ancora attaccate alla concezione dell’ esistenza di un Sé sostanziale e permanente. Anche per quanto riguarda la negazione del sé, essa si limita a negare la componente esteriore. Comunque sia, questa dottrina era accettata da un gran numero di persone,  facendo di Pūraṇa Kassapa un maestro famoso e rinomato. 

 

 

 

 

 

 

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