
Continuiamo l’analisi dei fattori che compongono il Nobile Ottuplice sentiero. In questo articolo parleremo dei fattori etici, che sono: la giusta parola, la giusta azione e il giusto stile di vita. Nell’ambito del sentiero della liberazione tracciato dal Buddha, la funzione dell’etica è quella di creare le condizioni idonee allo sviluppo della mente, finalizzata alla comprensione della realtà dell’esistenza. Come già detto precedentemente, i fattori etici del sentiero si sviluppano sulla base della giusta visione e della giusta intenzione o risoluzione, i primi due fattori del sentiero. La decisione o risoluzione deliberata di astenersi da certi tipi di attività e comportamenti deve essere inquadrata nell’ambito della prospettiva di una graduale eliminazione delle cause del perpetuarsi della sofferenza. In quanto tale l’etica buddhista non è fine a se stessa, ma puramente teleologica, avendo uno scopo ben preciso. Il carattere puramente pedagogico dell’etica è mirabilmente espresso nel Kimatthiya sutta.[1]
La giusta parola
“E cosa, o monaci, è la parola corretta? L’astenersi dal mentire, l’astenersi dalla parola che è causa di discordia, l’astenersi dalla parola violenta, l’astenersi dai discorsi futili. Questo, o monaci, è chiamata parola corretta.”
È facile comprendere l’importanza dell’uso della parola nella vita quotidiana, e come, molti dei nostri problemi a livello interpersonale derivino da un uso non consapevole della comunicazione; Possiamo vedere quindi l’importanza – a livello pratico- dell’attenzione e della chiara consapevolezza insegnati dal Buddha, che, lungi dall’essere un mero strumento finalizzato ad un temporaneo rilassamento, è invece una qualità da coltivare e applicare in ogni fase della vita. La giusta parola è uno dei fattori etici del Nobile Ottuplice Sentiero, assieme alla giusta azione e al giusto stile di vita; questi fattori hanno a che vedere con la sfera comportamentale dell’individuo; i restanti fattori, ad eccezione del giusto Raccoglimento sono collegati con la sfera cognitiva; la giusta parola è così definita:
“Cos’è la giusta parola? L’astenersi dal mentire, dalla parola che è causa di discordia, dal parlare violento e dai discorsi futili. Questa, monaci, è detta giusta parola.”
– AN10.211
Nel Dhammapada è detto:
“Non parlare con asprezza con nessuno; coloro ai quali ci si rivolge in questo modo ribatteranno. I discorsi malevoli sono davvero la causa di sofferenza (dukkha); i risultati di che è stato fatto ricadranno su di te”.
-Dhammapada 134
In più di un occasione, il Buddha invitò i suoi discepoli a non lasciarsi condizionare dalle parole altrui e a mantenere un proprio equilibrio interiore a prescindere dal comportamento dell’interlocutore:
“Vi sono cinque modi di parlare che le persone potrebbero usare con voi: tempestivo o intempestivo, veritiero o falso, gentile o ruvido, benefico o dannoso, amorevole o astioso; in questo caso voi, monaci, in questo modo dovreste ben esercitarvi: “La nostra mente non sia influenzata da ciò, non ci lasceremo scappare dalla bocca parole nocive; dimoreremo in uno stato di compassione, di interesse nei loro confronti, di benevolenza, privi di odio”; “Dimoreremo pervadendo quella persona con pensieri di amorevole gentilezza, e, iniziando da lui, pervaderemo il mondo intero con una mente imbevuta di amorevole gentilezza, vasta, estesa, senza limiti, priva di astio e malevolenza. Così, monaci, dovreste voi esercitarvi”.
“Come se arrivasse un uomo provvisto di lacca o curcuma, indaco o carminio, e dicesse: ‘Io disegnerò nello spazio vuoto delle figure, dipingerò delle immagini nello spazio vuoto ’. Cosa pensate, monaci, riuscirebbe quell’uomo a disegnare delle figure nello spazio vuoto, a dipingere delle immagini in tale spazio vuoto?”
“Certamente no, Signore!”
“E per quale ragione?”
“Lo spazio vuoto è informe, ‘non manifesto ’ (Anidassano), non vi si può disegnare una figura, dipingere un immagine, per quanta fatica e impegno quell’uomo possa metterci”.
“Allo stesso modo, in riguardo a queste cinque modi di parlare, dovreste ben esercitarvi: “che la nostra mente non sia influenzata da ciò, non ci lasceremo scappare dalla bocca parole nocive; dimoreremo in uno stato di compassione, di interesse nei loro confronti, di benevolenza, privi di odio; dimoreremo pervadendo quella persona con pensieri di amorevole gentilezza, e, iniziando da lui, pervaderemo il mondo intero con una mente imbevuta di amorevole gentilezza, vasta, estesa, senza limiti, priva di astio e malevolenza. Così dovreste voi esercitarvi.”
-Kakacūpamasutta, MN21
II silenzio del Buddha
Secondo Il Buddha vi sono quattro modi per rispondere ad una domanda: con una risposta categorica, con una risposta articolata, con una contro domanda ed infine con il silenzio:
“Vi sono questi quattro modi rispondere ad una domanda: Quali quattro? Vi sono domande alle quali bisogna rispondere in maniera categorica; domande alle quali bisogna rispondere analizzando in dettaglio (vibhajja); domande a cui bisogna rispondere con una contro domanda, e domande da tralasciare.”
-Pañha Sutta,Anguttara Nikāya 4.42
Il Buddha stesso alle volte non esitava a rimanere in silenzio, allorquando riteneva che qualunque risposta avrebbe creato ulteriore confusione nell’interlocutore
Nobile silenzio
Il Nobile Silenzio è un esercizio fondamentale per chiunque voglia coltivare la meditazione profonda. Tuttavia, praticare il Nobile Silenzio non significa affatto assenza totale di comunicazione, rigidità o fredda indifferenza verso il prossimo; la definizione corretta di Nobile Silenzio è data nel seguente Sutta attribuito a Mahā Moggallāna:
“Nobile silenzio, nobile silenzio”, si dice. Ma cos’è il nobile silenzio?’ ‘Quando un monaco, con l’acquietamento dei pensieri e del ragionare, entra e rimane nel secondo jhāna, caratterizzato da gioia e piacere nati dal raccoglimento, unificazione della consapevolezza libera da pensare & ragionare e dotata di confidenza interiore: Questo si chiama nobile silenzio”.
– Kolita Sutta, SN 21.1
Inoltre, il Buddha invitò i suoi seguaci monaci ad evitare discussioni sterili e chiacchierare senza senso, limitando l’uso della parola ai soli fini dello studio e della conoscenza del Dharma:
“Monaci, Il parlare di siffatti argomenti non è certamente conveniente per voi figli di buona famiglia che con fiducia avete lasciato la casa per la vita ascetica. Quando vi siete riuniti, ci sono due cose che dovreste fare: parlare del Dhamma o mantenere un nobile silenzio.”
– Udana 2.2
Il Nobile Silenzio insegnato dal Buddha non deve essere confuso con il silenzio comunemente inteso, con la chiusura verso il prossimo e l’assenza di dialogo; il Silenzio nobilitante è il risultato dell’aver reso silenziosa la propria mente; in altre parole, il Nobile Silenzio ha a che vedere con l’acquietarsi del chiacchiericcio mentale causa di confusione interiore e conflitti interpersonali. I seguenti versi tratti dal Dhammapada chiariscono la posizione del Buddha in merito alla futilità del mero silenzio:
“Non con il mero silenzio si diventa saggi (muni, letteralmente: silenzioso), se si è ottusi e ignoranti. Come chi regge una bilancia, il saggio prende ciò che è bene e rifiuta ciò che è dannoso. Per questo egli è un ‘muni’. Colui che comprende gli aggregati, interni ed esterni è perciò, chiamato ‘muni’.
– Dhammapada 268, 269
In definitiva, il Nobile Silenzio è uno strumento che ci avvicina all’emancipazione dal dukkha; ancora dal Dhammapada:
“Se riuscirai a rimanere in silenzio, come un gong rotto che più non risuona, sarai vicino al Nibbana, in quanto non ci sarà più asprezza in te.”
– Dhammapada 134
La giusta azione
“E cos’è, o monaci, la corretta azione? Monaci, l’astenersi dal togliere la vita, l’astenersi dal prendere ciò che non vi è stato dato, l’astenersi da una condotta sessuale scorretta, questo o monaci è chiamato corretto agire.”
Sulla condotta sessuale
“In questo modo Egli si comporta erroneamente in riguardo ai piaceri sensuali, intrattenendo rapporti sessuali con chi 1)è sotto la tutela di madre, 2) sotto la tutela del padre 3)sotto la tutela di padre e madre, 4)sotto la tutela di un fratello maggiore, 5) sotto la tutela di una sorella maggiore, 6)la tutela di altri familiari, 7) sotto la tutela del clan di appartenenza, 8) sotto la tutela del Dhamma (monaci,monache), 9) sotto la tutela del coniuge, 10) con chi [per tale rapporto sarebbe soggetto] a punizione da parte della legge, 11) con chi ha già ricevuto la ghirlanda di fiori [simbolo del fidanzamento].
(AN10.211)
“Un uomo, la cui giovinezza è ormai passata, che si accompagna con una ragazza il cui seno è della misura di un piccolo frutto timbaru, e per gelosia non riesce neppure a dormire: questo è ciò che porta della rovina”.
(Sutta Nipata, 1.6, Parabhavo sutta)
Un altro passaggio criptico, il cui significato è oggetto di controversie, è contenuto nel Cakkavatti sihanada sutta, DN26, discorso a carattere mitologico nel quale viene esposta una sorta di profezia sulla degenerazione dei costumi e della vita degli esseri umani, fino al giorno in cui apparirà il Buddha Maitreya ad esporre di nuovo il Dharma:
“Monaci, fra coloro i quali la lunghezza della vita sarà di 500 anni, tre cose incrementeranno: passione contro natura(incesto), desiderio squilibrato e pratiche erronee.”
Secondo il commentatore Indiano Buddhagosa, con micchādhammo si intenderebbe l’omosessualità, ma in realtà non vi è alcuna prova che questa sua interpretazione sia corretta. L’omosessualità era diffusa in india ai tempi del Buddha, il quale – come possiamo notare leggendo le descrizioni didascaliche indicanti le pratiche sessuali improprie- non la considerava in contrasto con la pratica del Dharma. Il Fatto che alcuni esponenti di altre scuole buddhiste sorte successivamente considerino l’omosessualità come contraria al Dharma, è dovuto a sviluppi dottrinali successivi, determinati dall’incontro-scontro con culture diverse come quella greca, diffusasi nel nord est dell’India a seguito della spedizioni guidate da Alessandro Magno,e viste da certi esponenti del tardo buddhismo indiano come i Mulasarvastivadin – responsabili della diffusione del lignaggio monastico in Tibet- come pratiche “barbare di popoli stranieri”. Il senso di tali prescrizioni sta nell’evitare di creare nuova sofferenza a se stessi e agli altri; bisogna sempre tenere a mente che non si tratta di comandamenti divini ma di addestramenti graduali (sikkhapada) e come tali, praticati intelligentemente,senza dogmatismi antistorici e fuori contesto, privilegiando una comprensione psicologica dell’importanza del coltivare i fattori ad un’interpretazione meramente legalistica e dogmatica.
Giusto stile di vita
“E cos’è, o monaci, il corretto stile di vita? Ecco, o monaci, un nobile discepolo abbandona gli stili di vita erronei e assume uno stile di vita corretto; Questo, o monaci, è detto corretto stile di vita.”
Il significato di questa descrizione succinta è esposto nel Vaṇijjāsutta, in cui il Buddha spiega quali siano i mezzi di sostentamento in dissonanza con la pratica del Dharma:
“Monaci, un praticante laico dovrebbe astenersi da cinque tipi di attività: Quali cinque? Commercio di armi, commercio di esseri umani, commercio di carni, commercio di sostanze intossicanti, commercio di sostanze velenose; queste, o monaci, sono le cinque attività da cui un laico dovrebbe astenersi”.
-Vaṇijjāsutta AN5.
Perché tutto ciò? perché la produzione e la diffusione di tali sostanze è causa di sofferenza a livello fisico e mentale, di problemi di carattere sociale quali l’alcolismo, di sofferenza diretta ed indiretta per tutti i soggetti coinvolti.
NOTE
1.“Qual è lo scopo, o Signore, e qual è il beneficio del comportamento virtuoso?” “il non rimorso, o Ānanda è lo scopo del comportamento virtuoso, il non rimorso è il beneficio.”.
“Ma Signore, qual è lo scopo, e qual è il beneficio del non rimorso?” “Ānanda, lo scopo ed il beneficio del non rimorso è la contentezza.”
“Ma Signore, qual è lo scopo, qual è il beneficio della contentezza?” “Ānanda, lo scopo ed il beneficio della contentezza è la gioia.”
“Ma Signore, qual è lo scopo e qual è il beneficio della gioia?” “Ānanda, lo scopo ed il beneficio della gioia è la quiete interiore.”
“Ma Signore, qual è lo scopo della calma interiore?” “Ānanda, la felicità è lo scopo ed il beneficio della quiete interiore.”
“Ma Signore, qual è lo scopo e qual è il beneficio della felicità?” “Ānanda, il raccoglimento è lo scopo ed il beneficio della felicità.”
“Ma Signore, qual è lo scopo, qual è il beneficio del raccoglimento?” “Ānanda, la conoscenza e la visione delle cose per come sono realmente è lo scopo ed il beneficio del Raccoglimento.”
“Ma Signore, qual è lo scopo, qual è il beneficio della conoscenza e della visione delle cose per come sono realmente?” “Ānanda, disincanto e distacco sono lo scopo ed il beneficio della conoscenza e della visione delle cose per come sono realmente.”
“Ma Signore, qual è lo scopo, qual è il beneficio di disincanto e distacco?” “Ānanda, la conoscenza e la visione della liberazione sono lo scopo ed il beneficio di disincanto e distacco.”

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