Teoria e prassi nel Dharma Buddhista

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Intellectus speculativus extensione fit praecticus,

la teoria per semplice estensione si fa pratica

Quando noti esponenti dell’approccio meditativo come Ajahn Sumedho tentano di mettere in guardia i propri allievi circa il rischio di un approccio meramente intellettuale, stanno di fatto dicendo che lo studio da solo non è sufficiente, ma spesso molti fraintendono, concettualizzando erroneamente che questo significhi che lo studio del Dharma sia inutile, dannoso, e quindi da evitare.

I discorsi sono paragonabili ad una mappa, ad un manuale d’istruzioni, sono d’ausilio alla pratica e non la pratica in sé.

I discorsi sono materiale per la contemplazione e per la pratica nella vita di ogni giorno, ed in questo senso andrebbero studiati.

Studiare il Dharma è paragonabile allo studio teorico della medicina, o allo teoria quando si desidera ottenere la patente di guida: è una parte indispensabile nel processo di formazione, assieme agli altri elementi.

Quelli che s’innamoran di pratica sanza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in naviglio sanza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada…

(Leonardo Da Vinci)

D’altro canto, se è vero che lo studio del Dharma da solo non basta, lo stesso vale per la pratica meditativa: da sola non è sufficiente a realizzare il fine della liberazione dal Dukkha.

 

Il Dharma è un sentiero composito, dove ogni aspetto sostiene il resto della struttura del sentiero di liberazione. Studiare i discorsi fornisce una visione d’insieme del sentiero che stiamo seguendo, istruzioni precise ( al patto che ciò che viene letto venga compreso correttamente) ed inspirazione. Teoria e pratica vanno mano nella mano.

Il rischio dell’intellettualizzazione del Dharma insita nello studio è parallelo al rischio di cadere nel quietismo, nella ricerca del mero rilassamento/benessere o del freddo distacco nei confronti del mondo insito nella pratica di meditazione, specie se isolata dal contesto più ampio del tessuto del sentiero del Dharma.

La pratica della virtù o sīla rischia di scadere in moralismo, o come spesso accade in Asia, in puritanesimo, in bigottismo religioso, in culto della figura dei monaci o in idolatria se non ben compresa nei fini e nei mezzi.

la stessa pratica della saggezza, della Paññā, rischia di tramutarsi in un vuoto ( gioco di parole voluto 😉 ) sofismo, in un filosofeggiare infinito su cose di cui in fondo non si è poi capito molto come la vacuità o il non-sé (non-Io).

Per evitare ciò, uno degli strumenti indicati dal Buddha è proprio lo studio del Dharma, sotto la guida di qualcuno competente e ben motivato.

Come scrisse Antonio Gramsci:

“Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, si pone in questo senso: di costruire su una determinata pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo, oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera.”

 

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